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Umanesimo e Rinascimento - Testi di vari autori

L'arco di tempo che va all'incirca dagli ultimi decenni del Quattordicesimo secolo (1300) ai primi decenni del Sedicesimo (1500) coincide con quel modo di vivere, pensare, produrre arte e letteratura da parte dei ceti superiori della società italiana (e poi anche europea) che va sotto il nome di civiltà umanistico-rinascimentale.
Solitamente il primo dei due termini (Umanesimo) indica in modo più specifico la prima parte di tale periodo (fino alla seconda metà del Quindicesimo secolo (1400)), in cui gli intellettuali posero maggiormente l'accento sugli "studia humanitatis" e sulle "humanae litterae" (espressioni che chiariremo più avanti), affermando e diffondendo le nuove idee in aperta polemica con la cultura medievale, e fecero prevalere nettamente l'uso del latino sul volgare.
Il secondo termine (Rinascimento), coniato da uno storico francese dell'Ottocento, è invece prevalentemente adottato per definire il periodo successivo, in cui la civiltà umanistico-rinascimentale raggiunse le vette più alte prima di volgere alla fine ed in cui si ritornò a usare il volgare in letteratura; quest’ultimo subì però una rigorosa codificazione (regolamentazione) sulla base del latino e della lingua usata da due grandi scrittori toscani del Trecento: Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa.

C'è anche chi usa i due termini in modo differente: il primo per indicare la cultura filosofica, pedagogica (educativa) e letteraria dell'intero periodo considerato, il secondo per riferirsi più specificamente all'arte figurativa (pittura, scultura e architettura). Ma è talmente difficile operare distinzioni nette che qui, per semplicità, si useranno i due termini collegati per indicare l'intero periodo con tutte le sue diverse manifestazioni culturali e artistiche.

Nella seconda metà del Trecento si diffuse tra gli uomini di cultura italiani, a cominciare dal già citato Petrarca, l'idea di una "rinascita" della civiltà antica, in particolare di quella latina (Petrarca e Boccaccio scrissero molte loro opere in latino e spesero parte del proprio tempo a ricercare e studiare antichi manoscritti latini). Naturalmente l'idea di una "resurrezione" implicava quella di una "morte", cioè, in questo caso, della fine (almeno temporanea) della civiltà antica di cui si ipotizzava la rinascita. E infatti, a partire da Petrarca, gli intellettuali italiani elaborarono una schema temporale tripartito in cui, tra due epoche positive (l'età antica e quella loro contemporanea), stava un'epoca negativa, un "medio evo", una "età di mezzo" che aveva smarrito l'insegnamento dell'antichità e che si inseriva tra i latini e i moderni. Lo schema temporale derivava dunque da un giudizio negativo sui secoli che si erano succeduti dalla fine dell'impero romano e che ancora oggi noi indichiamo (sulla scorta dell'Umanesimo-Rinascimento) con il nome di Medio Evo.

