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Ugo Foscolo (Zacinto 1778 – Chiswick, Londra 1827)

Biografia: si trasferì prima a Spalato, 1784, poi a Venezia con la madre dopo la morte del padre (1793). Il 1797 fu anno fondamentale per la sua formazione: compose e mette in scena il Tieste, tragedia di impronta alfieriana. Sotto l’incalzare delle truppe napoleoniche, si arruolò nelle armate liberatrici. Nel frattempo escono i primi due Ortis, i Sepolcri e le Poesie. Nel 1808 è nominato professore di eloquenza italiana e latina presso l’Università di Pavia. Ma ebbe un dissidio culturale con Monti, e a causa anche dei sospetti del governo austriaco, nel 1811 lasciò Milano per Firenze, sonnacchiosa provincia che pacificò il suo animo. Nel 1813 fece ritorno a Milano, dove vi era una situazione politica confusa dopo l’abdicazione di Napoleone. Il ritorno dell’Austria, con arresti e sospetti a iosa, costrinse Foscolo a collaborare col giornale letterario filoaustriaco “Biblioteca italiana”. Nel 1815 però fuggì in Svizzera e nel 1816 in Inghilterra, dove lo attese un ambiente rispettoso. Qui fece molti interventi critici (anche sulle tre corone fiorentine), arrivando a dichiarare che la lingua italiana “fu sempre scritta e mai parlata”. Ma nonostante tutto, il disagio per l’impossibilità di tornare in patria lo consumò: si concesse lussi e sperperi esagerati e finì in carcere. Morì in povertà.

Le opere. Lettera dedicatoria dell’ode Bonaparte liberatore (1799): all’ondata di entusiasmo suscitata dall’inarrestabile avanzata dell’armata liberatrice, era seguita la cocente delusione di Campoformio, 1797, quando Napoleone aveva ceduto Venezia, Istria e Dalmazia all’Austria. L’ammonimento di Foscolo è questo: Napoleone non dimentichi le aspirazioni di libertà di un popolo intero, già sacrificato a Campoformio, non preferisca accondiscendere per ambizioni di potere a “feroci petti” invece di ascoltare gli “altissimi ingegni”: da generale vittorioso si trasformerà allora in dittatore, come già accadde a Cesare quando passò il Rubicone.

Ultime lettere di Jacopo Ortis: dopo l’edizione parziale del 1798, nel 1802 vide la luce presso il Genio Tipografico la prima edizione completa dell’Ortis. Il suicidio di Jacopo si motiva qui non tanto e non solo per l’infelice amore per Teresa, quanto per il tradimento perpetrato dal liberatore Napoleone che, dopo aver venduto Venezia, ora mina il destino della Repubblica Cisalpina, impedendone una libera vita democratica e piena autonomia politica. Il sacrificio della vita appare il questa luce un tempestivo atto di denuncia e di protesta. La trama in breve è la seguente: Jacopo Ortis, giovane veneziano di buona famiglia e di ideali giacobini, è perseguitato dalla polizia austriaca dopo che Venezia è stata ceduta da Napoleone all’Austria. Rifugiatosi sui colli Euganei, conosce Teresa e se ne innamora, pur sapendo che la ragazza è stata promessa dal padre a un possidente, Odoardo. Teresa ricambia il sentimento di Jacopo, ma non vuole opporsi ai desideri del padre. Il giovane decide quindi di partire. La seconda parte del romanzo contiene le lettere scritte da Jacopo durante le sue peregrinazioni, che lo portano in numerose città dell’Italia settentrionale e centrale. Appresa in viaggio la notizia del matrimonio di Teresa, Jacopo torna sui colli Euganei e si suicida con un pugnale dopo un ultimo saluto alla donna amata.

Il sacrificio della nostra patria è consumato: la prima lettera, dai colli Euganei (1797), è scandita da un ritmo drammatico e stile tacitiano, e cala il lettore nel pieno del dramma politico ed esistenziale, ponendo tutto il libro in una prospettiva testamentaria.
“Tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e le nostre infamie. Il mio nome è nella lista di proscrizione, ho lasciato Venezia. Poiché ho disperato e della mia patria e di me stesso, aspetto tranquillamente la prigione e la morte”.

