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I trattati - Giannozzo Manetti e Lorenzo Valla

Nel medioevo il trattato consisteva nella dimostrazione di una verità servendosi dell’aspetto logico e sillogistico dell’argomentazione, sotto imitazione del sillogismo aristotelico e della Scolastica.
Nell’umanesimo la trattazione si fa invece più complessa: non si mira più ad illustrare una verità superiore ed eterna, ma particolare, specifica e limitata, e, più che la struttura logica dell’argomentazione, conta l’eleganza dell’eloquenza, nonché la capacità di far valere la propria ragione per mezzo solo di essa. La lingua usata è il latino.
Un autore di trattati fiorentino molto importante fu Giannozzo Manetti, nato nel 1396, esiliato a Roma e a Napoli, dove morì nel 1459.
Tra le sue opere vi sono biografie di uomini illustri come Dante, Petrarca e Boccacio, e il De dignitate et excellentia hominis.

Questo tema, tutto umanistico, viene rivalutato secondo i valori terreni e del corpo umano.
Di seguito se ne riporta uno stralcio, ottenuto parafrasando un po’ lo scritto originale del Manetti.

La rivalutazione del corpo umano
“Il corpo umano, che fu fatto col limo della terra da Dio, per certi versi è infimo, per altri meraviglioso.
Infimo a causa delle debolezze del corpo, delle malattie, ecc., che però non furono contratti dalla natura, ma dalla macchia del peccato. Per cui i malanni non sono da attribuirsi alla natura ma al peccato originale.
Tuttavia dobbiamo riconoscere che nella vita quotidiana i piaceri sono più delle molestie. Non c’è infatti atto umano dal quale l’uomo non tragga almeno piacere, come dai sensi, ovvero il vedere, l’udire, l’odorare, il gustare, il toccare.
Tant’è vero che è impossibile descrivere il godimento che l’uomo ottiene da una visione chiara ed aperta della bellezza, dall’audizione di suoni e sinfonie, dal profumo dei fiori e cose simili, dal gustare cibi dolci e soavi, e infine dal toccare cose soffici.
E che dire dei piaceri che suscitano l’immaginazione, il giudicare, il ricordare e infine l’intendere?
Perciò gli uomini dovrebbero rallegrarsi della loro vita e non lamentarsi degli affanni come il freddo, il caldo, la fatica, i dolori, e le malattie, giacché la natura li ha ampiamente forniti di rimedi simili ad antidoti o a farmaci, ma dolci e piacevoli.
Infatti ne godiamo quando mangiamo, beviamo, ci riscaldiamo, ci rinfreschiamo e ci riposiamo.
Le percezioni del gusto sono assai più piacevoli di tutte le percezioni tattili, fatta eccezione per quelle del esso. Non a caso il sesso conserva la specie, le il gusto l’individuo. Dopo aver fatto queste considerazioni, tutti gli affanni dell’uomo appariranno inconsistenti.”

Trattati di tipo filologico furono scritti anche da Lorenzo Valla, nato a Roma e vissuto negli ambienti della Curia, dove conobbe Leonardo Bruni, che lo avviò agli studi classici e filologici. Apprese anche il greco.
La sua aspirazione a far parte dei funzionari della Curia, però, fu frustrata da Poggio Bracciolini, verso il quale ebbe una grande rivalità.
Esiliato da Roma, se ne andò a Venezia, Pavia e Milano. Qui si avvicina all’epicureismo, scrivendo il De voluptate (il piacere).
Divenne poi segretario di Alfonso d’Aragona.
A Napoli scrisse De falso credita et ementita Costantini donatione(la donazione di Costantino contraffatta e falsamente ritenuta vera), in cui dimostra che l’atto di donazione di Costantino a Papa Silvestro era falso, poiché non era risalente al IV secolo d.C., ma era invece una contraffazione risalente a secoli dopo.
Veniva così messo in discussione nel trattato il potere temporale dei Papi.
Il suo capolavoro filologico è l'Emandationes sex librorum Titi Livi de secundo bello punico (correzioni dei sei libri di Tito Livio sulla seconda guerra punica) liberando il testo da distorsioni medievali.
Un’altra opera molto importante è Elegantiarum latinae linguae, con lo scopo di definire il modello del latino classico, rappresentato da Cicerone, contro le degenerazioni da parte degli scrittori medievali e le approssimazioni dei primi umanisti. Cicerone istituiva infatti un canone da imitare nei classici latini dell’età aurea.

Di seguito si riporta uno stralcio del “De falso credita et ementita Constantini donatione”, ottenuto parafrasando un po' lo scritto originale del Valla.

La falsa donazione di Costantino
“Facciamo conto che Papa Silvestro I abbia davvero posseduto le terre in donazione: ma quando Costantino se ne andò, quali governatori mise per amministrarle? Quali guerre condusse? Nulla sappiamo di ciò.
Ammettiamo comunque che sia vero: chi lo cacciò dal suo regno, giacché egli non possedette sempre quei terreni e neppure i suoi successori, almeno sino a Gregorio Magno? Chi non possiede e non può provare di essere stato estromesso farnetica.
Comunque ditemi, chi ha cacciato il Papa, per la prima volta? Congiurarono contro di lui? E’ possibile che nessuno dei vinti fuggì, si nascose, si spaventò? O cosa mirabile, che l’Impero Romano costituito con tante fatiche e tanto sangue sia stato acquistato e perduto dai sacerdoti cristiani così placidamente e quietamente, senza che ci sia stato nemmeno un conflitto! E cosa altrettanto ammirevole è che sappiamo quanti furono i duci degli Ateniesi, dei Tebani, dei Lacedemoni, conosciamo tutte le loro battaglie, quali siano i re dei Persiani, dei Medi, degli Ebrei e di molti altri popoli, e in quale modo ognuno di essi abbia avuto il regno, l’abbia tenuto, l’abbia perduto e recuperato, ma ignoriamo come abbia avuto inizio e fine l’Impero Silvestrino, e lo ignora anche chi vive nell’Urbe stessa. Quali testimonianze -vi chiedo- potete presentare? Nessuna, mi risponderete. Allora come fate a dire che è possibile che Silvestro le abbia mai possedute?”

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