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Torquato Tasso (Sorrento 1544 – Roma 1595)

Introduzione: con la pace di Caveau-Cambresis (1559) e il Concilio di Trento (1545-63) si apre un periodo di crisi nelle istituzioni politiche e nella vita intellettuale italiana. L’accordo fra Francia e Spagna afferma la “servitù totale d’Italia” all’immenso impero spagnolo. Le corti di Urbino e Ferrara, sotto l’eleganza dei costumi, nascondevano una situazione politica precaria, che le portò a sgretolarsi e ad essere inglobate nella giurisdizione della Chiesa (1631 e 1598).

Biografia: trascorse nel Regno di Napoli una infanzia breve e sfortunata: il padre Bernardo lo abbandonò, poi dopo un biennio (1552-54) alla scuola gesuitica di Napoli, i due si ricongiunsero a Roma. Appena adolescente, Tasso seguì il padre presso le corti di Ravenna, Pesaro e Urbino, dove ricevette una educazione raffinata e colta.

Giunto a Padova nel 1560, vi cominciò gli studi di diritto (con un biennio anche a Bologna) ma ben presto li lasciò a favore di letteratura e filosofia.
Nel 1565 iniziò la sua carriera di cortigiano, fino al 1572 al servizio del cardinale Luigi d’Este, quindi poi del fratello Alfonso II a Ferrara. Nel 1575 concluse la Gerusalemme Liberata, ma i dubbi di revisori, letterati ed ecclesiastici lo portarono ad autoaccusarsi di eresia davanti agli inquisitori di Bologna (1575) e Ferrara (1577).
Sempre più insofferente della vita di corte, Tasso iniziò una serie di maldestre trattative per passare sotto i Medici a Firenze, poi ebbe una esplosione di follia persecutoria nel 1577 e cominciò a pellegrinare a Sorrento, Urbino, Torino e ancora Ferrara. Qui inveì contro la corte e venne arrestato e messo alla catena come pazzo (1579-86).
Riparato a Mantova, Tasso riprese il suo inquieto peregrinare: Bergamo, Roma (a rendere omaggio al nuovo papa Innocenzo IX)…qui infine morì alla vigilia dell’incoronazione poetica.

Le opere. Rime: la lirica tassiana è intesa come introspezione, ma anche come un elegante omaggio cortigiano. Le situazioni sentimentali, petrarchiste, sono volutamente ristrette in una concezione galante dell’amore e della donna, che mette sullo stesso piano le donne effettivamente amate dal poeta e le gentildonne della corte.
Tasso, mirando al “parlar armonico”, cioè a un ideale di tersa musicalità, usa una lingua nuova, alla cui formazione concorrono latinismi, dantismi e lombardismi.
A essere diffuse non furono le versioni autorizzate del poeta, ma per esempio la “Scelta delle rime” del 1582 dell’amico Battista Guarini, tipograficamente splendida.

Su l’ampia fronte il crespo oro lucente: il sonetto è dedicato alla 15enne ferrarese Lucrezia Bendidio, cantante alla corte estense e conosciuta ai bagni d’Abano nel 1561. Si tratta di una variazione sul tema, stilnovista e poi petrarchesca, dell’innamoramento attraverso gli occhi. La voce della donna infatti ha utilizzato le orecchie per ferirne il cuore.
“Ahi come è stolto / sguardo, ch’en lei sia d’affisarsi ardito. Ma de l’altro periglio non m’accorsi, che mi fu per l’orecchie il cor ferito”.

Ne gli anni acerbi tuoi purpurea rosa (1575): il sonetto è dedicato alla bellezza non più adolescente di Lucrezia d’Este. Il tema della caducità della bellezza femminile, paragonata alla rosa, è classico: trattato da Catullo, Properzio e Ovidio, fu ripreso in età umanistica da Pontano. La tradizionale metafora del fiorire/sfiorire della donna, in Tasso è tuttavia galantemente rovesciata nella lode della maturità, a scapito della giovinezza.
“Or la men verde età nulla a te toglie; / né te, in manto adorno giovinetta beltà vince o pareggia. / Così più vago è’l fior poi che le foglie / spiega odorate, e’l sol nel mezzo giorno / via più che nel mattin, luce e fiammeggia”.