Umana vita? Sogno: “Ingannevole sogno al quale noi pur diam sì gran prezzo, siccome le donnicciuole ripongono la loro ventura nelle superstizioni e ne’ presagi! Sta dunque tutta la mia felicità nella vota apparenza delle cose che mi circondano. Temo che la natura abbia costituita la nostra specie quasi minimo anello passivo del suo incomprensibile sistema, creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni che ci tenessero sempre occupati in questa esistenza breve, dubbia, infelice. L’uomo solo non gode de’ suoi giorni, e se talvolta gli è dato di passeggiare per li fiorenti prati d’aprile, deve pur sempre temere l’infocato aere dell’estate, e il ghiaccio mortale del verno”.

La rappresentazione della natura: lo scenario memorabile del bacio fra Jacopo e Teresa è preceduto da una riflessione sulla facoltà della poesia di rappresentare le bellezze della natura.
“Ieri sera io scendeva a passo a passo dal monte. Spossato mi sdraiai boccone sotto il boschetto de’ pini, e ne’ miei singhiozzi io invocava Teresa. Udii un calpestio fra gli alberi, e mi parea di intendere bisbigliare alcune voci. Mi sembrò poi di vedere Teresa con sua sorella. Impaurite a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina riconosciutomi mi si gittò addosso con mille baci. M’alzai. Teresa s’appoggio al mio braccio, e noi passeggiamo taciturni lungo la riva del fiumicello. Ella saliva la collina ed io la seguitava. La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le mostrai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai”.
“(Poco dopo) La mia bocca è umida ancora di un bacio di Teresa, e le mie guancie sono innondate dalle sue lagrime. Mi ama sì…mi ama! …Che estasi questo momento di paradiso”.

Il bacio: qui Foscolo elabora un avvincente linguaggio delle passioni, dove abbondano invocazioni, sospensioni, interrogazioni incalzanti sull’onda del vivo ricordo.

“Sì, ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano, e tutte le cose belle s’abbellivano allo splendore della luna, che era tutta piena della luce infinita della divinità. Ho baciato e ribaciato quella mano…e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondeva i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto…le sue labbra umide , socchiuse sospiravano sulle mie…ahi! Che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole intorno…Non posso essere vostra…e lasciandomi mi disse ella: addio, addio. Io rimasi estatico”.

Dopo quel bacio io son fatto divino: “Le mie idee son più sublimi e ridenti, il mio aspetto più gaio, il mio cuore più compassionevole. Il mio ingegno è tutto bellezza ed armonia. Io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le muse e l’amore. Illusioni! grida il filosofo (personificazione della ragione). Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore o nella rigida e noiosa indolenza”.

L’incontro con Parini: qui le ragioni politiche del suicidio di Jacopo sono analizzate nelle loro radici più profonde. Il conflitto intellettuale del giacobino Jacopo, combattuto fra l’urgenza di un’azione libertaria e le reali condizioni che sembrano impedirne l’attuazione, è rappresentato con il massimo dell’efficacia drammatica, grazie anche all’eccezionale interlocutore, Parini. Questi viene scelto come guida morale, anche se mai conosciuto personalmente da Foscolo.

“Il meglio è vivere come que’ cani senza padrone a’ quali non toccano né tozzi né percosse. Che vuoi tu ch’io accatti protezioni ed impieghi in uno stato ov’io sono reputato straniero, e d’onde il capriccio d’ogni spia può farmi sfrattare? Aggrappandomi sul dirupo della vita, seguo un lume ch’io scorgo da lontano e che non posso raggiungere mai. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto. Mi parlò a lungo della sua patria: fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Narrai a quel grande italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que’ genii celesti i quali par che discendano ad illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro. Ma l’unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo è la speranza di tentare la libertà della patria. Egli sorrise mestamente. Chiunque s’intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia, disse”.
“Io odo la mia patria che grida: ‘Scrivi ciò che vedesti. Manderò la mia voce dalle rovine e ti detterò la mia storia. Le genti s’ammaestreranno nelle mie disavventure. Il tempo abbatte il forte: e i delitti di sangue sono lavati nel sangue”.

