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I predicatori e gli scritti sacri

Abbondante fiorì la predicazione in un secolo, come il Seicento, fu ravvivato sentimento religioso, di politica chiesastica intesa alla conquista o riconquista degli animi, di gusto per le manifestazioni spettacolari del culto. E anch’essa fu non solo genericamente “barocca”, ma, assai spesso, specificamente “concettista”, tanto che, secondo il gusto del tempo, se ne fissarono le leggi.
Francesco Panigarola, per esempio, scrisse Del modo di comporre una predica, raccomandando, fra l’altro, di collocare la parte “di meraviglia”, se alcuna ve n’è, alla fine della prima metà; ed Emanuele Tesauro nel Cannocchiale aristotelico teorizzò i cosiddetti “concetti predicabili”, affermando che, a risollevare le sorti dell’eloquenza sacra degenerata in un “buffoneggiare sopra i pulpiti sacri con mimiche rappresentazioni e scede e motti scurrili”, alcuni ingegni spagnoli “trovarono… questa novella maniera d’insegnar dilettando e dilettare insegnando per mezzo di questi argomenti ingegnosi, detto vulgarmente concetti predicabili, che con mirabili e nuove e metaforiche riflessioni sopra la Scrittura Sacra e sopra i Santi Padri, abbassando le dottrine difficili alla capacità degl’ignoranti e innalzando le basse e piane alla sfera de’ dotti… piacciono e pascono ugualmente i piccoli e i grandi, i nobili e i plebei”.

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