Ma che cosa aveva fatto di male il "medio evo" (età di mezzo) agli occhi degli intellettuali umanisti, tanto da meritarsi il loro disprezzo e la definizione di "secoli bui" che ancora oggi si porta appresso immeritatamente?
Premettiamo alla risposta una breve considerazione: ogni epoca è "figlia" del passato, cioè delle epoche precedenti. Dunque l'Umanesimo-Rinascimento fu anche un prodotto del Medio Evo. Basti pensare per esempio che Petrarca da un lato fu uno dei primi umanisti ma dall'altro aveva una mentalità ancora medievale. Il fatto è che col passare dei secoli, com'è naturale, la vita, i costumi, la cultura medievale si erano andati via via modificando fino a produrre un pensiero, quello umanistico appunto, che non si riconobbe più simile a quello precedente e anzi si dichiarò nuovo e alternativo ad esso. Quando una cultura definisce se stessa in opposizione a ciò che l'ha preceduta, si può ritenere che la sua affermazione corrisponda in buona misura a verità. Dunque, con molta lentezza la cultura medievale si era modificata sino a produrre una "figlia" che non si riconosceva più nella propria "madre". Perché non vi si riconosceva più? Vediamolo in modo un po' schematico.
Il Medio Evo aveva una concezione del mondo di tipo "teocentrico", che poneva cioè al "centro" dell'universo Dio il quale dava senso e valore ad ogni cosa; la più grande sintesi di questa visione è la Commedia di Dante con la sua struttura spaziale e morale di tipo gerarchico verticale; lo stesso Petrarca, che pure non disprezzava certo la fama e la gloria e scriveva poesie d’amore per una donna da lui indicata come Laura, era assillato dall’idea che tutto questo lo avrebbe allontanato da Dio e dalla strada della propria salvezza. Nell’epoca umanistico-rinascimentale invece si afferma una visione "antropocentrica", in cui l'uomo pone al centro della realtà se stesso più che Dio.
Nel Medio Evo si concepiva l'uomo come una creatura fragile e inevitabilmente segnata dal peccato, continuamente a rischio della dannazione eterna, un'anima confinata in un mondo pieno di insidie la quale aspirava alla sua vera sede: il paradiso. Ora la concezione dell'uomo è più ottimistica e "laica" (se ne vede già traccia nel Decameron): l'uomo è sempre creatura, figlio di Dio, ma ora l'accento cade sul suo valore e sulle sue forze, sulla sua capacità di costruirsi il proprio destino, in una parola, sulla sua potenza e dignità; e il mondo e il corpo non sono più considerati strumenti di pena e tentazione ma elementi indispensabili per la realizzazione di sé. Non c'è più dissidio (come invece c’era ancora nel pensiero di Petrarca) tra anima e corpo e tra vita eterna e vita terrena: il fine dell'uomo è quello di sviluppare in modo completo e armonico tutte le sue facoltà, tanto spirituali quanto fisiche, realizzando insieme la felicità in questa vita e la salvezza nell’altra.
Insomma, senza negare il fine ultraterreno della vita dell'uomo, la nuova cultura sottolinea anche il valore autonomo e complementare della realtà mondana, e questo significa esaltazione della vita sociale, anche dell'attività economica, esaltazione della letteratura e dell'arte, della vita attiva, della bellezza e del piacere dei sensi.
Tra la prospettiva culturale dell'Umanesimo-Rinascimento e del Medio Evo esisteva dunque una evidente distanza. E naturalmente gli intellettuali umanisti ritenevano giusta la loro e sbagliata quella precedente. Ma soprattutto accusavano i loro predecessori di avere avuto una visione distorta del mondo romano, di avere travisato o addirittura cancellato la lezione della latinità.

Che cosa c'entravano i latini (quelli che verranno chiamati "classici") con l'Umanesimo-Rinascimento? Gli uomini di questa civiltà erano affascinati dal mondo classico perché in esso ritrovavano una visione della realtà affine alla propria. Anche la cultura romana infatti centrava la sua attenzione sul mondo terreno, sulla vita attiva, sulla dignità dell'uomo, sullo sviluppo equilibrato e armonico di tutte le sue capacità morali e fisiche. Rivolgersi allo studio dei "classici" latini significava perciò comprendere meglio se stessi, le proprie aspirazioni e i propri valori, significava trovare un modello di riferimento e uno stimolo per elaborare la nuova cultura.
Il fenomeno del rapporto dell'Umanesimo-Rinascimento con i "classici" ricorda un po' la proverbiale disputa dell'uovo e della gallina: si sono prima riscoperti i classici e poi si è elaborata la nuova cultura o viceversa? Non si può essere definitivi nella risposta, ma è certo che senza lo stimolo di un nuovo modo di pensare non ci sarebbe stata alcuna "riscoperta". E' altrettanto indubbio però che lo studio dei testi latini consentì agli uomini del periodo di chiarire a se stessi quello che pensavano e quello che volevano, fino a produrre un circuito culturale ininterrotto tra scoperta dei "classici" ed elaborazione della cultura umanistica.