Lettera da Ventimiglia: lo spettacolo grandioso dei confini d’Italia presso Ventimiglia, aspri macigni, vette, nevi e tramontana fa da sfondo all’ultima perorazione sulla sciagura della patria e sul destino dell’uomo. Il pessimismo storico di Foscolo si esprime qui nella forma più lucida e disincantata: le passioni tumultuose della lettera pariniana si sono placate e Jacopo ha davanti a sé la visione apocalittica della storia umana, dove un oscuro meccanismo produce di continuo tirannidi e rivoluzioni, in una fatale catena di sangue.
“I tuoi confini, o Italia, sono questi; ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte della pertinace avarizia delle nazioni. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? Miseri! Noi andiamo ognor memorando la libertà, e la gloria degli avi le quali più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E forse verrà giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri”.
“Pare che gli uomini sieno i fabbri delle proprie sciagure, ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente ai destini. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro gl’invasori vendetta, ma la mia voce si perde tra il fremito di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, manomettevano gl’Iddii dei vinti, incatenavano principi e popoli liberissimi, finchè non trovando più dove insanguinare i lor ferri li ritorcevano contro le proprie viscere. Il mondo è una foresta di belve. La fame, i diluvi, e la peste sono nella natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno veggente: così forse le sciagure di questo globo apprestano la felicità di un altro”.
“Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare nel sonno eterno della morte”.

Ultimi frammenti: gli ultimi frammenti dell’Ortis sono brevi monologhi: l’eroe è ormai sempre più solo con il suo dramma e assillato dall’urgenza del suicidio, visto come unico atto liberatorio possibile. Ma del suicidio vero e proprio siamo informati solo dalle parole dell’amico editore.
“Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo, e sorrido: qui; in mezzo a questo cuor palpitante…e sarà tutto compiuto”.

Poesie: escono per la prima volta nel 1802 nel “Nuovo Giornale dei Letterati”. Il numero ridotto di componimenti, 14 (12 sonetti e 2 odi) rappresenta un’autobiografia eroica, che culmina nella rinuncia alla poesia, una volta cadute le idealità giovanili, cioè l’amore e l’impegno politico e civile. Questa ferma rivendicazione e volontà eroica richiama Vittorio Alfieri. La lezione di Parini si avverte particolarmente nelle odi. I classici appaiono soprattutto come maestri di moralità, degni di essere citati per le ardue massime nelle quali riconoscere il senso ultimo e più profondo delle vicende umane.

Alla amica risanata (ode, 1802-1803): composta in occasione della malattia che aveva colpito Antonietta Magnani Arese, la donna amata da Foscolo. Rifiorisce la salute e la bellezza della donna, che di nuovo si adorna per le feste notturne, che si abbandona alla danza. A metà dell’ode si colloca una strofa cerniera: le Grazie rimproverano chi ricorda alla donna l’effimera durata della bellezza. Seguono tre esempi di donne mortali divinizzate: Artemide, Fellona e Venere.
“Sorgon tue dive membra dall’egro talamo, e in te beltà rivive. Quando balli disegni, e l’agile corpo all’aure fidando, ignoti vezzi sfuggono dai manti. All’agitarti lente cascan le trecce”.

Alla sera (sonetto): il tema del sonno come espressione di pace, di tregua dagli affanni della vita, ispirò molti sonetti del ‘500. Il preromanticismo aveva dato grande spazio alle scene notturne, sfondo di visioni o di passioni infelici. Ma questo sonetto è diverso: il lucido sguardo a quel “nulla eterno” verso cui precipita la breve, affannosa vita umana e in cui finalmente si placa ogni tormento ci riporta al tema del tempus edax, il tempo divoratore epicureo.
“Forse perché della fatal quiete / tu sei l’immago a me si cara vieni / o Sera! …Le secrete vie del mio cor soavemente tieni. / Vagar mi fai co’ miei pensier…al nulla eterno; e intanto fugge questo reo tempo…/ E mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”.

