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Giovan Battista Marino (Napoli 1569 – 1625): la poesia concettista

Introduzione: la lirica barocca italiana venne indicata sin dal ‘700 col termine complessivo di “marinista”, dal nome del suo poeta più rinomato. La corrente letteraria del ‘5-600, che voleva rinnovare la lirica mediante il ricorso al meraviglioso, allo strano e allo sbalorditivo, e a cui partecipò lo stesso Marino, è indicata invece mediante la categoria retorica e stilistica contemporanea di poesia “concettista”. Marino si fece interprete dell’insofferenza tardocinquecentesca contro i canoni di equilibrio, regolarità e compostezza rinascimentali.

Biografia: nato da una famiglia medio-borghese, viene indirizzato dal padre giureconsulto agli odiati studi legali, lasciati a 20 anni per seguire l’attività poetica. Cacciato di casa dal “genitore severo”, lavoro come revisore editoriale nelle tipografie napoletane. Entrato al servizio di nobili, viene accusato di due reati: il primo, nel 1598, è seduzione di ragazza; il secondo, nel 1600, è produzioni di atti falsi a favore di un amico. Rifugiatosi a Roma, frequentò l’Accademia degli Umoristi (con Guarini e Chiabrera) e trovò impiego presso il cardinale Aldobrandini. Lo segue a Ravenna, città angusta, nel 1605, e ci visse per due anni, pur con frequenti puntate a Bologna e Genova. Nel 1608 è a Mantova ed infine a Torino. Qui, grazie a due epitalami per le principesse di Savoia e un adulatorio panegirico, divenne Cavaliere dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazaro e ottenne una lauta pensione. Conquistò inoltre il posto di segretario e poeta ducale. Nel 1611 venne imprigionato con l’accusa di aver composto opere satiriche lesive alla reputazione del principe. Torna in libertà un anno dopo. Nel 1615 parte alla volta di Parigi, alle dipendenze di Maria de’ Medici e Luigi XIII. Vive con agiatezza, senza incarichi pubblici, isolato dalla corte e dalla cultura francese. Nel 1623 rientra a Roma fra le ovazioni degli Umoristi, l’anno dopo è a Napoli ricco e spavaldo per godersi la vita sfarzosa della nobiltà locale, ma nel 1625 muore a causa delle polemiche sull’Adone.

Le opere. La Lira (1614): è la raccolta definitiva delle sue oltre 800 rime, che danno fondo a tutte le possibilità della poesia tradizionale. Dalla lingua della Gerusalemme Liberata, dell’Aminta e del Pastor Fido, è desunto il lessico poetico comune italiano, e non selettivamente fiorentino e trecentesco, misto di neologismi, volgarismi, parole dialettali, arcaismi e latinismi. Marino tratta tutti i possibili soggetti (l’amoroso, l’idillico e il pastorale, accanto al comico e al burlesco, il magnifico, l’orrido, il mostruoso, etc.), variandone all’infinito i motivi fondamentali in un gran numero di combinazioni virtuosistiche e ingegnose che stupiscono per l’inattesa ed arguta conclusione, per le antitesi e i paragoni pellegrini.

Bella schiava: viene lodata la bellezza bruna di una schiava sul modello di una canzone di Tasso per la cameriera mora Leonora Sanvitale.
“Nera sì, ma sé bella…Fosca è l’alba appo te, perde e s’oscura presso l’ebeno tuo l’avorio…Servo di chi m’è serva”.

Madonna chiede versi di baci: del 1614, appartiene al filone tematico del bacio, già umanistico ma qui reinterpretato con nuova sensualità. Netta è la distinzione tra bacio reale e bacio scritto, cioè tra realtà e letterarietà. Qui Marino afferma il proprio primato artistico e cronologico dell’ars osculandi, l’arte del baciare.
“Io volentier con porpora e cinabro (le labbra rosse) / cangio un vil don, se tu cangiar prometti / baci per versi con un libro un labro”.

Errori di bella chioma: è un madrigale che appartiene al tema dei capelli femminili.
“O chiome erranti, o chiome / dorate, inanellate, / o come belle, o come / e volate e scherzate: / ben voi scherzando errate / e son dolci gli errori, / ma non errate in allacciando i cori”.

Galeria: è una nutrita raccolta di liriche che illustrano pitture e sculture, reali ed immaginarie, allineate in un ideale museo poetico.

Oh come in vaga conca: “Venere assisa in una conca / di Bernardo Castello”.
“Siede lieta e vezzosa / la bella dea…senza alcun’ombra, o velo / fatta immortale ancora la veggio / più ne la tela tua, / che ne la sfera sua”.

Sampogna: sono otto idilli mitologici e quattro pastorali, composti dal 1607 al 1619.

Lettera prefatoria a Claudio Achillini (professore bolognese): contiene l’ultima e definitiva dichiarazione di poetica mariniana. La sua poesia è basata sullo sconcerto, la “maraviglia”, e sul successo di pubblico. Compare invece per la prima volta la difesa dall’accusa di plagio, basata sulla sottile distinzione tra tradurre, imitare e rubare, che approda nella nota teoria della tecnica del rampino, cioè alla legittimazione dei propri furti poetici.