Uno dei pilastri della nuova cultura fu il "principio di imitazione": si presupponeva che gli antichi avessero raggiunto quasi in ogni campo un livello di perfezione insuperabile e che perciò fosse necessario prenderli a modello, imitarli. Ecco allora il ritorno del latino come lingua anche della letteratura, un latino scandito secondo lo stile dei grandi scrittori dell'antica Roma, primo fra tutti Cicerone; ecco l'imitazione della scultura ellenistico-romana (a sua volta imitazione di quella greca); ecco l’abbandono dello stile che venne chiamato gotico (e cioè barbaro) e la costruzione di edifici e di chiese secondo canoni ricavati dallo studio delle rovine e degli edifici romani oltre che dei trattati degli antichi architetti (soprattutto Vitruvio).
Questo non significa però che gli uomini del Quattrocento e del Cinquecento giocassero a fare i Romani o pretendessero stupidamente di ripercorrere a ritroso il tempo della storia identificandosi con gli antichi. Anzi, furono proprio gli uomini di quest'epoca, molto più nettamente di quelli medievali, Dante compreso; ad avere coscienza del distacco tra se stessi e il mondo antico (non per nulla essi coniarono il termine "medio evo" che sottolineava il salto, la separazione netta). Prevalse perciò in essi l'idea che imitare voleva dire avere dei modelli ideali cui ispirarsi per produrre una civiltà nuova e originale, anche se non mancarono, soprattutto alla fine dell'epoca che stiamo considerando, casi di imitazione passiva della cultura e dell'arte del mondo antico.

Il principio di imitazione esigeva la conoscenza del mondo antico, e dunque il reperimento delle fonti. Durante il Medio Evo, che aveva esercitato un'azione selettiva sul patrimonio classico, molti autori antichi non erano più stati presi in considerazione mentre una parte consistente della cultura latina era reperibile solo sotto forma di compilazioni e riassunti. A partire da Petrarca invece cominciò il recupero dei manoscritti custoditi, o meglio dimenticati, nelle biblioteche dei monasteri e si realizzò una impressionante serie di scoperte, le quali alimentarono il mito della "rinascita" degli antichi.
Ma la grande novità dell'epoca fu soprattutto il modo in cui gli umanisti si accostarono ai testi. Il MedioEvo, Dante incluso, tendeva ad assimilare la cultura latina all propria mentalità (ricordiamo la componete allegorico-simbolica della cultura medievale, che "faceva dire" ai testi antichi ciò che essa pensava) né si curava di trovare la versione più vicina all'originale dei testi medesimi poiché non percepiva pienamente il distacco tra il proprio mondo e quello antico e quindi non era interessata a "ritrovarlo" per conoscerlo.
Gli intellettuali del Quattrocento invece, consapevoli della loro lontananza dai latini e della frattura provocata dal modo di pensare del Medio Evo, avvertivano la necessità di conoscere davvero il mondo romano e perciò di reperire le fonti più autentiche di esso, considerando i testi antichi come il messaggio trasmesso dai latini al proprio mondo.
Recuperare la classicità attraverso i suoi "messaggi" fu il bisogno che produsse la nascita della "filologia", la scienza della parola, del testo. Il lavoro filologico era teso a ristabilire la versione corretta di un testo, o per lo meno quella più vicina all'originale se questo era andato perduto. Ciò comportava una grande competenza linguistica, il che significava a sua volta studiare il latino direttamente sui testi antichi abbandonando il latino "imbarbarito" del Medio Evo; inoltre comportava un'attenta opera di confronto tra varie redazioni manoscritte di uno stesso testo (i codici) per recuperare l'originale al di sotto e al di là degli errori, delle lacune, delle manipolazioni degli amanuensi; comportava infine la necessità di approfondire la conoscenza del contesto di un'opera, cioè di ricostruire usi, costumi e mentalità di un'epoca attraverso altre fonti (monete, testimonianze artistiche, legislazione, documenti storici ecc.). A questo si dedicarono con passione gli umanisti, e prima di loro Petrarca e lo stesso Boccaccio.