A Zacinto (sonetto): Zacinto si specchia nelle onde del mare che vide nascere Venere, e la dea illuminò quelle isole con il suo sorriso, così che Omero fu indotto a cantarne la bellezza e il viaggio avventuroso di Ulisse, che approdò infine all’isola natale di Itaca.
La trama delle analogie si espande così dalla geografia al mito, e Zacinto si rivela, più che un luogo della memoria, un luogo o “il luogo” della poesia, segno della misteriosa predestinazione del poeta. Nell’ultima terzina, bruscamente, la realtà si sostituisce al mito: per Foscolo non ci sarà ritorno, ma esilio perpetuo e morte in terra straniera.
“Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque / Zacinto mia…Tu non altro che il canto avrai del figlio, / o materna mia terra”.

In morte del fratello Giovanni: fu composto per ultimo, per il fratello morto a Venezia nel 1801 in circostanze misteriose. Volontario delle milizie cisalpine, è probabile l’ipotesi del suicidio dovuto a debiti di gioco e al clima di sospetto generato dalla spartizione di denaro dalla cassa di guerra.
“Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo / di gente in gente, me vedrai seduto / su la tua pietra, o fratel mio, gemendo / il fior de’ tuoi gentili anni caduto. / La madre parla di me col tuo cenere muto…e prego anch’io nel tuo porto di quiete. / Questo di tanta speme oggi mi resta!”.

Alla musa: è il sonetto di commiato dalla stagione poetica, una stagione di delusioni e dolori allietata però dal dono inestimabile della poesia. Da qui però anche l’oraziana fiducia nella poesia, nella paziente operosità del poeta, è ridotta al silenzio.
“Pur tu copia versavi alma di canto / su le mie labbra un tempo, Aonia Diva /…E tu fuggisti…tu pur mi lasci alle pensose membranze, e del futuro al timor cieco. / Però mi accorgo…che mal possono sfogare rade, operose / rime il dolor che deve albergar meco”.

Che stai? già il secol l’orma ultima lascia…: la fatidica fine del secolo impone il bilancio di una esperienza esistenziale e dell’attività poetica, mentre si apre davanti un futuro incerto e oscuro, dove non più la Musa, ma le “fatiche dotte” potranno accompagnare il poeta e forse assicurargli la gloria.
“Figlio infelice, e disperato amante, / e senza patria…che stai? breve è la vita, e lunga è l’arte; / a chi altamente oprar non è concesso / fama tentino almen libere carte”.

