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L'umanesimo


Quando si parla di Umanesimo e Rinascimento si parla di un grande periodo di rinascita che va dagli ultimi anni del 1300 fino ai primi decenni del 1500, quindi abbraccia un periodo storico- culturale molto ampio che viene suddiviso convenzionalmente dagli storici in due grandi fasi : la prima parte è detta Umanesimo e la seconda Rinascimento. Nell’ Umanesimo è compreso il 1400, periodo in cui è avvenuta la svolta ideologica, che si contrappone ideologicamente al medioevo, e questa fase nel Rinascimento raggiunge il suo massimo splendore. Durante questo periodo, in Europa si assiste alla nascita delle monarchie nazionali, cioè stati europei che si reggevano su un’organizzazione ben solida e strutturata, che fece diventare la Spagna, la Francia e l’Inghilterra le 3 nazioni più importanti e più potenti d’Europa; si parla di monarchie perché tutte e 3 gli stati avevano un monarca assoluto che le reggeva, il monarca si serviva di un apparato burocratico amministrativo molto solido che lo aiutava ad amministrare tutto il regno nel miglior modo possibile ed esso aveva anche ordini di controllo sul comportamento del sovrano, e inoltre le monarchie vantano la presenza di un grande e forte esercito che ne assicurava la difesa, e tale era finanziato dal re stesso e formato da cittadini della stessa nazione, i quali dunque combattevano per “l’amor di patria”. Per le altre due nazioni, ovvero Germania e Italia, il discorso cambia. La Germania aveva spezzettato un po’ il potere del sovrano con una organizzazione di tipo feudale (Carlo Magno aveva attribuito ai suoi feudatari il compito di ministrare alcuni dei suoi feudi, di cui loro stessi diventavano sovrani; i feudatari, a loro volta, avevano dato il compito ai valvassori, che allo volta lo diedero ai valvassori e valvassini). Allo stesso modo l’ Italia, era suddivisa in tante frazioni politiche che erano i comuni, i quali si sono formati durante il medioevo, e per un periodo queste entità politiche funzionarono poiché il comune aveva portato una politica un po’ più aperta a tutte le sfere sociali, perché nella amministrazione del potere non contribuivano sono i nobili, ma anche il “popolo grasso”, cioè i mercanti i banchieri, e anche un parte del cosiddetto “popolo minuto” aveva la sua voce in capitolo. Però i comuni, piano piano, volevano estendere sempre la loro potenza ed espandere i loro territori, quindi cominciarono le cosiddette lotte fraticide fra i comuni stessi e questo portò a una situazione insostenibile, tanto che i cittadini stessi dei comuni chiesero alle famiglie più potenti del loro comune di prendere in mano la situazione, di prendere in mano il potere e crearne uno più forte per poter contrastare i comuni. E’ durante questo periodo che si passò dai comuni alle signorie, perché la famiglia più potente di ogni comune ha preso in mano le redini del potere. Chi aveva più ricchezza e più consenso da parte della popolazione, riuscì a diventare signore della città. In Italia le più note signorie sono quelle dei Visconti (dai quali soggiornò Petrarca) e poi degli Sforza a Milano, dei Gonzaga a Mantova, degli Este di Ferrara in Romagna (e da essa ne faranno parte letterati come Ariosto e artisti come Picasso) dei Montefeltro a Urbino e dei Medici a Firenze. L’Italia, durante questo periodo, divenne una delle nazioni europee più deboli, e sia la Francia che la Spagna ne fecero un territorio di conquista. Prima la Francia con Carlo VIII nel 1494, e poi la Spagna per ben due secoli fino alla Pace di Utretc nel 1713, quindi dal 1599 dalla pace di Cateau-Cambrèsis (Catò Cambresì ) fino al 1713, la Spagna è stata padrona dell’Italia ( i Promessi Sposi, infatti ne sono un esempio, perché trattano