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Francesco Petrarca
La vita
Francesco Petrarca nacque ad Arezzo dal padre Pietro detto Ser Petrarco e dalla madre Eletta Canigiani, nel 1304 e morì nel 1374 ad Arquà, Padova. Il padre apparteneva al partito guelfo ed era precisamente guelfo bianco. Fu esiliato nel 1312 e la famiglia si trasferì ad Avignone dove si trovava la curia papale. Per tanto tutta l’esistenza di Petrarca coincide con la Cattività Avignonese, ovvero il trasferimento della sede papale, da Roma ad Avignone. Lì il padre trovò lavoro come “uomo di penna”. Petrarca chiederà più volte al Papa di tornare a Roma per restaurare la gloria di Pietro e di Cesare. Egli ha un fratello, Gherardo, con il quale intraprende gli studi di Giurisprudenza prima a Monpellier poi a Bologna. A Bologna, Petrarca entra in contatto con la corrente poetica dello Stilnovo, grande tradizione poetica nata proprio lì. Nel 1326, il padre muore e in Francia prende gli ordini minori da chierico. L’assunzione di questi ordini non è vista, da parte di Petrarca, come una vera e propria missione ma non sottovaluta questo ruolo e cerca di non compiere azioni trasgressive. Essere un chierico per opportunità gli consente di avere, nei confronti della Chiesa un giudizio imparziale e gli consente di ottenere benefici, fare lavori. Entra in servizio della famiglia Colonna. Lì può coltivare l’”othium letterario”, cioè lo studio spoglio di fini pratici. E’ un cortigiano per opportunità perché a corte riesce a coltivare lo studio. Petrarca aveva molto stima di sé e pur essendo un cortigiano non si sente per nulla inferiore rispetto al signore, ma comunque si sente libero. Questo lo ribadisce anche nel “Posteritate” (Lettera ai Posteri) dove sostiene che non è lui a viver con i signori, ma i signori a viver con lui. Il 6 aprile 1327, Francesco incontra Laura, giorno della passione di Cristo, nella Chiesa di Santa Chiara ad Avignone. La figura di Laura può essere ricondotta a quella di Laura di Noves, sposa di un visconte, che morì di peste il 6 aprile 1348. Laura è la donna più intensamente lodata da un innamorato nella letteratura. L’amore di Petrarca per Laura è un amore più concreto, più terreno, dai caratteri stilnovisti, si, ma quell’ amore che Petrarca rappresenta non nobilita l’animo dell’innamorato, anzi, lo fa rimanere sulla Terra, non lo innalza verso Dio. Tra il 1336/37 Francesco arriva a Roma, e se ne innamora, dedicandole due grandi opere: “Africa” e “Deviris Illustribus”. Nel 1341 viene incoronato poeta laureto al Campidoglio, principalmente per le sue opere in latino, da Carlo D’Angiò considerato uno sei principi più colti del tempo. Continua a viaggiare all’estero e entra in contatto con la drammatica situazione dell’ Italia, divisa in signorie, corti, ect…. Questa situazione gli suggerisce una canzone: “Italia Mia” che poi verrà inserita nel Canzoniere. Nel 1343, il fratello, Gherardo, conclude il corso da monaco e prende i voti. Francesco si sente inferiore nei suoi confronti, turbato, e questo fa intensificare il suo dissidio interiore. Il turbamento petrarcheso viene espresso principalmente nel versante della produzione poetica cosiddetto ascetico. Nel 1350 si recò a Firenze dove conobbe Boccaccio, e instaura con lui una profonda amicizia. Al centro di questa amicizia vi è una diversa considerazione delle opere di Dante. Boccaccio amava la Divina Commedia, recitandola anche nella provincia fiorentina, e fu uno dei primi commentatori dell’opera. Petrarca non amava l’opera dantesca, in quanto la considerava troppo realistica. I veri valori che Francesco mostrò furono l’ othium letterario e la Libertas. La corruzione della corte avignonese e i sempre più frequenti soggiorni in Italia fecero sì che Petrarca decidesse di abbandonare la Provenza per trasferirsi presso la corte di Galeazzo II Visconti, signore di Milano: l'Italia, meta desiderata, si configurava sempre più ai suoi occhi come l'erede culturale dell'impero romano. Arrivò in città nel 1353, e vi rimase fino al 1361, con la speranza e il desiderio di potersi finalmente dedicare a tempo pieno agli amati studi e alla poesia, aspirazione che realizzò nonostante qualche missione diplomatica e qualche viaggio privato. Allo scoppio della peste nera, nel 1361, Petrarca fuggì prima a Padova e poi a Venezia; come in precedenza, di tanto in tanto rivide l'amico Boccaccio. Infine si stabilì, nel 1368, ad Arquà, sui colli Euganei, ospite di Francesco da Carrara. A partire dal 1370 trascorse qui la maggior parte del suo tempo, con la figlia Francesca e la famiglia, dedicandosi alla revisione definitiva delle sue opere. I suoi ultimi anni di vita li trascorse ad Arquà, Padova dove morì nel 1374, poco prima si finire definitivamente il Canzoniere. Ebbe due figli Francesca ed Ignazio ma non si sa chi siano le madri.