Dei sepolcri (1803-07): l’occasione dei Sepolcri fu offerta dall’editto napoleonico di Saint-Cloud del 1804: con esso si proibiva la tumulazione delle salme entro l’abitato dei comuni, e si ordinava che le lapidi erette a spese dei parenti non fossero poste nel luogo dove il defunto era sepolto, affinché il terreno restasse libero per successive inumazioni. Questi provvedimenti, dettati da ragioni igieniche ed ideologiche di tipo egualitario, rendevano le visite dei familiari alle tombe assai disagevoli e il morto veniva privato non solo di distintivi nobiliari, ma anche di una lapide identificativa.
Questo il contenuto del carme: da un punto di vista strettamente individuale, il sepolcro non porta nessun beneficio al defunto: la protezione marmorea, le piante e i fiori che lo ornano non possono recare sollievo dopo che l’incanto della vita è svanito per sempre. E’ destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa nel suo fluire perenne.
Tuttavia, se è vero che anche la tomba deve scomparire, perché l’uomo, prima che ciò avvenga, dovrà privarsi di una residua, anche se illusoria, parvenza di vita dopo la morte? Egli infatti continua a vivere anche sottoterra se i suoi parenti e i suoi amici, dedicandosi al culto della tomba, alimentano il vincolo affettivo che li legava. Questo legame sentimentale è un dono soprannaturale, poiché tramanda la presenza dell’uomo oltre i limiti dell’esistenza terrena.
Una nuova legge, l’editto napoleonico di Saint-Cloud, vuole ora negare questo valore al sepolcro. Così Parini giace in un cimitero abbandonato. Il discorso si allarga quindi ad una prospettiva più vasta. Dal giorno in cui gli uomini si organizzarono in società, le tombe divennero testimonianza della gloria della nazione e luogo sacro per i discendenti.
Il culto delle tombe, insomma, non solo mantiene in vita e alimenta gli affetti privati, ma accende anche l’amore di patria e il desiderio di imprese valorose. Ma poiché tale sentimento può esprimersi solo in un regime di libertà, dove invece regnano tirannide, e paura, i sepolcri sono inutili manifestazioni di sfarzo e funerei richiami alla paurosa realtà della morte. I ceti più influenti, che reggono le sorti del Regno d’Italia, per esempio, non solo sono indegni di gloria e rimpianto dopo morti, ma sono praticamente morti già vivi, e la loro unica lode sono gli stemmi gentilizi.
Le urne degli uomini valorosi possiedono un alto valore civile in quanto destano un nobile desiderio di emulazione e rendono bella e illustre , agli occhi dei forestieri, la terra che le accoglie. La rassegna degli illustri italiani sfocia nell’esaltazione di Firenze, patria di Dante e Petrarca, e sede di un monumento, Santa Croce, che sembra preannunciare il riscatto e l’unità nazionali.

Le Grazie: poema incompiuto, è stato iniziato nel 1803. La complessa creazione si può dividere in tre fasi: la prima, quella degli esperimenti preliminari, di cui fanno parte i quattro frammenti inseriti nel commento alla Chioma di Berenice e i 13 versi a Zacinto.
La seconda, in cui nasce il progetto di un carme tripartito, dedicato a Venere, Vesta e Palladi, di cui il poeta comincia ad elaborare alcuni frammenti sparsi.
La continua esigenza di aggiunte si traduce però in una pericolosa lievitazione della tela del lavoro: d’altro canto i tempi non sono più propizi al necessario raccoglimento. Nel 1814 Napoleone abdica e si apre per Milano e per l’ex Regno italico una fase di estrema incertezza.
L’incertezza e l’esilio inglese crearono una frattura insanabile. Non fu più messa mano al lavoro. Del poema rimangono dunque molte carte confuse e laboriosissimi abbozzi.
Il poema è una storia fantastica dell’umana civiltà nel suo progresso. I tre inni sono dedicati rispettivamente a Venere (“la bella natura apparente”), Vesta (“custode del fuoco eterno che anima i cuori gentili”) e Palladi (“la dea delle arti consolatrici della vita e maestra degli ingegni”).
Nel primo inno si narra l’origine delle Grazie e i primordi della civiltà umana; nel secondo si assiste al sacrificio del poeta alla Grazie e a una ricostruzione fantastica della civiltà di Firenze, nuova culla della poesia italiana; il terzo inno è riservato alla lavorazione del Velo che dovrà preservare le Grazie dalle insidie delle passioni umane (impersonate da Amore) e garantire loro la purezza e la perfezione, simbolo del sereno distacco contemplativo che costituisce uno dei temi di fondo del poema.

I. I frammenti inseriti nel commento alla Chioma di Berenice: Il convito di Venere: i pochi frammenti sono presentati da Foscolo quali traduzioni da un presunto inno greco alle Grazie. Nei primi due frammenti troviamo il tema del convito degli dei. E’ suggestiva la presenza di elementi e particolari prediletti da Foscolo, come le chiome intrise d’ambrosia e grondanti d’acqua, le Ore intente a sciogliere i cavalli. L’immaterialità celeste della scena è data dal predominio di acqua (“molli…onda”, “risciacquando…spuma”), aria e profumi (“odorata…aura”, “venti”).
“Apollo…a lui furtive sorridean di Anfriso, / de’ pastorali amor conscie le Ninfe”.