Vecchio et alato dio, nato co’l sole (1579-81): questo sonetto è un esempio altissimo di lirica introspettiva. I temi del passare del tempo, del confronto tra passato e presente e tra epoche diverse della propria tormentata esistenza, sono trattati da Tasso con vigore e efficacia.
“Tu, che distruggi le cose e rinnovelle, la verità traggi dal fondo, dov’è sommersa: e senza velo od ombra, ignuda e bella a gli occhi altrui si mostri”.

Ne i vostri dolci baci: sul tema del bacio e dell’ape, Tasso compose, a partire dall’Aminta, varie rime. In questo madrigale si gioca argutamente sull’opposizione di dolcezza e asprezza amorosa.
“Ne i vostri dolci baci / de l’api è il dolce mele, / e vi è il morso de l’api anco crudele. / Dunque addolcito e punto, / da voi parto in un punto”.

Gerusalemme liberata: iniziato a Padova tra il 1564 e il 1565 e compiuto a Ferrara nell’aprile del 1575, il nuovo poema, in venti canti, accorda come da premesse teoriche dei “Discorsi dell’arte poetica”, il principio aristotelico della verosimiglianza con la piacevolezza dei romanzi cavallereschi, allora particolarmente cari alla corte ferrarese.
Nel poema viene rispettata l’unità di tempo e di luogo dei poemi epici classici, la prescritta fedeltà alla storia, ma la “favola”, o trama principale, è resa gradevole dall’introduzione di una molteplicità di episodi minori di stampo favolistico o “maraviglioso”. Lo stile è magnifico, ovvero intermedio fra il tragico e il lirico, costituito da concetti elevati, di periodi lunghi e complessi e di figure retoriche amplificanti o stupefacenti. Il lessico, composto di parole arcaiche o straniere, è di grande raffinatezza. L’uso di fonti storico-geografiche è curato.
Secondo Tasso il poema epico doveva essere una immagine dell’universo, un “picciol mondo” che riflette in sé l’unità e la varietà del reale. Nel poema il piacere si mostra illusorio, la gloria è un pallido sogno, gli eventi sono soggetti al capriccioso mutare della fortuna, la gioia è costantemente minacciata dal dolore, e l’impresa cristiana può suscitare orrore, mentre, all’estremo opposto, è circondata da umana simpatia quella saracena.

La trama: si narra la nomina di Goffredo di Buglione a generale dell’esercito crociato, da sei anni in Oriente. Mentre il re saraceno di Gerusalemme si prepara all’assedio cacciando i cristiani dalla città, il re d’Egitto, suo alleato, cerca invano di dissuadere i cristiani dall’azione. Intanto Plutone, per opporsi alla pia impresa, raduna i demoni in un consiglio cui interviene anche la maga Armida, che con le sue arti tenta di irretire i principi cristiani. Sedizioni e combattimenti, ispirati dalle forze infernali, agitano l’esercito cristiano che prepara l’assalto a Gerusalemme. Clorinda di frenare l’offensiva cristiana, ma è uccisa in duello da Tancredi. I crociati ricorrono al vecchio di Ascalona, che indica loro come liberare Rinaldo dalla prigione di Armida. Nel frattempo a Gaza si raccoglie l’esercito del re d’Egitto e Goffredo sferra un secondo attacco alla città.
Valfrino, scudiero di Tancredi, trova a Gaza Erminia, che gli rivela l’esistenza di una congiura ai danni di Goffredo. A Gerusalemme confessa infine il suo amore a Tancredi, ferito nel duello che è costato la vita ad Argante. Dopo un’aspra battaglia, Gerusalemme cade in mano cristiana. Il poema si chiude con l’adorazione del Santo Sepolcro.