dell’Italia sotto gli spagnoli). Nonostante ciò, le Signorie diedero dal punto di vista culturale ( perciò in quello letterario, dell’arte, e della filosofia) quell’effetto positivo che tutti si aspettavano. Nel Meridione invece si impongono gli aragonesi, i quali uniranno la Sicilia con il Regno di Napoli, dando vita al Regno delle Due Sicilie. La presenza degli aragonesi nell’Italia Meridionale sarà forse il motivo per cui gli Sforza con Ludovico il Moro offriranno a Carlo VIII di Francia la possibilità di scendere in Italia, perché Ludovico il Moro era appoggiato dalla famiglia degli angioini, che da sempre mirava a diventare padrona del Meridione in Italia, perciò gli aragonesi verranno cacciati e subentreranno gli angioini, ma a quel punto lo straniero era ormai entrato in Italia e dal 1494 le cose cambieranno perché prima la Francia e poi la Spagna diventeranno padrone della penisola italiana. Le signorie, diventando potenti, cominciarono un po’ a comportarsi come avevano fatto i comuni, e cominciarono la guerra fra di loro. Ogni signore aveva un suo esercito, però l’esercito che avevano i signori erano formati da truppe mercenarie, cioè formati dai mercenari, i quali erano dei soldati che combattevano per il soldo, per il denaro, e perciò l’esercito non era formato da cittadini della città che combattevano per amor di patria, e questo fu un elemento di grande debolezza per tutte le signorie italiane, il quale è uno dei punti che verrà messo in evidenza da Niccolò Macchiavelli nel suo Principe. Queste lotte fra le signorie cessarono grazie all’intervento di Lorenzo de Medici. Egli, tra i signori, fu quello che maggiormente si adoperò per cercare di dare un’ equilibrio alla penisola italiana, ed è durante questo periodo, precisamente quarantennio di pace, conosciuta come la Pace di Lodi che l’Italia assistette a un periodo di serenità ed equilibrio. Proprio per questo motivo, Lorenzo de Medici viene considerato “l’ago della bilancia” della politica italiana, perché riuscì a portare ordine e pace per 40 anni. Fu un quarantennio molto importante per l’Italia, in particolare dal punto di vista culturale, perché tutti gli artisti stranieri giunsero in Italia per ammirare le bellezze artistiche e le opere più significative. La pace di Lodi però si interruppe nel 1494, poiché subentrò lo straniero in Italia ,prima Francia, poi Spagna, e poi Austria, e solamente durante il periodo del Risorgimento l’Italia combatterà aspramente per poter cacciare lo straniero, proclamando cosi nel 1861 l’unità di Italia. Nel periodo dell’Umanesimo, perciò nel Quattrocento, avvengono 2 fatti monto importanti : uno è la caduta dell’Impero Romano d’Oriente con la caduta di Costantinopoli avvenuta nel 1453, e il secondo è la scoperta dell’America, avvenuta nel 1492 grazie a Cristoforo Colombo, e risultò una scoperta molto importante dal punto di vista economico, poiché il Mediterraneo perde la sua centralità come punto fermo di commerci per tutta l’Europa, perché la Spagna e l’Inghilterra, che erano le due nazioni più forti dal punto di vista economico, cominciarono la loro espansione oltreoceano, e quindi furono finanziate varie spedizioni fra cui quella di Cristoforo Colombo, il quale si spinse con le sue 3 imbarcazioni ( la Nigna, la Pinta e la Santa Maria) sperando di arrivare nelle Indie, ma in realtà toccò le sponde di un’altra terra, ma sarà solo Amerigo Vespucci che darà il nome alla Terra Sconosciuta, ovvero la chiamerà America. Grazie a questa scoperta, i commerci si spinsero oltre oceano e cominciarono a essere importate tutte quelle materie prime che in Italia non erano presenti, e altre materie rivendute a basso prezzo, facendo così concorrenza al commercio nel Mediterraneo, perciò l’Italia cominciò a crollare anche dal punto di vista economico. Già dal periodo in cui vissero Petrarca e Boccaccio si stava ormai sentendo ideologicamente che qualcosa stesse cambiando, e gli autori che maggiormente percepirono questi fattori furono loro ( Petrarca e Boccaccio), perché