Mentre per il Medio Evo lo studio e la conoscenza avevano come scopo ultimo la salvezza ( non a caso il vertice della conoscenza era la teologia, cioè la conoscenze delle "cose divine", e al di sopra della ragione stava la fede), per l'Umanesimo-Rinascimento scopo della cultura era la formazione dell'uomo. E al vertice dello studio stavano le discipline letterarie (eloquenza e retorica = arti del bello scrivere e del ben parlare; filosofia morale = educazione al retto comportamento e ai valori; filologia, storia ecc.), eredi delle medievali Arti del Trivio (grammatica, retorica dialettica), poiché era attraverso il loro studio che si formava l'uomo. Per questo lo studio letterario (prevalentemente sui testi latini e di seguito anche su quelli greci) fu definito "studia humanitatis" (letteralmente "studio dell'umanità", cioè dell'essenza dell'uomo) e la letteratura fu detta "humanae litterae". Si trattava di uno studio (che ancora oggi si definisce "umanistico") che non voleva preparare ad una professione specifica ma alla vita in generale, cioè abituare a pensare, parlare, agire correttamente.
E' implicito in ciò il disprezzo per la tecnica (naturalmente non esisteva la tecnologia come sapere organizzato di carattere tecnico-scientifico, ma solo le scienze teoriche da un lato (aritmetica, geometria, musica, astronomia, e cioè le classiche Arti del Quadrivio) e dall'altro le tecniche pratiche del mondo del lavoro, le cosiddette arti meccaniche) e il carattere "aristocratico" di questo tipo di educazione, rivolto con netta prevalenza ai ceti sociali di livello alto e soprattutto ai nobili. Del resto è comprensibile la centralità della letteratura (latina) nella pedagogia umanistico-rinascimentale: l'approccio ai testi latini consentiva da un lato di acquisire la conoscenza del latino degli antichi e dall'altro metteva a contatto con il "messaggio" dell'antichità, cioè con la mentalità, i valori, i modelli culturali del mondo classico.
Alla formazione intellettuale si affiancava comunque quella fisica, poiché questo era l'insegnamento degli antichi e questo bisognava fare se si voleva realizzare il fine dello sviluppo equilibrato e armonico dell'individuo. La rivalutazione del corpo che ritroviamo qui sul versante educativo fu una delle grandi conquiste dell'epoca. Il corpo umano, con le sue proporzioni ideali, divenne il criterio di misura della bellezza persino in architettura. Inoltre questa rivalutazione diede l'avvio alla pratica del ritratto e alla riproposta del nudo nella pittura e nella scultura.