L’esordio del poema: “Canto l’arme pietose e ‘l capitano / che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo. O Musa, spira al petto mio celesti ardori, / e rischiara il mio canto. Tu, magnanimo Alfonso, il qual ritogli / al furor di fortuna e guidi in porto / me peregrino errante…/ queste mie carte in lieta fronte accogli”.

“Goffredo scacciar desia de la santa città gli empi pagani. Vede in Baldovin cupido ingegno, vede Tancredi aver la vita a sdegno, scorge in Rinaldo animo guerriero…Dunque, gli eroi compagni a ragunarsi invita”.

La fuga di Erminia: una lunga digressione romanzesca introduce la terza eroina pagana, dopo la guerriera Clorinda e la seduttrice Armida: è Erminia, principessa d’Antiochia segretamente innamorata di Tancredi. Al calar della notte, si interrompe il duello tra il circasso Argante e il cristiano Tancredi. Erminia, che dall’alto di una torre ha seguito angosciata, per tutto il giorno, il combattimento, sogna di potersi infiltrare nel campo cristiano per curare l’eroe ferito.
Indossa quindi l’armatura della guerriera Clorinda, sua intima amica, ed esce travestita da Gerusalemme ingannando i custodi delle porte. Ma, mentre attende ansiosa che il suo scudiero la introduca nella tenda di Tancredi, un raggio lunare colpisce l’insegna e le candide armi che indossa; da tutti creduta Clorinda, è inseguita sia da un drappello cristiano guidato da Poliferno, sia da Tancredi, illusosi di poter finalmente raggiungere l’amata guerriera.
“I’ bramo non possibil cosa / e tra folli pensier in van m’avolgo / io mi starò qui timida e dogliosa / com’una pur del vil femmineo volgo. / Ah non starò: cor mio, confida ed osa”.
“Io guerreggiar non già, vuò solamente / far con quest’armi un ingegnoso inganno: / finger mi vuò Clorinda; e ricoperta / sotto l’imagin sua, d’uscir son certa…Or favorisca l’innocenti frodi / Amor che le m’inspira e la Fortuna”.
“Così tutta di ferro intorno splende. Gode Amor, e tra sé ride, / come allor già ch’avolse in gonna Alcide”.
“Ella impaziente spingesi al fine inanti, e comincia a discoprir le tende. / L’armi sue terse il bel raggio celeste / co’l bel candor che le circonda e veste,…/ come volle sua sorte, assai vicini / molti guerrier disposti avean gli agguati…/ Il giovin Poliferno, a cui fu il padre / su gli occhi suoi già da Clorinda ucciso / contra le irritò l’occulte squadre / gridò: ‘Sei morta!’, e l’asta in van panciolle…Fugge Erminia infelice”.
“Tancredi pensa: ‘Forse a me venia cortese e ‘n periglio è per me’. E monta a cavallo e tacito esce e presto”.

Erminia fra i pastori: dopo un giorno e una notte di affannosa fuga, Erminia, come Angelica, perviene a una fiumana, dove si addormenta “come pargoletto battuto lacrimando”. Al suo risveglio si accorge di essere immersa in uno scenario pastorale idillico, dove il suo spirito addolorato e sbigottito potrà trovare alfine riposo. Le parole del vecchio pastore calmeranno, difatti, la fanciulla, ma introducendola a coltivare, con voluttuosa malinconia, il ricordo “dei suoi strani ed infelici amori”. Tra “lacrimette e sospiri” Erminia scompare agli occhi dei lettori fino al penultimo canto.
“Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno / errò senza consiglio e senza guida / non udendo o vedendo altro d’intorno / che le lagrime sue, che le sue strida…/ non cessa Amor con varie forme / la sua pace turbar mentre ella dorme”.

