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Poggio Bracciolini

Poggio Bracciolini nasce a Terranova, vicino Arezzo, nel 1380. Allievo di Salutati a Firenze, diviene amico di due noti umanisti: Niccoli e Bruni. E' a lungo segretario apostolico e in questa veste partecipa al Concilio di Costanza (1414-1418), durante il quale ha modo di riportare alla luce alcuni dei manoscritti dell'Abbazia di San Gallo, contenenti testi importanti della latinità.
Da notare il ritrovamento delle due orazioni, fino ad allora sconosciute, di Cicerone in un codice di Cluny, Pro Roscio Amerino e Pro Murena; De Institutione oratoria di Quintiliano, parte delle Argonautiche di Valerio Flacco, commenti ad otto orazioni di Cicerone di Quinto Asconio Pediano.
Nel 1417 scopre a Reichenau opere di Lucrezio, Ammiano Marcellino e, successivamente, altre orazioni di Cicerone e le Silvae di Stazio.
Oltre al ritrovamento e all'attività di copista, Bracciolini si distingue per la sua produzione di Lettere, in latino, secondo la tradizione classica.
A lui appartengono anche dialoghi e trattati, fra cui il De avaritia e il Contra hypocritas. Importante l'anticlericalismo del Liber facetiarum in cui la battuta mordace e il giudizio sarcastico la fanno da padroni.
Alla fine della sua vita fu cancelliere di Firenze e storico della Repubblica (1453-1459 anno della morte).

La riscoperta dei classici
In una lettera all'amico Guarino Guarini (1374-1460), Bracciolini, impegnato nel Concilio di Costanza, al quale è totalmente disinteressato, racconta il ritrovamento nell'Abbazia benedettina di San Gallo di importanti documenti, fra cui l'Institutio oratoriadi Quintiliano.

Poggio fiorentino segretario apostolico saluta il suo Guarino veronese.
So che nonostante le tue molte occupazioni quotidiane, per la tua gentilezza e benevolenza verso tutti, ricevi sempre con piacere le mie lettere; e tuttavia ti prego nel modo più vivo di prestare a questa una particolare attenzione, non perché la mia persona possa destar l'interesse anche di chi ha molto tempo da perdere, ma per l'importanza di quanto sto per scriverti. So infatti con assoluta certezza che tu, colto come sei, e gli altri uomini di studio, avrete una grandissima gioia. [...] E, molti essendo stati gli autori latini, come sai, egregi nell'arte di perfezionare e adornare il discorso, fra tutti illustre ed eccellente fu M. Fabio Quintiliano, il quale così chiaramente e compiutamente, con diligenza somma, espone le doti necessarie a formare un oratore perfetto, che non mi sembra gli manchi cosa alcuna, a mio giudizio, per raggiungere una somma dottrina o una singolare eloquenza.[...]

Un caso fortunato per lui, e soprattutto per noi, volle che, mentre ero ozioso a Costanza, mi venisse il desiderio di andar a visitare il luogo dove egli era tenuto recluso. V'è infatti, vicino a quella città, il monastero di S. Gallo, a circa venti miglia. Perciò mi recai là per distrarmi, ed insieme per vedere i libri di cui si diceva vi fosse un gran numero. Ivi, in mezzo a una gran massa di codici che sarebbe lungo enumerare, ho trovato quintiliano ancor salvo e dincolume, ancorché tutto pieno di muffa e di polvere. Quei libri infatti non stavano nella biblioteca, come richiedeva la loro dignità, ma quasi in un tristissimo ed oscuro carcere, nel fondo di una torre, in cui non si caccerebbero neppure dei condannati a morte. Ed io son certo che chi per amore dei padri andasse esplorando con cura gli ergastoli in cui questi grandi son chiusi, troverebbe che una sorte uguale è capitata a molti dei quali ormai si dispera.
Trovai inoltre tre primi libri e metà del quarto delle Argonautiche di caio Valerio Flacco, ed i commenti a otto orazioni di Cicerone, di Quinto Asconio Pediano, uomo eloquentissimo, opera ricordata dallo stesso Quintiliano. Questi libri ho copiato io stesso, ed anche in fretta, per mandarli a Leonardo Bruni e a Niccolò Niccoli, che avendo saputo da me la scoperta di questo tesoro, insistentemente mi sollecitarono per lettera a mandar loro al più presto Quintiliano. Accogli, dolcissimo guarino, ciò che può darti un uomo a te tanto devoto. Vorrei poterti mandare anche il libro, ma dovevo contentare il nostro Leonardo. Comunque sai dov'è, e se desideri averlo, e creedo che lo vorrai molto presto, facilmente potrai ottenerlo. Addio e voglimi bene, ché l'affetto è ricambiato.

Costanza, 15 dicembre 1416

La lettera esprime continuamente lo spirito che animava la ricerca; autori passati visti come contemporanei, chiamati per nome, personificati, come si evince dal processo e dalla figura del carcere. I testi antichi sono anima del mondo che va fatta rivivere e, per questa missione, devono adoperarsi gli umanisti.
Alla fine dell'epist9ola, Poggio confessa d'aver personalmente copiato i testi per spedirli agli amici più cari, quetso è indizio del carattere collettivo della ricerca umanistica, ogni scoperta doveva essere condivisa per rivivere nel patrimonio in tellettuale contemporaneo.
Esempio essa stessa di artifici retorici, l'epistola è costruita con un'abile e elegante forma del discorso, che rivela la destinazione ad un pubblico altamente elitario (si ricordi che la lettera è scritta in latino)

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