La discesa di Giove: è un frammnento che risente della “raffinatezza de’ poeti latini” più che della “nobile semplicità Omerica”. Si dipinge Giove che scende al convito apprestato da Venere in Tempe.
“Scendeva in terra fra l’ambrosie tazze / Giove dell’universo animatore. / Rizzarsi i Numi, e Venere riverente / cedergli il loco; armonizzar le lire / s’udiano allor le vergini Muse…/ Giove padre sorrideva, e in lui / con gli occhi intenta, l’aquila posava”.

II. Le prime redazioni dell’Inno: la prima forma unitaria raggiunta dalle Grazie, e cioè la redazione dell’inno unico, databile all’inizio della primavera del 1813, rappresentava la prima tappa di un lavoro già lungo e complesso. Di questa preistoria sono testimonianza i primi due frammenti che proponiamo.

La Vergine romita: l’armonia delle note che una vergine solitaria trae dal suo cembalo e che d’improvviso recano all’animo ricordi d’amore doveva essere paragonata alla melodia della suonatrice d’arpa (nucleo tematico all’Inno secondo). Ma proprio la saldatura di questo spunto felice alla trama dell’inno riesce difficile. Foscolo tentò più volte ma alla fine si arrese.
“Nel chiostro vergine romita…la splendente luna e il silenzio delle stelle adora”.
“Scorrono più lente / sovra i tasti le dita, e d’improvviso / quella soave melodia…ne’ vocali alvei del legno / flebile e lenta all’aure s’aggira”.

L’alba sul Lario: “Molle il flauto si duole / d’innamorati giovani e di ninfe / su le gondole erranti; e dalle sponde / lietissimo specchiandosi nell’onde / risponde il pastorel con la sua piva…stupefatto perde le reti il pescatore ed ode”.

III. Il Quadernone: Dall’inno primo: “Le Grazie, Carme ad Antonio Canova” – “Inno primo, Venere”.
“Cantando o Grazie degli eterni pregi / di che il cielo v’adorna, e della gioja / che vereconde voi date alla terra, / belle vergini! a voi chieggio l’arcana / armoniosa melodia pittrice / della vostra beltà; sì che all’Italia / afflitta di regali ire straniere / voli improvviso a rallegrarla il carme”.
“Al vago rito, vieni, o Canova, e agl’inni. Venere, perchè clemente a noi, che mirò afflitti / travagliarci, e adirati, un dì la santa / apparì con le Grazie; e le raccolse / l’onda Ionio primiera /…ivi fanciullo la Deità di Venere adorai. / Sacra città e Zacinto. Eran suoi templi / sacri al tripudio di Diana…Bella è Zacinto. A lei versan tesori / l’angeliche navi; a lei dall’alto manda / i più vitali rai l’eterno sole. / Candide nubi a lei Giove concede / e selve ampie d’ulivi…/ Splendea tutto quel mar quando sostenne / su la conchiglia assise, e vezzeggiate / dalla Diva le Grazie”.

Il Silvano: il lungo passo ha la funzione di rievocare l’arte del Boccaccio (“or vive un libro / dettato dagli Dei”). A ciò si accompagna però un monito (dettato dai pregiudizi morali del tempo) alla “damigella” che oserà porvi mano: essa smarrirà il pudore e non sarà più cara alle Grazie e a chi le “Grazie ha in core”.
“Dioneo, re del drappello, le Grazie afflisse”. Dioneo è uno dei dieci novellatori, con idee non convenzionali in materia d’amore e che narra di tradimenti delle donne ai danni dei mariti.

IV. Il velo delle Grazie: i versi del Velo rappresentano Pallade con le Grazie ed altre dee minori intente a tessere la protezione con cui le stesse Grazie potranno tornare nel mondo, difese dalle passioni umane. Lo scenario incantato che fa da sfondo all’episodio è offerto dal mito di Atlantide.
“Isola è in mezzo all’ocean là dove / sorge il più curvo degli astri (l’equatore)…immensa terra, un dì beata / d’eterne messi”.

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