Uno dei luoghi più importanti della vita sociale e culturale del tempo fu la corte, che divenne il centro dell'attività politica e al tempo stesso dell'elaborazione e diffusione dei nuovi modelli culturali e linguistici. Quello dell'Umanesimo-Rinascimento è infatti in Italia il periodo in cui i liberi comuni medievali hanno lasciato il posto quasi ovunque alle signorie e ai principati, minuscole monarchie assolute in cui la corte costituiva contemporaneamente la facciata privata e pubblica del potere: da un lato abitazione del signore-principe e della sua famiglia, dall'altro sede del governo e cuore dello stato. Anche la curia romana non sfuggiva alla regola e si presentava più come una fastosa corte principesca che come centro religioso. La produzione culturale dell'epoca si imperniava tutta sulla corte e dava vita alla elaborazione di un "gusto" piuttosto omogeneo, tanto che non è sbagliato definire come prevalentemente cortigiana la cultura umanistico-rinascimentale.
Per i principi circondarsi di artisti famosi e commissionare loro delle opere era segno da un lato dell'apprezzamento dell'arte e della letteratura tipico del periodo, dall'altro aveva una finalità per così dire pubblicitaria, di propaganda: la grandezza, la potenza e la ricchezza di un principe si misuravano anche dalle opere d'arte che egli commissionava, fossero chiese o palazzi, dipinti e sculture, oppure dalla generosità con cui accoglieva e ospitava gli intellettuali più famosi (ciò accadde già a proposito di Petrarca, mentre quello di Dante è un caso in parte diverso). Questo rapporto stretto tra corti e arte, tra principi da un lato e artisti e letterati dall’altro viene definito "mecenatismo", dal nome di Mecenate, un potente amico e collaboratore di Augusto, che protesse e aiutò artisti e poeti del suo tempo, tra cui Virgilio.
Da quanto detto consegue che il tipo dominante di intellettuale era quello cortigiano, collocato nell'ambiente di corte, legato al principe con modalità diverse ma tutte più o meno contraddistinte dalla "dipendenza" dal sovrano e dalla sua famiglia. Gli aspetti che differenziano l'intellettuale cortigiano dall'intellettuale cittadino dei tempi degli stilnovisti e di Dante sono essenzialmente due: 1) la subordinazione al potere, che significa la perdita del proprio ruolo politico (ricordiamo invece per esempio che l’Alighieri fu al governo di Firenze) e della propria autonomia, nel senso che, per quanto libero di scrivere, l'intellettuale non può certo permettersi di contraddire le esigenze e le aspettative del signore che lo mantiene; 2) la professionalità: il nuovo letterato è uno specialista, nel senso che ritiene la letteratura non un "hobby", seppure importante, ma una professione cui dedicarsi interamente e da cui, possibilmente, ricavare il proprio mantenimento grazie ai favori del principe.
All'interno di questa cornice, che comprende la stragrande maggioranza dei letterati dell'epoca, esistevano varie tipologie differenti (e a volte compresenti):
a. c'era chi era stipendiato per svolgere la propria professione di letterato,
b. c'era chi doveva accettare (spesso a malincuore) incarichi diplomatici, amministrativi o politici,
c. c'era chi svolgeva mansioni di segretario, di bibliotecario, di educatore,
d. c'era infine chi abbracciava la carriera ecclesiastica, pur senza giungere al sacerdozio, per godere dei benefici economici connessi a certe cariche.
Spesso questi intellettuali si spostavano da una corte all'altra, invitati da questo o quel signore (anche in questo caso Petrarca funge da "prototipo" del letterato itinerante), favorendo la circolazione delle idee e, di conseguenza, l'omogeneità della cultura delle corti italiane, i cui capisaldi erano l'imitazione dei classici, il culto della letteratura come "studia humanitatis", la centralità e la dignità dell'uomo, l'apprezzamento per la vita terrena.
La cultura umanistica fu inevitabilmente un fenomeno d’élite. In un'epoca in cui il potere economico e sociale tendeva a restringersi in poche mani e quello politico si accentrava nelle corti, il pubblico cui si rivolgevano gli intellettuali non poteva non essere ristretto: era il pubblico di corte, cioè quel gruppo di famiglie privilegiate che detenevano il potere socio-economico e che ruotavano attorno al potere politico del principe. A fare della cultura e della letteratura umanistica una cultura "aristocratica" contribuì notevolmente la lingua: prima il raffinato latino modellato su quello dei classici, poi un altrettanto raffinato volgare che poco aveva a che fare con le lingue d'uso poiché si modellava ancora sul latino oltre che sul toscano trecentesco di Boccaccio e Petrarca, avendo subito una rigorosa codificazione (sottolineata dalla comparsa delle grammatiche) che l'aveva trasformato il lingua esclusivamente letteraria.
Si creò quindi un distacco tra la cultura e la lingua "alta" e la cultura e la lingua della gente comune molto più netto di quanto si era verificato nei secoli immediatamente precedenti. Nemmeno la comparsa della stampa contribuì nel breve periodo a modificare questa tendenza della cultura umanistico-rinascimentale a formare un circuito chiuso entro l'ambito cortigiano.

