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Tasso, Torquato - Gerusalemme Liberata, proemio

Appunto comprensivo di una dettagliata parafrasi del Proemio della "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso

E io lo dico a Skuola.net
Proemio

Canto l’arme pietose e ‘l capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò co ‘l senno e con la mano,
molto soffrì nel glorioso acquisto;
e in van l’Iferno vi s’oppose, e in vano
s’armò d’Asia e di Libia il popol misto.
Il Ciel gli diè favore, e sotto a i santi
segni ridusse i suoi compagni erranti.

Canto le armi pie (pietose, nel senso di devote, poste al servizio della fede) e il comandante (Goffredo di Buglione) che liberò il grande (misura d’importanza) sepolcro di Cristo.
Egli molto si adoperò con la ragione e con la mano (mise a disposizione la sua saggezza e la sua abilità come condottiero), soffrì molto per la conquista di Gerusalemme e invano il demonio si oppose a tale conquista come anche vana fu l’opposizione delle popolazioni della Libia (gli Egiziani) e dell’Asia (con l’espressione « popolo misto» si vuol indicare i mussulmani uniti per contrastare l’avanzata dell’esercito cristiano).
Il cielo (le forze celesti) gli diede il suo appoggio e ricondusse (il cielo è sempre il soggetto della frase) i suoi compagni (di Goffredo) che avevano perduto la retta via ( l’aggettivo «erranti» indica il vagare dello spirito, lontano dagli insegnamenti religiosi, e la distrazione degli uomini dall’impegno militare al servizio del Santo Sepolcro.) sotto la croce cristiana (i santi simboli).


O Musa, tu che di caduchi allori
non circondi la fronte in Elicona,
ma su nel cielo infra i beati cori
hai di stelle immortali aurea corona,
tu spira al petto mio celesti ardori,
tu rischiara il mio canto, e tu perdona
s’intesso fregi al ver, s’adorno in parte
d’altri diletti, che de’ tuoi, le carte.

Oh, Musa (la musa di Tasso è la musa cristiana), tu che non circondi la fronte di Elicona (il monte sacro alle Muse) con allori destinati a morire (il riferimento è alle liriche pagane), ma su nel cielo tra i cori dei beati hai una corona splendente di stelle immortali, tu ispira al mio cuore un ardore celeste (infondi nel mio cuore la passione della fede), rischiara la mia poesia e perdonami se aggiungo qualcosa che nella realtà non c’era («intesso fregi al ver»), se guarnisco con altre vicende («diletti» nel senso di divagazioni) i fatti storici e religiosi («le carte», ovvero i documenti storici).

Sai che là corre il mondo ove più versi
di sue dolcezze il lusinghier Parnaso,
e che ‘l vero, condito in molli versi,
i più schivi allettando ha persuaso.
Così a l’egro fanciul porgiamo aspersi
di soavi licor gli orli del vaso:
succhi amari ingannato intanto ei beve,
e da l’inganno suo vita riceve.

Tu (musa) sai che là nel mondo pagano le persone sono attratte dai versi e dalle dolcezze della poesia (il Parnaso è il monte sacro ad Apollo, dio della poesia), e che la verità resa in versi languidi, ha convinto, ha catturato, persino i più schivi alle dolcezze della lirica. In questo modo al bambino malato porgiamo i bordi della tazza coperti con liquidi dolci (miele): intanto ingannato (dal sapore dolce del miele) egli beve succhi amari (la medicina), e da questo suo inganno riceve la guarigione.
Quest’ultima similitudine è direttamente ripresa dal De Rerum Natura di Lucrezio. Con essa il Tasso spiega: così come il miele, cosparso sul bordo della tazza, inganna il bambino malato ad ingoiare la medicina benefica, altrimenti troppo amara, la poesia è un ” dolce” veicolo per i valori religiosi, indispensabili per la sopravvivenza dello spirito.


Tu, magnanimo Alfonso, il qual ritogli
al furor di fortuna e guidi in porto
me peregrino errante, e fra gli scogli
e fra l’onde agitato e quasi absorto,
queste mie carte in lieta fronte accogli,
che quasi in voto a te sacrate i’ porto.
Forse un dì fia che la presaga penna
osi scriver di te quel ch’or n’accenna.

Tu, generoso (perché mi hai accolto) Alfonso (Alfonso II D’Este, duca di Ferrara), che mi hai sottratto alle tempeste del destino e guidi me, peregrino errante, sbattuto e sommerso dalle onde fra gli scogli, in porto e accogli con benevolenza («lieta fronte» sta per viso, espressione benevola) questa mia opera (il poema che si appresta a scrivere) la quale porto e te come fosse consacrata in voto. Forse verrà un giorno in cui la mia penna che presagisce la tua grandezza, la tua gloria, oserà scrivere di te quello che ora (nel poema) accenna.

È ben ragion, s’egli averrà ch’in pace
il buon popolo di Cristo unqua si veda,
e con navi e cavalli al fero Trace
cerchi ritòr la grande ingiusta preda,
ch’a te lo scettro in terra o, se ti piace,
l’altro imperio de’ mari a te conceda.
Emulo di Goffredo, i nostri carmi
intanto ascolta, e t’apparecchia a l’armi.

A ragione, se avverrà mai (unqua) che il buon popolo di Cristo (i cristiani) viva in pace e con navi e cavalli (si riferisce alla Crociata condotta da Alfonso II contro i turchi) sottragga ai Turchi («fero Trace» i Turchi erano Traci perché occupavano Costantinopoli, territorio dell’antica Tracia) il Santo Sepolcro ingiustamente occupato («l’ingiusta preda»), allora che a te venga concesso il potere («lo scettro») sugli eserciti, o se preferisci, l’atro comando quello delle flotte navali. In attesa che questo avvenga, tu Alfonso, emulo di Goffredo, ascolta i nostri componimenti poetici, e preparati a combattere.
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