La morte di Clorinda: il canto XII narra la sortita notturna dei campioni pagani Clorinda ed Argante per incendiare la grande torre mobile dei cristiani, “primo terror de le nemiche genti”. Compiuta l’audace impresa, la coppia tenta di riguadagnare la città, ma Clorinda, attardatasi in combattimento, rimane chiusa fuori dalle mura. Inseguita da Tancredi, che non riconosce in lei la fanciulla amata, è da lui uccisa in duello: grande è il dolore dell’eroe cristiano.
“Fuor del vallo nemico accesi mira / i lumi; io là n’andrò con ferro e fuoco / e la torre arderò”.
“Stupisce Argante…’Tu là n’andrai, e me negletto qui lascerai tra la volgare gente? No, no; se fui ne l’arme a te consorte, esser vò ne la gloria e ne la morte”.
“Poiché la gran torre in sua difesa / d’ogni intorno le guardie ha così folte / che da poche mie genti esser offesa / non pote, e inopportuno è uscir con molte, / la coppia che s’offerse a l’alta impresa”.
“Escon notturni e piani, e per lo colle / uniti vanno e passo lungo e spesso / tanto che a quella parte ove s’estolle / la machina nemica omai son presso. / Lor s’infiamman gli spirti, e ‘l cor ne bolle / gli invita al foco, al sangue, un fero sdegno. / Grida la guardia, e lor dimanda il segno. / Essi van cheti inanzi, onde la guarda / ‘A l’arme! A l’arme!’ in alto suon raddoppia; / ma più non si nasconde e non è tarda / al corso allor la generosa coppia…E forza è pur che fra mill’arme e mille / percosse il lor disegno al fin riesca. / Scopriro i chiusi lumi, e le faville / s’appreser tosto a l’accensibil esca, ch’a i legni poi l’avolse…Vedi globi di fiamme oscure / fra le rote del fumo in ciel girarsi”.
“Due squadre de’ cristiani intanto al loco / dove sorge l’incendio accorron pronte. / Minaccia Argante: ‘Io spegnerò quel foco / co’l vostro sangue’”.
“Aperta è l’aurea porta…saltano i due su’l limitare, e ratto / diretro ad essi il franco stuol v’inonda / ma l’urta e scaccia Solimano; e chiusa / è poi la porta, e sol Clorinda esclusa”.
“Tancredi è sorgiunto…vi giunse allor ch’essa Arimon uccise: vide e segnolla, e dietro a lei si mise. Vuol ne l’armi provarla…Tre volte il cavalier la donna stringe / con le robuste braccia, ed altrettante / da que’ nodi tenaci ella si scinge…Ma ecco omai l’ora fatale è giunta / che ‘l viver di Clorinda al suo fin deve. / Spinge egli il ferro nel bel sen di punta / che vi s’immerge e ‘l sangue avido beve; e la veste e le mammelle l’empie d’una caldo fiume. Ella già sente / morirsi, e ‘l piè le manca egro e languente”.
“Ella, mentre cadea, disse le parole estreme: ‘Amico, hai vinto: io ti perdon…’. / La fronte ancor non conosciuta sciolse e scoprio. / La vide, la conobbe, e restò senza / e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza!”.
“Odi, Gierusalem, ciò che prometta / Argante; odi ‘l tu, Cielo; e se in ciò manco, / fulmina su ‘l mio capo: io la vendetta / giuro di far ne l’omicida franco, / che per la costei morte a me s’aspetta, / né questa spada mai depor dal fianco / insin ch’ella a Tancredi il cor non passi / e ‘l cadavere infame a i corvi lassi”.

