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Bracciolini

Nasce nel 1380 in provincia di Arezzo. Allievo di Salutati, si reca a Roma, dove ottiene l’incarico di scrittore apostolico e si adopera in ricerche di manoscritti presso i famosi monasteri dell’epoca, come quello di Cluny; ottiene anche la mansione di segretario apostolico, con la composizione di numerose opere tra le quali il “Liber facetiarum”. Si trasferisce poi a Firenze con l’incarico di cancelliere della repubblica fiorentina, della quale narra le vicende componendo “Historiae populi Florentini”. Muore nella città nel 1459.

Ho trovato Quintiliano
La lettera si apre con una captatio benevolentiae verso il destinatario, pregandolo di prestare la sua attenzione non all’autore, bensì all’importanza della notizia da comunicare. Questa consiste nell’annuncio di una grandissima gioia per tutti gli studiosi, anche se la rivelazione della causa di questa viene posticipata alla fine della lettera. Al fine di creare suspense e dare maggior rilievo al proprio ritrovamento, Poggio Bracciolini sviluppa delle affermazioni di carattere generale, intorno a tre punti principali.

Il primo punto sostiene l’importanza della formazione linguistica e letteraria, poiché questa è lo strumento grazie al quale l’uomo si distingue dalle bestie e può manifestare le virtù dell’animo. Questo è possibile attraverso i doni divini dell’intelletto, della ragione e della parola, che ci consentono di conseguire diffondere la conoscenza (la quale ci rende più colti e raffinati).
Il secondo punto sostiene la gratitudine e l’ammirazione che dobbiamo rivolgere ai maestri di retorica e agli inventori delle arti liberali, che ci hanno insegnato a parlare e scrivere perfettamente.
Il terzo punto mostra infine chi furono i maestri dell’antichità e fra questi, accanto a Cicerone, ci presenta Quintiliano, dal cui studio deriva “una scienza perfetta nell’arte del dire”.
Tuttavia, l’opera di questo autore è nota in modo così frammentario e deformato che non è possibile averne un’immagine adeguata. Il linguaggio di Bracciolini si fa allora triste e malinconico nel comunicare come, a causa del passare del tempo e della negligenza degli uomini, i lettori non possano più apprezzare lo splendore del testo originale. Con u’efficace tecnica, Bracciolini sovrappone e fonde l’immagine del testo con quella del suo autore e il degrado e la mutilazione subite dall’Institutio Oratoria di Quintiliano ricadono sulla sua persona, che viene presentata come lacerata e devastata, imprigionata dalle catene del medioevo nelle polverose carceri delle biblioteche antiche.
A questo punto l’umanista annuncia con gioia il ritrovamento del prezioso volume dell’autore latino: mentre si trovava in Svizzera, andò a curiosare nell’abbazia di San Gallo in cerca di antichi manoscritti. E qui narra di aver trovato Quintiliano ancora salvo ed incolume, sebbene pieno di polvere, e non nella biblioteca dell’abbazia, ma in un oscuro e tristissimo carcere, luogo certamente non convenevole alla sua dignità.
L’opera di restauro filologico del testo è presentata come un intervento a salvaguardia di una vera e propria persona. Grazie a questa scoperta, Quintiliano, liberato dalle catene del carcere, può tornare a vivere e a dispensare i suoi insegnamenti.
La lettera mostra poi l’amore e l’importanza riservati dagli umanisti ai libri antichi, considerati non come morti e ammuffiti ma al contrario voci da tenere in vita e interlocutori preziosi per gli intellettuali moderni. Da questo amore per i libri dell’antichità inizia la costruzione di una nuova cultura e in quest’ottica si capisce l’entusiasmo degli umanisti: la riscoperta di un codice equivale davvero alla liberazione dalla prigionia.

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