Fra Dante e Petrarca vi è una profonda differenza da ogni punto di vista: Dante, a differenza di Francesco, interpreta la figura dell’intellettuale medievale, partecipa ad un sapere organico, utilizza tutti i generi letterari e tutti gli stili, non è solo un poeta puro ma anche un profeta, è un cortigiano per necessità, perché lo fa per vivere, si rivolge ad un pubblico universale, vuole creare una classe di intellettuali laica senza interessi particolari, se non per l’ amore verso la cultura, si impegna politicamente e fa del volgare una questione di principio rispetto al latino, interrompe le sue opere quando ha bisogno ella Commedia, esteriore solo certezze e conosce la sua strada fino in fondo. Petrarca, invece, interpreta la figura dell’intellettuale moderno lacerato fra ragione e sentimento. Non ha certezze ma solo dubbi da esprimere, Queste incertezze nascono dl fatto che Petrarca è tra “cielo e terra “: è lacerato tra ragione e sentimento; sa benissimo che la strada da percorrere è quella verso Dio, ma non ci riesce perché ama troppo le cose terrene, che consistono nell’amore vero Laura, l’amore per la gloria e per lo studio. Si tratta di cose vane (che chiamerà vanitade) ma non riesce a staccarsene perché le ama troppo. Questa condizione di dolore che vive continuamente è già stata di antichi poeti come Ovidio e Saffo. Petrarca interpreta alcuni versi di Ovidio e dall’interpretazione petrarchesca si capisce il turbamento e le incertezze del poeta. Petrarca contrappone a momenti di forte malinconia e solitudine, attimi di vita pubblica da magno poeta. Egli è pro-umanista, per la sua ricerca, il suo studio e il suo amore verso tutti i classici e la sua voglia di scoprire nuovi codici. La vita privata di Petrarca, che alternava le attività culturali alle missioni diplomatiche, non sempre fu distinta da quella pubblica. In tale varietà di lavori e di interessi è possibile individuare un primo sintomo della modernità della vocazione petrarchesca, che anche a livello strettamente culturale e letterario mostra una notevole ricchezza: alla riflessione religiosa (lesse ben presto e meditò le Confessioni di sant'Agostino, nel 1333) si accompagna il precoce amore per i classici della letteratura latina (nel 1333 scoprì a Liegi l'orazione di Cicerone in difesa del poeta Archia e nel 1345, nella Biblioteca Capitolare di Verona, le lettere di Cicerone ad Attico, a Bruto e a Quinto); e alla produzione in latino si accompagnò quella in volgare, relativamente esigua (due sole opere) ma importantissima. Petrarca può a ragione essere considerato uno dei primi umanisti proprio per l'amore profondo che nutrì per i classici, concepiti non in contrasto ma in continuità con la tradizione cristiana, e per l'utilizzo degli esempi antichi nell'ambito della sua produzione. Tipicamente umanistica è la sua vocazione filologica, ma anche il fatto che egli fu sempre in relazione con i maggiori studiosi a livello europeo, secondo una concezione di arte transnazionale e cosmopolita. E’ un filologico, cioè si spoglia di ogni prevenzione teologia morale della cristianità del tempo e interpreta gli scritti antichi come si dovrebbe al fine di scoprire il vero messaggio. Petrarca è uno dei più grandi lirici della storia, perfeziona il sonetto, esercitando sui numerosi poeti un’influenza determinante. La poesia lirica è quella poesia mediante la quale il poeta riesce ad esprimere i suoi sentimenti. La più grande esperienza lirica è riconducibile a Petrarca, in lingua volgare. Oltre a lui vi sono quelle di Tasso, Leopardi e Montale (che si ispirano a quella petrarchesca). Petrarca lascia Aristotele per Platone; S. Tommaso per S. Agostino le cui confessioni rappresenta la principale fonte delle sue opere. Non sente come Dante il problema del volgare: scrive indistintamente sia in volgare che in latino per la produzione poetica latina viene incoronato poeta laureato in Campidoglio con la corona d’alloro. Non vive l’esilio, come lo vive Dante, perché Dante lo considera una conseguenza dell’esilio, mentre Petrarca nacque gia in esilio. Il viaggio, per Francesco, rappresenta una fonte di conoscenza. Ogni opera petrarchesca non ha il sigillo della completezza perché rivisita continuamente le sue opere. Il pubblico a cui si rivolge la lirica di Francesco è un pubblico meno ampio, ma si tratta di un pubblico di scelti elettori che condividono con lui i sentimenti espressi e che si sentono coinvolti nelle sue vicende emotive. Stacco storico e biografica tra Dante e Petrarca: in merito a Dante abbiamo pochissime notizie biografiche, mentre Francesco è stato molto attento a preparare la propria immagine pubblica (per contrasto ama la solitudine, rinchiudendosi nelle sue tenute ma contrappone a questa cosa momenti di vita pubblica).