La parola "classici" rimanda al latino "classis", termine che serviva a definire le sei categorie in cui erano distribuiti i cittadini romani in base al censo (cioè alle imposte che pagavano). Il latino "classis" aveva anche altri significati (esercito, flotta, ecc.) ma è questo quello che ci interessa. Dire "classis" senza alcuna altra aggiunta significava indicare la prima classe, quella dei più ricchi e potenti. E' facile capire lo scivolamento di significato: i più ricchi e potenti sono i migliori, i più ammirati, divengono punto di riferimento per gli altri. Ed è con questo senso di ammirazione che gli umanisti si rivolgono ai romani, che diventano per loro modelli di riferimento, i migliori, "la classe prima", o, come diremmo noi, "i primi della classe", i classici appunto.
Oggi il termine ha assunto un'estensione più ampia, essendo considerati classici tutti gli autori o le opere fondamentali di una letteratura o di un genere, e anche della cinematografia, della musica e così via (i classici della letteratura italiana, inglese ecc., i classici dell'horror, i classici del rock ecc.). Ma i classici per eccelenza restano i romani (cui poi si aggiungeranno i greci).
Dall'ammirazione per i classici, la critica ha ricavato poi la parola "classicismo", usata per indicare quel particolare gusto artistico affermatosi nell'epoca umanistico-rinascimentale che dominò quasi incontrastato fino all'Ottocento, dando luogo nel corso del tempo ad una serie di regole artistiche e letterarie cui ci si doveva attenere se si voleva che la propria opera fosse considerata di valore.
Alla base del classicismo sta la concezione positiva che gli umanisti, sulla scorta degli antichi romani, avevano della realtà naturale e umana. Non tanto delle singole realtà individuali, ma della realtà nel suo complesso, nella sua essenza, nella sua universalità. Non il singolo uomo ma l'uomo, non il singolo albero o animale o paesaggio ma la natura.
La realtà così intesa era considerata eterna e immutabile (l'uomo ad esempio è sempre lo stesso secondo tale concezione, e questo consentiva allora di prendere a modello l'uomo romano). Essa era bella perché fondata sull'ordine, la misura, la proporzione, l'armonia.
Il classicismo umanistico è dunque "naturalistico" (convinzione che la natura non muta) e "razionalistico" (convinzione che la bellezza sia fondata sulla proporzione e la misura).
Qual è allora il compito dell'arte? E' quello di imitare questa realtà bella e positiva, riproducendone la bellezza ideale, cioè dando vita ad opere fondate sui canoni della grazia, dell'ordine, della misura. L'opera d'arte così creata attraverserà il tempo parlando al cuore e alla mente di ogni uomo, poiché parlerà di ciò che è eternamente presente nella natura e nell'uomo.
Gli antichi sono stati i primi ad esprimere nell'arte questa visione della realtà ed hanno raggiunto in ciò un livello di perfezione praticamente irraggiungibile. Perciò l'imitazione della natura ha bisogno del supporto dell'imitazione degli antichi, dei classici, modelli insuperabili d'arte.
Il Classicismo dunque propone come modello artistico sia l’imitazione della natura sia l’imitazione dei classici.
Esso, come gusto artistico fondato prevalentemente sull'imitazione della natura e sul canone della grazia, della compostezza, dell'equilibrio diede all'umanità capolavori inestimabili. Al contrario, quando prevalse l'imitazione delle opere antiche e l'imposizione di regole (soprattutto letterarie) desunte da tali opere, il classicismo produsse lavori inevitabilmente mediocri e condizionò negativamente artisti e scrittori.
Solo tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento il sistema classicista andò definitivamente in crisi sotto la spinta del movimento che si chiamerà "romantico".