Rinaldo e Armida: i crociati Carlo e Ubaldo, partiti alla ricerca dell’eroe Rinaldo, giungono, su indicazione del mago di Ascalona, nelle isole Fortunate (Canarie). Qui si trova il giardino e il palazzo dove Armida, la bellissima maga inviata da Plutone nel campo cristiano per sedurne i cavalieri, tiene prigioniero l’innamorato Rinaldo. Nel canto XVI si descrive il giardino di Armida, l’abito e la vita di Rinaldo e la sua liberazione invano osteggiata da Armida.
“Il bel giardin s’aperse; / acque stagnanti, mobili cristalli, / fior vari e varie piante, erbe diverse, / apriche collinette, ombrose valli…par che la terra e l’acqua e formi e spiri / dolcissimi d’amor sensi e sospiri”.
“L’uno di servitù, l’altra d’impero / si gloria, ella in se stessa ed egli in lei”.
“Intanto Ubaldo oltre ne viene, e cominciò parlando allora: ‘Va l’Asia tutta e va l’Europa in guerra: te solo, fuora dal mondo, in ozio…Qual sonno o letargo ha sopita la tua virtute?’”.
“Tacque, e ‘l nobil garzon restò per poco / spazio confuso e senza moto e voce. / Ma poi che diè vergogna a sdegno loco / sdegno guerrier de la ragion feroce / e ch’al rossor del volto un nuovo foco successe…ed affrettò il partire, e de la torta / confusione usciì del labirinto”.
“Intanto Armida mormorò profane note con la bocca immonda…Ora negletta e schernita in abbandono / rimasa, segue pur chi fugge e sprezza…’Non aspettar ch’io preghi / crudel, te, come amante amante deve. / Tai fummo un tempo…Se m’odi, godi pur d’esso…T’ingannai, t’allettai nel nostro amore; / empia lusinga certo, iniquo inganno, / lasciarsi còrre il virginal suo fiore, / far de le sue bellezze altrui tiranno!”.

Discorsi dell’arte poetica: sono un’opera giovanile, quasi un diario di lavoro privato, scritti “per ammaestramento di se stesso”, senza voler “diminuire in alcuna parte di quell’autore (Aristotele), ma cercar la verità, e trovar la diritta strada del poetare, da la quale molto hanno traviato i moderni poeti”.
L’operetta è divisa in tre libri, rispettivamente dedicati alla materia, alla forma e all’ornamento confacenti al poema eroico. Tasso afferma la propria preferenza per la materia storica, cristiana o ebrea, rispetto a quella pagana e fantastica, in quanto più atta, la prima, a suscitare immedesimazione e diletto. Quanto alla forma, la favola, viene affermato il principio dell’unità nella varietà, quasi che il poema debba proporsi come un piccolo cosmo, immagine del mondo, che tante e così diverse cose nel grembo richiude, benché sia una la forma e l’essenza sua.
Riguardo all’elocuzione, Tasso accetta la tripartizione degli stili per delineare le componenti ideali dello stile sublime, intermedio fra “la semplice gravità del tragico e la fiorita vaghezza del lirico”: nobile, letterario e musicale, aperto agli arcaismi e ai prestiti stranieri, retoricamente e foneticamente calibrato.

Le sette giornate del mondo creato (1592-94): è un poema sacro in endecasillabi sciolti, diviso nelle sei giornate della creazione, a cui segue quella del riposo e della contemplazione. Vuole essere l’equivalente cristiano del De rerum natura lucreziano. Le immagini di Dio e gli inni alla perfezione della creazione e al suo ordine provvidenziale, tutte le infinite apparenze del cosmo, sono temi sacri e biblici, che però ricevono una nuova dignità letteraria e scientifica.

La creazione degli animali: la quinta giornata illustra un passo del Libro della Genesi: “Dio disse: ‘Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo’”. Dopo la rassegna dei pesci e dei rettili, sono descritti i costumi degli uccelli, additati come esempi di solidarietà civile, di amore filiale, di pietà materna e coniugale, secondo uno schema pedagogico di natura decisamente ecclesiastica.

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