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3) Le prime due stanze, sintatticamente, sono collegate fra loro attraverso le ripetute negazioni e l'avversativa 'ma' (v. 669) in uno schema 'L'età dell'oro era bella non perché..(della prima strofa), ma per (della seconda)'. Le negazioni non indicano i motivi per cui l'età dell'oro era un periodo splendente, ma delle sue qualità generali (scorreva un fiume di latte e il bosco stillava miele, v.657.658; le terre producevano i loro frutti senza l'intervento dell'uomo v.659-661; i serpenti non erano velenosi e vagavano senza ferocia v.661; il cielo, non oscurato da nuvole, brillava di luce in una primavera eterna vv.662-666; le navi straniere non portavano con sé ne merci ne guerre vv.667-668)

nell'Aminta troviamo alcuni aspetti e stati d'animo propri della cultura libera e laica di inizio Cinquecento. Compito di Tasso è, pertanto, quello di dover tenere insieme la spensieratezza e il piacere del Rinascimento con le esigenze della Controriforma. Nel coro dell'atto primo dell'Aminta, viene celebrata l'Età dell'Oro perduta, indentificata con l'Eden, il Paradiso terrestre. Essa era riconosciuta tale non perché vi era un'eterna primavera, il terreno era capace di dar frutti senza l'intervento dell'uomo, mancavano combattimenti e conquiste, ma soltanto per l'assenza di un "idol d'errori, idol d'inganno" (671), cioè l'Onore (v. 695) (indentificato dallo stesso Tasso con la lettera maiuscola, in quanto personificato), incarnato al suo livello più alto e negativo con l'ambiente cortigiano. Definito ''tiranno di nostra natura'' v.674, esso può indicare anche il senso del peccato e il senso dell'obbligo imposti dalla religione; tanto è vero che lo stesso Tasso sottolinea come nell'Età dell'Oro l'unico precetto fosse: "se ei piace, ei lice" v.681 (cioè se piace, è lecito). Le leggi della morale e dell’onore, hanno imposto un controllo e una regola a tutti quei gesti naturali che nell’età dell’oro si svolgevano liberamente e ora invece hanno perduto la loro primitiva felicità. Tasso, fra essi, celebra soprattutto la nudità dei corpi, esaltando l’amore e la condizione d’innocenza originaria dell’uomo. Infatti a Cupido nell’età dell’oro non servivano frecce e arco (v..684) perché l’amore era istintivo. In questo periodo invece l’amore diventa quasi proibito e anziche essere un dono da celebrare (v.707), diventa un ''furto'' regolato dall’Onore. Per Tasso l’idea di divieto religioso o morale è rimossa, non per la fine dell’età dell’oro, piuttosto per la cultura repressiva della Controriforma. Per questo motivo l’affermazione delle gioie è malinconica e appare caratterizzata più dal rimpianto che dall’abbandono.

Anna Pastone, IVAL

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