Nel 1400 avvenne una vera e propria “rinnovatio”, cioè una rinascita del mondo classico, il quale viene studiato e rivalutato e addirittura imitato, perciò il Quattrocento si fonda sul principio di imitazione dei classici, perché si sentiva l’esigenza di rivalutare quelle capacità insite nell’animo umano, proprie dell’uomo, che nel Medioevo erano state soffocate a causa della religione cristiana che aveva imposto all’uomo una condotta di vita che mortificava una parte di sé stesso, per seguire la teoria teocentrica (cioè Dio al centro del mondo) e quindi seguire una vita ascetica, che lo potesse condurre verso l’alto perciò verso il ricongiungimento con Dio. Piano piano, però questa svalutazione della vita terrena stava venendo meno, perché si sentì il bisogno di rivalutare quelle capacità dell’uomo che come essere pensate può avere, e l’uomo cominciò ad essere pensato come un Dio sulla Terra, perché aveva le stesse capacità sulla Terra che Dio ha nei confronti della Universo. Gli umanisti, infatti rivalutarono tutti gli aspetti della vita terrena, e le cosiddette humanae litterae, che sono gli studi in cui l’uomo era al centro del mondo, dell’attenzione e non più Dio. Gli studi che esaltano l’uomo sono gli studi classici, perciò si ha la sostituzione con le humanae litterae delle divine litterae, cioè le Sacre Scritture che nel Medioevo erano state in punto fermo su cui si era basata la vita e l’ideologia del Medioevo. Perciò vi è un passaggio dal teocentrismo( cioè Dio al centro del mondo) all’ antropocentrismo (cioè l’uomo al centro di tutto). Ciò non vuol dire che Dio non esistesse più, ma semplicemente si ha una visione più laica della vita, la quale non escludeva la presenza di Dio, ma Dio non era più il principio primo di tutto, ma era comunque immanente, cioè presente nella vita dell’uomo e in tutto ciò che concerne la realtà; l’uomo, nella visione antropocentristica, deve capire che Dio esiste ed è sempre con lui, quindi deve sempre tendere all’alto, ma può essere anche lui un Dio sulla Terra, perché le capacità che ha l’uomo di creare sulla Terra sono le stesse che ha Dio nell’intero Universo, perché l’uomo è stato creato da Dio a sua immagine somiglianza, e se crea delle bellezze deve esaltare e goderne di ciò, senza sensi di colpa, come invece avveniva nel Medioevo ( es. Petrarca sentiva sensi di colpa quando le sue opere venivano apprezzate). Proprio per questo motivo nell’Umanesimo si parla di edonismo, che è una parola che deriva dal greco e significa piacere, e sta ad indicare quel piacere che l’uomo deve provare nell’ammirare e nell’esaltare le sue stesse bellezze. Possiamo parlare di manentismo, cioè presenza di Dio però non più come fine ultimo, perciò si può dire l’Umanesimo fu permeato dalla visione antropocentrista, ma più precisamente una visione antropoteocentrista. L’antropoteocentrismo tra a significare che l’uomo è al centro del mondo ma Dio non è scomparso dalla vita dell’uomo. Le caratteristiche principali di quest’ epoca sono le humane littearae ( chiamati anche studi humanitatis ), cioè lo studio dei classici che hanno esaltato l’uomo in tutte le sue virtù. Esaltando i classici viene rivalutato anche il latino, e infatti alcuni autori cominciarono nuovamente a riscrivere in latino ( questo amore per il latino lo si è riscontrato anche in Petrarca, perché lui voleva ottenere il successo a tutti i costi con le sue opere in latino e lo ottenne ricevendo l’alloro poetico, però il successo tra i posteri l’ottenne grazie alle sue opere in volgare