Il poema epico cavalleresco e Luigi Pulci

Il poema epico – cavalleresco
Negli ambienti popolari e poco colti il racconto delle avventure di cavalieri e paladini riscontrava un grande successo. Essi sono dei componimenti narrativi in versi, preferibilmente ottave, recitati dai giullari o dai girovaghi nelle piazze. In questi componimenti troviamo la fusione tra i personaggi del ciclo carolingio, come Carlo Magno, Orlando e l’atmosfera tipica del ciclo bretone. Il pubblico di questi racconti era quasi sempre non colto, quindi proveniente dagli ambienti popolari e campagnoli; inoltre, prendono di nuovo forma i motivi dell’amore (quasi scomparso in epoca carolingia) e della comicità, soprattutto grazie ai giullari che rendevano quasi buffonesca la narrazione.
Le opere più importanti di questa fase letteraria sono la Spagna in Rima, il Rinaldo da Montalbano e l’Orlando che Luigi Pulci prese come modello per la sua opera principale, il Morgante. E’ in questo periodo che si sviluppa il dialogo tra autore e pubblico, soprattutto a opera dei poeti colti come Pulci, Boliardo e Ariosto che inoltre riprenderanno le vicende epico-cavalleresche, dando vita a una veste letteraria nuova e indirizzandole a un pubblico diverso, cortigiano e di condizione elevata.
LUIGI PULCI
Rispetto a Boiardo e Ariosto, l’opera che più si avvicina a quelle dei cantari è il Morgante di Luigi Pulci che riprende gli intenti giocosi e ironici tipici della tradizione borghese fiorentina. Oltre a ciò, Pulci aggiunge anche influenze di Cecco Angiolieri e d Burchiello, con contenuti grotteschi e molta deformazione caricaturale. Il racconto delle avventure cavalleresche diventa anche un’occasione per il divertimento e l’irriverenza. Pulci nasce a Firenze nel 1432 ed ebbe un insegnamento del latino che non era raffinato come quello degli umanisti. In gioventù legò con Lorenzo de Medici e a corte era considerato un burlone di umore bizzarro. Quando però alla corte medicea arrivarono gli influssi dei filosofi platonici, Pulci continuò sempre più a essere isolato e posto ai margini della vita fiorentina. Morì accusato di magia a Padova, dove venne sepolto in terra sconsacrata.
OPERE
Oltre alla Beca da Dicomano, (parodia della letteratura pastorale e amorosa) Pulci scrisse anche la Giostra, anche se la sua opera più importante è il Morgante. L’opera trae il nome dal gigante omonimo che riscuoteva molto successo tra il pubblico. Col Morgante Pulci si riproponeva di riversare nelle leggende dei paladini di Carlo Magno i suoi umori mutevoli e nuovi personaggi. L’opera era pensata per essere ascoltata e non letta, e la narrazione non segue un ordine ben preciso e unitario: gli episodi si succedono in un modo apparentemente casuale, senza legami. Il racconto è di carattere ironico e quasi burlesco, ma soprattutto traspare una complicità e una familiarità con cui vengono trattati i paladini che perdono la loro eroica dignità. Inoltre troviamo una voce narrante e riferimenti a proverbi e novelle. Per questo motivo il Morgante si collega a una tradizione toscana e fiorentina, di poesia borghesemente popolare e dialettale.
Ma non è tutto, infatti, la materia cavalleresca dei giullari da la possibilità a Pulci di sfogarsi con l’immaginazione e cambiare umore, diventando quasi bizzarro. Il poema diventa quindi una fusione di toni buffoneschi e furfanteschi che però non tralasciano qualcosa di serio e pensoso. Alla varietà dei contenuti si aggiunge varietà anche nel linguaggio: un sottofondo di toscano parlato, dialettale e ricco di modi di dire che però è deformato con forza, a formare termini beffardi e corrosivi.

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