“Il tradurre merita loda, non riprensione. Tradurre non è vulgarizare da parola a parola, ma con modo parafrastico, mutando le circostanze della ipotesi e alterando gli accidenti senza guastar la sostanza del sentimento originale”.
“L’imitare è seguir le vestigia de’ maestri più celebri che prima di noi hanno scritto. Tutti gli uomini sogliono imitare, ricevendo in sé a guisa di semi i fantasmi d’una lettura gioconda, entrano in cupidità di partorire il concetto che n’apprendono e vanno subito machinando dal simile altre fantasie, e spesso per avventura più belle di quelle che son lor suggerite dalle parole altrui”.
“Rubare. Infin dal primo dì ch’io incominciai a studiar lettere, imparai sempre a leggere col rampino, tirando al mio proposito ciò ch’io trovava di buono, notandolo nel mio zibaldone e servendomene a suo tempo, chè insomma questo è il frutto che si cava dalla lezione de’ libri. Così fanno tutti i valenti uomini che scrivono; e chi così non fa non può giammai, per mia stima, pervenire a capo di scrittura eccellente, perché la nostra memoria è debole e mancante.

Adone (1598-1623): con le sue 5033 stanze, è il poema più lungo della nostra letteratura. E’ un poema di pace, di soggetto erotico-mitologico, completamente spogliato di dilemmi e di turbamenti interiori, collocato al di fuori della storia e a sua volta senza storia.
Questa in sintesi è la favola: Cupido, sdegnato con la madre Venere che lo ha battuto con una sferza di rose e spine, si vendica facendo approdare Adone nell’isola di Cipro. Il bellissimo giovinetto, nato dall’amore incestuoso di Mirra per il padre, viene accolto dal pastore Clizio. Venere fa visitare il suo sontuoso palazzo ad Adone e Clizio. Adone, stanco, cade addormentato facendo innamorare perdutamente di sé la dea, colpita da una freccia di Cupido. Quindi Adone, accompagnato da Venere, entra nel giardino del piacere, diviso in 5 spazi simboleggianti i cinque sensi partecipi del godimento amoroso. Qui Mercurio congiunge in matrimonio Venere ed Adone. Essi ammirano la fontana d’Apollo, dio della poesia, e assistono ad una gara di poeti; poi visitano i primi tre cieli del sistema tolemaico, dove Adona apprende i rudimenti della scienza secentesca. Intanto la gelosia ha avvertito Marte del tradimento di Venere. Perseguitato da Marte, Adone lascia l’isola e affronta, dotato di un anello magico, ogni tipo di peripezia. Fa innamorare di sé la maga Falsirena, che respinta, gli fa bere una pozione magica, tramutandolo il pappagallo. Sotto queste spoglie, Adone assiste agli amori coniugali di Venere e Marte nel giardino del tatto. Riprese le forme umane, fugge travestito da donna, è catturato da dei ladroni e infine torna a Cipro. Qui si ricongiunge alla dea, e ottiene la signoria dell’isola vincendo una partita a scacchi e un concorso di bellezza. Durante una partita di caccia, Adone è ucciso da un cinghiale aizzato contro di lui da Marte e Diana. Venere piange l’amante morto e gli tributa funerali sontuosi e tre giorni di giochi funebri.

L’elogio della rosa: in seguito al tranello tesole dal figlio Amore, Venere si innamora di Adone addormentato. Al suo risveglio, il giovinetto impaurito tenta di fuggire, ma la dea gli richiede di medicarle il piede ferito da una spina di rosa. Adone “tasta la cicatrice e terge e tocca” quei “sanguinosi avori”, innamorandosi a sua volta perdutamente. E’ così compiuta la vendetta di Amore. Ma la dea perdona il figlio, come perdona il “profano spino” della rosa, di cui tesse questo encomio famoso.

“Rosa del sangue mio fatta vermiglia, / pregio del mondo e fregio di natura”.
“Porpora de’ giardin, pompa de’ prati / gemma di primavera, occhio d’aprile, / di te le Grazie e gli Amoretti alati / fan ghirlanda ala chioma, al sen monile”. “Tu sei con tue bellezze uniche e sole / splendor di queste piagge”.

La morte di Adone: durante l’assenza di Venere, Adone va a caccia nei boschi di Cipro, consacrati a Diana. La dea, d’accordo col geloso Marte, aizza contro il giovane uno schiumante cinghiale. Adone colpisce la bestia, ma lo strale, vibrato da Amore, fa innamorare il cinghiale del giovinetto. L’animale insegue allora il cacciatore per baciarlo. Quando il vento alza improvvisamente la veste di Adone e ne scopre il fianco, la belva, presa da una furia erotica, affonda le zanne nella carne del giovane, che muore languidamente.
“Tutta calda d’amor la bestia folle / senza punto saper ciò che facesse, / col mostaccio (muso setoloso) crudel baciar gli volle il fianco…e credendo di lambir l’avorio molle, / del fier dente la stampa entro v’impresse. / Atti amorosi e gesti non le insegnò altri che questi”.
“Gli morde l’anca, onde di vede di purpureo smalto / tosto rubineggiar la neve bianca…O come dolce spira e dolce langue, / o qual dolce pallor gl’imbianca il volto!”.
“Arsero di pietate i freddi fonti, / s’intenerir le dure querce e pini…Pianser le ninfe ed ulular da’ monti”.

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