in particolare con il Canzoniere). Il latino che venne rivalutato non fu certo quello del Medioevo (tale nome è stato coniato dagli umanisti stessi, e significava media etas, cioè età di mezzo, perciò stava ad indicare un’ età che si era frapposta fra l’età classica e la loro età, ovvero l’età umanistica; e per loro quella del Medioevo fu un età scura, un età buia, perciò il termine media etas indicava un termine dispreggiativo, perché secondo loro durante questo periodo vennero offuscate tutte quelle capacità dell’uomo che prima i classici avevano esaltato. Gli uomini medievali avevano svalutato la vita terrena e deformato anche il significato delle opere classiche a causa dei copisti amanuensi. Il latino utilizzato nel Medioevo non era quello di Cicerone, era molto più addolcito nella sua pronuncia e nella sua sintassi), infatti gli umanisti rivalutano il latino utilizzato dai classici cioè il latino di Cicerone, perciò si parla di ciceronianesimo. Tendendo a riscoprire i classici, a ristudiarli, a riproporre il latino per amore dei classici, si impose anche il principio di imitazione, che faceva si che gli umanisti imitassero in tutto e per tutto i classici. Questa imitazione però non fu pedissequa, cioè alla lettera, ma cercarono di emulare i classici, cioè volevano addirittura superare i loro maestri con la loro originalità. Altro fattore che grazie alla rivalutazione dei classici nacque è l’amore per la filologia, cioè il cercare quasi con ossessione di riportare le opere classiche al loro significato originale. Un precursore in ciò fu senz’altro Petrarca, ma tra gli umanisti che fecero ciò si ricordano Salutati, Marsilio Ficino ( fa parte della scuola neoplatonica, cioè riprende le idee di Platone, e parla nelle sue opere dell’uomo come microcosmo, cioè è stato creato da Dioe anche lui può creare, perciò microcosmo perché ha in sé in piccolo tutte le facoltà creative che l’uomo ha su tutto l’universo), Pico della Mirandola (l’unico in gradi di ripetere un opera con le stesse parole dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio), Poggio Bracciolini, Lorenzo Valla ( egli è considerato dei filologi più importanti di tutto l’Umanesimo perché diede un contributo molto importante ovvero riuscì ad affermare che la donazione di Costantino ( pare che in punto di morte, Costantino, diventato cristiano, avesse donato alla Chiesa vari territori, e da quel momento la Chiesa cominciò ad essere padrona non solo del territorio intorno al vaticano ma anche di altri territori in tutta la penisola, quindi iniziò da quel momento il potere temporale della Chiesa, ma iniziarono a causa di ciò le cosiddette lotte tra papato e impero) era un documento falso, perché confrontando la scrittura del documento scritto da Costantino con la scrittura del periodo in cui aveva vissuto Costantino, scoprì che quei termini, quella grafia non erano propri del secolo di Costantino, ma erano di attribuire a un’ epoca più tarda, perciò era un falso di cui la Chiesa si era impadronita per legittimare il potere temporale. Alcuni umanisti decisero di diventare pedagoghi, educatori, cioè insegnare agli altri la nuova visione del mondo. I due casi più noti furono quelli di Guarino Veronese e Vittorino da Feltre, illustri latinisti e anticipatori dei metodi educativi moderni. Tra i principi umanisti vi era quello di mens sana corpore sano, cioè non solo doveva essere educata la mente, ma anche il fisico; esso durante il Medioevo veniva svalutato perché veniva considerato come un qualcosa che portava a peccare. Un grande umanista fu senz’altro Pico Della Mirandola, il quale scrisse un’importante orazione sulla dignità dell’uomo ovvero De hominis dignitate. Egli, in essa, mette in risalto la dignità dell’uomo, ma anche il suo libero arbitrio.