Leon Battista Alberti, Elogio dello studio letterario (metà XV secolo)
Per tacere di moltissimi altri vantaggi, questi monumenti letterari a cui sono consegnate le gesta degli uomini che furono, i casi diversi e le inattese vicende della fortuna, le manifestazioni meravigliose della natura, e soprattutto le ragioni delle passate età, serbano gelosamente in deposito quanto avvenne nel tempo antico… La notizia di tutte queste cose si ottiene attraverso le lettere, le quali non solo registrano ciò che è stato detto, ma riproducono anche i discorsi degli uomini e raffigurano i loro pensieri; e se la narrazione di tutto ciò è stata divulgata in parecchi esemplari, non è facile che ne perisca la memoria, tanto più se il libro fu scritto in uno stile degno della materia… Dunque qual mai genere di vita può esservi più utile e bello di quello occupato continuamente nella lettura e nel comporre, ossia nel conoscere quanto fecero i nostri vecchi, … e, per così dire, far nostro il tempo che fu … ? Che bella suppellettile, i libri! che dolce famiglia, come la chiama Cicerone: essa non strepita, non urla, non divora, non disobbedisce; i libri a un nostro cenno parlano, ad un altro si chetano, sempre pronti ai nostri comandi; e tu li puoi stare a sentire quanto vuoi, e farli parlare di quello che vuoi. E siccome la nostra memoria tutto non può ritenere, anzi ritiene molto poco, penso che i libri debbano essere gelosamente custoditi da noi, quasi una seconda memoria.

Leonardo Bruni, Insegnamenti ad un allievo (prima metà XV secolo)
Duplice sia il tuo studio: volto, in primo luogo, a conseguire nelle lettere … un sapere diligente ed intimo, nel quale voglio che tu eccella; in secondo luogo, ad ottenere la scienza di quelle cose che riguardano la vita e i costumi; studi, questi, che si chiamano di umanità, perché perfezionano ed adornano l'uomo. In essi il tuo sapere sia vario e molteplice … , cosicché nulla tu tralasci che sembri contribuire alla formazione, alla dignità, alla lode della vita. Credo che ti convenga leggere quegli autori, come Cicerone e simili, che ti possano giovare, non solo per dottrina, ma anche per la bellezza del discorso e l'abilità letteraria. … Vorrei infatti che un uomo egregio avesse ricca conoscenza e sapesse anche illustrare ad abbellire nel discorso le cose che sa. Ma questo non sarà capace di fare chi non abbia letto molto, molto imparato, molto ricavato da ogni parte … in modo che il tuo discorso sia vario, ricco e per nulla rozzo ... Se, come spero, raggiungerai tale eccellenza quali ricchezze si potrebbero paragonare ai risultati di questi studi? Per quanto, infatti, lo studio del diritto civile sia più commerciabile, esso è per dignità e proficuità superato dalle lettere Esse infatti tendono a formare l'uomo buono, del quale niente può pensarsi di più utile.

