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Alessandro Tassoni

Alessandro Tassoni nasce a Modena nel 1565 da una famiglia nobile. Nel 1597 entra al servizio di Ascanio Colonna; ammiratore di Carlo Emanuele I di Savoia, nel 1618 diventa suo segretario presso l'ambasciata di Roma. Deluso, però, dal rapporto mai consolidatosi, Tassoni si ritira a vita privata. Dopo un breve servizio presso il duca Francesco I, rimane alla corte estense fino alla sua morte nel 1635.
Uomo dal carattere assai bizzarro, amante del paradosso e della contraddizione, Tassoni è stato un uomo dall'ingegno finissimo. Di lui ci rimangono delle notevoli pagine saggistiche: Considerazioni sopra le "Rime" del Petrarca (1609), Pensieri diversi (1608-1612), completati da un decimo libro Paragone degli ingegni antichi e moderni, in cui propone una discussione che avrà larga fortuna in seguito, la cosiddetta Querelle des Anciens et des Modernes. Tra gli scritti politici, vigorose le due orazioni Filippiche, con modello i discorsi dell'ateniese Demostene (384-322 a.C.) contro Filippo di Macedonia; apparse anonime nel 1615, per incitare l'Italia a liberarsi dallo straniero. Ma a dispetto delle sue attese, per noi la fama del Tassoni non è legata a tali opere, bensì al poema La Secchia rapita.

La Secchia rapita
Si tratta di un poema eroicomico in ottave, iniziatore di tale nuovo genere, completato nel 1618, aggiungendo due canti a quelli della prima stesura nel 1614.
L'edizione romana è del 1624: curiosamente ha due lezioni, la prima per il Papa, la seconda per il grande pubblico. L'edizione definitiva verrà pubblicata a Venezia nel 1630.
Lo schema segue quello dei grandi poemi eroici come Tasso aveva teorizzato; l'argomento è storico ma l'azione è mezza eroica e mezza civile e narra della vicenda dei Bolognesi e dei Modenesi sotto l'imperatore Federico. I fatti storicamente privati sono invertiti nell'ordine dall'autore: il furto della secchia è la causa della guerra, ma avviene in realtà secoli dopo i fatti che concludono il poema.
Lo scopo ultimo del poema era il diletto: poesia e pica e poesia comico-realistica sono unite e mischiate insieme con l'aggiunta di episodi cavallereschi, idilliaci, mitologici. Il tutto legato ad una imprevedibilità da maestro.

Proemio
Vorrei cantar quel memorando sdegno,
ch'infiammò già ne' fieri petti umani,
un'infelice e vil secchia di legno,
che tolsero ai Petroni i Gemignani.

Febo, che mi raggiri entro lo 'ngegno
l'orribil guerra e gli accidenti strani,
tu, che sai poetar, servimi d'aio
e tiemmi per le maniche del saio.

E tu, nipote del rettor del mondo,
del generoso Carlo ultimo figlio,
ch'in giovinetta guancia e 'n capel biondo
copri canuto senno, alto consiglio;
se dagli studi tuoi di maggior pondo
volgi tal or, per ricrearti, il ciglio,
vedrai s'al cantar mio porgi l'orecchia,
Elena trasformarsi in secchia.

Note al testo
Petroni: Bolognesi
Gemignani: Modenesi,; sono entrambi indicati con i nomi dei loro patroni
Febo: Apollo
Servimi d'aio: fammi da precettore
Tu: Antonio Barberini, al quale è dedicata l'opera
Carlo: Carlo Barberini, fratello del Pontefice
Elena: il suo rapimento causò la guerra di Troia

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