La nuova cultura umanistica si diffuse in particolare nelle corti, perché era abitudine dei signori e dei principi circondarsi di autori importanti, come artisti, letterati, pittori affinché la loro corte potesse godere sempre più di prestigio, perché le corti non si facevano la guerra fra di loro combattendo e con gli eserciti, ma si facevano la guerra anche dal punto di vista culturale, perché la corte che vantava gli artisti più importanti e più in voga durante quel periodo, veniva considerata una delle corti più prestigiose. Si parla di mecenatismo, perché ci si rifà ai tempi di Augusto con Mecenate, il quale fu colui che diede vita al circolo di Mecenate, un circolo culturale molto importante formato da vari letterati. Le corti più splendide furono quelle di Firenze, Venezia, Milano, Napoli, Ferrara, Mantova e Urbino. Un altro luogo in cui si sviluppò la cultura umanistica furono le botteghe degli artisti, perché gli artisti aveva una bottega dove insegnavano ai loro apprendisti la loro arte spesso, all’interno di queste botteghe molti artisti si incontravano per scambiarsi pareri; è proprio in una di queste botteghe che nasce la prospettiva, che fino a quel momento non si conosceva. Altri luoghi in cui si sviluppò la cultura umanistica furono le biblioteche, e non solo nacquero anche le prime accademie, le quali in un primo momento vennero considerate come dei circoli letterari, dei cosiddetti “cenacoli”, dove si riunirono tutti i letterati per discutere della loro arte. Le più importanti accademie del Quattrocento sono l’Accademia Romana, l’Accademia Platonica a Firenze, e l’Accademia Aldina a Venezia. La cultura umanistica verrà capita, in un primo momento, solamente da coloro che avevano una certa istruzione. La popolazione era legata ancora alla cultura del Medioevo, mentre nelle corti si era già più avanti, cioè si stava già diffondendo un’altra visione del mondo. Il popolo ancora era legato alla teoria teocentrica. Ad un certo punto però gli autori che scrivevano semplicemente in latino avevano davanti a sé un pubblico molto ristretto che potesse capire le loro opere, e perciò sentirono la necessità di utilizzare un'altra lingua che potesse essere più vicina al popolo ovvero il volgare. Esso era un volgare molto più raffinato, e riprende un po’ il volgare utilizzato da Petrarca nel suo Canzoniere. Il ripromotore della diffusione del volgare fu Alberti che propose una gara poetica detta Certame Coronario ( certamen= gara), che aveva come fine ultimo quello di dare al vincitore una corona d’argento. Questa gara poetica si doveva basare sul tema dell’amicizia, perciò i poeti partecipanti dovevano scrivere un testo in volgare sull’amicizia. Nessuno vinse, però questo fu un momento in cui si rivalutò tantissimo il volgare. A far si che il volgare si riaffermi nuovamente come lingua fu anche Lorenzo de Medici. Lorenzo il Magnifico scrisse lui stesso in volgare, e donò al re di Aragona una sua racconta detta Aragonese, ed essa era una racconta di testi in volgare toscano.

Lorenzo il Magnifico


E’ chiamato così perché fu un grande artista, signore, scrittore, ed è considerato l’ago della bilancia della politica italiana, autore della Pace di Lodi. Per quanto riguarda la sua biografia potremo dire che era figlio di Piero de Medici e di Lucrezia Tornabuoni, nacque a Firenze nel 1449. L’amico Pulci lo spinse a cimentarsi nella poesia in volgare. Nel 1469 sposò Clarice, appartenente alla potente famiglia romana degli Orsini, ma alla fine dello stesso anno morì il padre Piero perciò assunse in governo di Firenze, e con la sua politica di equilibrio assicurò un quarantennio di pace alla penisola con la pace di Lodi, e per questo motivo verrà chiamato “ago della bilancia d’Italia”. Nel 1478, una famigli avversa a quella dei medici, la famiglia dei Pazzi ordì una congiura per rovesciare il potere dei medici. L’agguato fu teso nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, dove perse la vita suo fratello Giovanni, Lorenzo si salvò grazie all’intervento di Poliziano che lo spinse nella sacrestia e ne sbarrò le porte. La congiura coicideva con un momento di pericolo di Firenze, in contrasto con il papa e con il regno di Napoli. Lorenzo però riuscì a trovare un’accordo con il re Ferdinando d’Aragona a cui donò anche una sua raccolta di testi in volgare toscano. Lorenzo fu anche un grande mecenate. Morì nella villa di Careggi nel 1492 e alla sua morte comincia il declino che porterà l’invasione dei francesi in Italia nel 1494 con Carlo VIII. Durante la sua vita Lorenzo de Medici si cimentò in vari generi letterari e scrisse tre poemetti di carattere satirico e burlesco che sono l’Uccellagione di Starne (in ottave, narra una battuta di caccia), il Simposio ( caricatura in terzine dei più famosi ubriaconi di Firenze), e la Nercia da Barberino ( in ottave che parla dell’amore rusticale di un pastore di nome Vallera per una popolana di nome Nercia). Importanti sono le canzoni a ballo e i canti Carnascialeschi, perché a quei tempi ogni anno a Firenze si festeggiava il Carnevale, perciò avveniva la sfilata dei carri allegorici finanziati dal signore della città. Chi era sopra il carro poteva recitare i canti carnascialeschi, e uno di questi canti fu scritto da Lorenzo de Medici ed è la Canzone di Bacco. Si cimentò anche su poesie petrarchiste, e scrisse un poemetto in ottave Ambra, che narra la storia della passione amorosa del fiume Ombrone per la bella fanciulla Ambra, la quale venne trasformata in roccia (si riprende il mito di Apollo e Dafne).
