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Il Poliziano appartiene alla corte del Magnifico. Egli aveva una vasta cultura e conosceva molto bene il latino e il greco. Il suo vero nome era Angelo Ambrogini, ma poiché era originario di Montepulciano, latinizzò il suo luogo d'origine facendo diventare il suo cognome senza ' Mons '.
Il padre era un giudice, ucciso forse per vendetta. Il Poliziano si recò presso lo zio a Firenze, grazie al quale approfondì i suoi studi. Questi ebbe ottimi insegnanti, ma sostenne di aver appreso molto di più dai libri come autodidatta. All'età di sedici anni ricevette l'appellativo di "giovinetto omerico", poiché tradusse quattro libri dell'Iliade dal greco al volgare rispettando l'esametro greco. Egli diventò in seguito sacerdote per diventare economicamente dipendente. Lorenzo il Magnifico gli assegnò l'incarico di precettore dei suoi figli. Il Poliziano entrò in contrasto però con la moglie del Magnifico, Clarice Orsini, la quale non era d'accordo sui contenuti del Poliziano per lo studio dei figli ( lo riteneva troppo laico ed incapace di trasmettere la fede ai propri figli ) .
Considerando questa situazione, Poliziano andò in un'altra famiglia, i Gonzaga di Mantova e presso la loro corte scrisse La Favola Di Orfeo che fu la prima rappresentazione scenica in volgare non sacra. Successivamente, Lorenzo De' Medici chiederà al Poliziano di tornare a Firenze affidandogli la cattedra di latino e greco ed iniziò a scrivere le Prolusioni, saggi introduttivi alle sue lezioni.
Pubblicò anche le Miscellanea (approfondimenti che trattavano di studi filosofici di autori come Virgilio, Esiodo, Ovidio, Lucrezio, Omero) in cui esprimeva la sua poetica e ciò è importante in quanto fa comprendere che, nonostante sia stato molto enciclopedico, si era interessato anche alla medicina e al diritto. Al vertice di tutte le attività umane c'era la retorica ( che muove gli animi ) e, dopo aver studiato tutte le discipline, la retorica deve servirsi della dialettica che deve sostenerla in quanto aiuta a ricercare gli argomenti finalizzati al discorso per convincere gli animi.
Nonostante egli fosse attratto dai classici latini, volle scrivere in volgare. "Le stanze per la Giostra", scritte in occasione della vittoria del fratello del Magnifico, e la "Favola di Orfeo" quando era presso i Gonzaga a Mantova.

La favola di Orfeo è un poema in ottave e narra di una storia già raccontata nelle Georgiche e da Ovidio nelle Metamorfosi. Parla di un cantore, Aristèo, che è innamorato di Euridice e, una volta, avendola incontrata nel bosco, inizia ad inseguirla e lei, per fuggire da Aristeo, inciampa vicino a un serpente che la morde e muore. Orfeo, addolorato per la morte di Euridice, supplica Ade negli inferi che lo avvisa di non girarsi, ma lui non ascolta il consiglio del dio ed Euridice svanisce. Egli non vuole innamorarsi più e le Baccanti lo uccidono.

Ne "Le stanze per la giostra" il Poliziano esalta l'amore. Quest'ultima è un'opera incompiuta, infatti, le stanze si concludono quando deve parlare della guerra. Il protagonista è Iulio.

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