Giannozzo Manetti, Sulla dignità dell’uomo (prima metà XV secolo)
In questa nostra vita quotidiana possediamo molti più piaceri che non molestie. Non c'è infatti atto umano, ed è mirabile cosa, … dal quale l'uomo non tragga almeno un piacere non trascurabile: così attraverso i vari sensi esterni, come il vedere, l'udire, l'odorare, il gustare, il toccare, l'uomo gode sempre piaceri così grandi e forti, che taluni paiono a volte superflui. Sarebbe infatti difficile a dirsi, o meglio impossibile, quali godimenti l'uomo ottenga dalla visione chiara ed aperta dei bei corpi, dall'ascoltare suoni e sinfonie e armonie varie, dal profumo dei fiori e di simili cose odorate, dal gustare cibi dolci e soavi, e infine dal toccare cose morbide. E che diremo degli altri sensi interni? Non possiamo dichiarare a sufficienza con parole quale piacere rechi con sé quel senso che i filosofi chiamano comune nel determinare le differenze delle cose; o qual piacere ci dia la varia immaginazione delle diverse sostanze, o il giudicare, il ricordare, e infine l'intendere. ... Perciò se gli uomini nella vita gustassero quei piaceri e quei diletti, piuttosto che tormentarsi per le molestie e gli affanni, dovrebbero rallegrarsi e consolarsi invece di piangere e di lamentarsi, soprattutto poi avendo la natura fornito con larghezza copiosa numerosi rimedi del freddo, del caldo, della fatica, dei dolori, delle malattie; rimedi che sono come sicuri antidoti di quei malanni, e non aspri, o molesti, o amari, come spesso suole accadere con i farmaci, ma piuttosto grati, dolci, piacevoli. A quel modo infatti che quando mangiamo e beviamo, mirabilmente godiamo nel soddisfare la fame e la sete, così ugualmente ci allietiamo nel riscaldarci, nel rinfrescarci, nel riposarci. E le percezioni del gusto appaiono in certo qual modo molto più piacevoli di tutte le altre percezioni tattili, fatta eccezione per quelle del sesso; e ciò la natura, che è guida sommamente solerte ed abile …, non ha fatto a caso, ma - come dicono i filosofi – per ragioni chiare e cause evidenti, perché si ricavasse un godimento di gran lunga maggiore nel coito che non nel mangiare e nel bere, intendendo essa innanzitutto conservare la specie piuttosto che gl'individui; e la specie si conserva con l'unione del maschio e della femmina, l'individuo invece con l'assorbimento del cibo ...
In tal modo tutte le opinioni e le sentenze sulla fragilità, il freddo, il caldo, la fatica, la fame, la sete, i cattivi odori, i cattivi sapori, visioni, contatti, mancanze, veglie, sogni, cibi, bevande, e simili malanni umani; tutte, insomma, tali argomentazioni appariranno frivole, vane, inconsistenti a quanti considereranno con un po' più di diligenza e di accuratezza la natura delle cose.

Pico della Mirandola, Sulla dignità dell’uomo (seconda metà XV secolo)
Già il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato secondo le leggi di un'arcana sapienza questa dimora del mondo quale ci appare, tempio augustissimo della divinità. Aveva abbellito con le intelligenze la zona oltreceleste, aveva ravvivato di anime eterne gli eterei globi, aveva popolato di una turba di animali d'ogni specie il mondo inferiore. Senonché, recato il lavoro a compimento, l'artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un'opera così grande e di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò … pensò da ultimo a produrre l'uomo. Ma dei modelli non ne restava alcuno su cui foggiare la nuova creatura, né dei tesori uno ce n'era da donare al nuovo figlio, né dei posti di tutto il mondo uno rimaneva in cui sedesse questo contemplatore dell'universo. Tutti erano ormai pieni, tutti erano stati distribuiti nei sommi, nei medi, negli infimi gradi. Ma non sarebbe stato degno di Dio venir meno, quasi impotente, nell'ultima azione; non della sua sapienza rimanere incerto in un'opera necessaria …, non del suo amore, che colui che era destinato a lodare negli altri la generosità divina fosse costretto a criticarla in se stesso. Stabilì finalmente l'ottimo artefice che a colui cui nulla poteva dare di proprio fosse comune tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. Perciò accolse l'uomo come opera di natura indefinita. E, postolo nel cuore del mondo, così gli parlò: «non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell'aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo la tua decisione tu ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai da solo, secondo il tuo arbitrio e la tua volontà. Ti posi nel mezzo del mondo perché di là meglio tu scorgessi tutto ciò che è nel mondo. Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché di te stesso quasi libero e sovrano artefice ti plasmassi e ti scolpissi nella forma che avresti prescelto. Tu potrai degenerare nei bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose divine». O suprema liberalità di Dio padre! o suprema e ammirevole felicità dell'uomo! A cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole. I bruti nel nascere portano con sé sin dall’inizio tutto quello che avranno. Gli spiriti angelici o dall'inizio o poco dopo furono ciò che saranno nei secoli dei secoli. Nell'uomo nascente il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E secondo che ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti.

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