Canzone di Bacco
Il celebre componimento è una mascherata, un trionfo scritto per il carnevale del 1490. In alcune parti il canto assume toni più pensosi, rivolgendosi in una meditazione sulla brevità della vita. Essendo un amante dei classici, Lorenzo de Medici studiò anche Orazio e la sua filosofia del Carpe Diem (vivere il presente senza pensare al futuro). Lorenzo, nella ballata, vuole trasmette il senso del Carpe Diem.
1 strofa = Viene fuori proprio l’eco oraziana del Carpe Diem, perché la giovinezza rappresenta la fase della vita dell’uomo più felice ed e quello si deve godere più di tutti, perché dopo di essa comincerà la vita adulta, perciò una realtà molto più difficile, e dopo cominceranno le malattie per poi sopraggiungere la morte, perciò dice godete in presente perché il domani è incerto.
2 strofa = E’ come se vedessimo sfilare davanti a noi i carri con i suoi personaggi e Lorenzo de Medici li presenta e questa presentazione avviene con un pronome dimostrativo che è “questo”, presente in quasi tutte le strofe. Il carro è allegorico perché tutti i personaggi rappresentano altro, cioè sono dei personaggi mitologici, perciò lui dimostra la sua grande rudizione attraverso la mitologia. Bacco è il Dio della Vino, dell’ ebbrezza della vita, perciò gli dei mitologici che simboleggiano la giovinezza sono Bacco e Arianna, perché Bacco aveva sposato Arianna che in precedenza era legata a Teseo, che era colui che uccise il Minotauro. Una volta però arrivati all’isola di Nasso, Arianna fu abbandonata da Teseo e accolta in lacrime da Bacco che la sposò. “Bacco e Arianna vanno sempre insieme perché si amano alla follia, e si godono attimo per attimo il loro amore. Presenta anche le ninfee che sono divinità minori, e altra gente che verrà presentata dopo tra cui i satiri, perché sono quelle divinità minori che molestano continuamente le ninfee.
3 strofa= Questi saturi , innamorati delle ninfee, nei boschi cominciavano a infastidirle e a molestarle, perché forse eccitati a causa del vino, ballano e saltano in continuazione.
4 strofa = Le ninfee si fanno ingannare e sedurre piacevolmente dai satiri, perché l’amore può avere riparo solamente in un cuore nobile ( si rifà al concetto stilnovistico e ribadisce la terzina dantesca “Amor chi nulla amato amar perdona, presente del V canto dell’Inferno della Divina Commedia) perciò tutti insieme cantano e ballano.
5 strofa = Ora comincia a presentare dei personaggi negativi. Parla di Sileno, il quale si trova su un asino straziato per il suo peso, poiché grasso e vecchio. Era precettore e amico di Bacco, infatti venne spesso raffigurato ubriaco. In realtà è un peso però perché è ricco di vizi, è un vecchio che ha mal vissuto. E’ dedito di vizi, si gode la vita ( questo vuole far capire che la vita va vissuto a pieno anche nella vecchiaia).
6 strofa = parla di re Mida. Egli aveva ricevuto il dono di poter trasformare tutto in oro, però questo dono gli fu fatale perché trasformò in oro anche il cibo e le bevande. E dice Lorenzo de Medici “ a cosa gli è giovato avere tutto quell’oro se dopo è per quello che è morto?” ( questo vuol dire che bisogna accontentarsi di quello che si ha e non cercare la ricchezza).
7 strofa = Lorenzo dice che questa ballata è dedicata a tutti giovani e vecchi, donne e uomini, nessuno si deve nutrire del domani, bisogna godersi il presente, bisogna godersi la giornata di Carnevale.
8 strofa = C’è un’esaltazione del Dio Bacco (dio dell’ebbrezza) e di amore. Godetevi il presente perché la vita è fugace, quello che ci può essere oggi non ci può essere domani.
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