la produzione poetica di Petrarca si divide in due gruppi: produzione poetica volgare e produzione latina.
Per quanto riguarda la produzione poetica volgare le uniche opere scritte in volgare, cioè in italiano, furono “il Canzoniere” e “I Tronfi”.
L'opera che rese Petrarca uno dei poeti più celebri al mondo è il Canzoniere, una raccolta di testi in volgare che l'autore riteneva di importanza secondaria rispetto alle sue grandi opere in latino. Il Canzoniere non ha una precisa data di pubblicazione perché essa è scritta nell’ambito di tutta la sua vita. Le poesie in volgare le definisce, come Cavillo, “mugole” (bazzicale). Il titolo originale recita infatti “Rerum vulgarium fragmenta”, cioè "Frammenti di cose volgari", dove “volgari” deve intendersi, appunto, in lingua volgare, ossia in italiano. Questa opera fu trasmessa anche con altre intitolazioni come “Rime” o “Rime Sparse”. Però questo è in contraddizione perché la parola Canzoniere rimanda ad una compiutezza mentre “Rime Sparse”rimandano d un disordine. In realtà la cura con cui l'autore organizzò questo canzoniere fu attentissima, e del resto proprio l'impianto così meditato fu una vera e propria novità. La raccolta è composta di 366 componimenti (per la maggior parte sonetti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali) concepiti come lettura da compiere nell'arco dell'anno, un componimento al giorno, più uno proemiale. La raccolta ha al centro la figura di Laura, e nel complesso tematizza due epoche fondamentali nella vita del poeta, la fase in cui Laura era viva e quella in cui era ormai morta. Non si tratta di una suddivisione cronologica, ma di una serie di corrispondenze e di atmosfere ispirate a questi due fatti capitali, frammenti di una vita segnata dalla gioia dell'amore e dal dolore della morte, in modo difficilmente districabile. Laura, raffigurata in modo astratto e stilizzato, incarna l'ideale dell'amore, della bellezza e della religiosità e rappresenta un'aspirazione irraggiungibile che viene esplicitata tramite metafore e immagini studiate e ricorrenti. Petrarca lavorò con grande impegno a ogni singolo testo, apportando continue correzioni e varianti, con un meticoloso lavoro di rifinitura e di bilanciamento fra i singoli componimenti e l'insieme che essi costituiscono. Il tema principale è l amore ma a fianco ai sonetti amorosi vi sono anche temi politici o contemplazione della natura, esaltazione dell’othium letterario. L’amore espresso da Petrarca è un amore più intenso rispetto a quello provato da Dante nei confronti di Beatrice. L’amore viene rappresentato con elementi stilnovisti ma quell'amore che Francesco esprime non nobilita l’uomo e non lo innalza verso il cielo , anzi, lo fa rimanere sulla Terra. L’amore non è virtù (stilnovo) ma è mezzo di perdizione che provoca dolore. Perciò Petrarca non arriverà mai a dire che quell'amore virtuoso lo conduce a Dio. L’amore è un peccato, un’ ”errore giovanile”. Il Canzoniere è diviso in due grandi sezioni: “In Vita di Madonna Laura” e “In Morte di Madonna Laura”.
Per realizzare una poesia all'altezza dell'argomento, il volgare assunse un'eleganza mai raggiunta prima; il vocabolario usato dal poeta è ridotto e molto scelto, ma usato in modo "intensivo": nella poesia del Canzoniere conta anche la minima sfumatura di significato. Proprio la sistematicità con cui il progetto fu realizzato, insieme alla sua astrattezza intellettuale (una poesia dunque non legata da questo punto di vista a un preciso contesto storico e culturale), rese il Canzoniere un vero e proprio modello poetico, che avrebbe poi influenzato per diversi secoli la lirica occidentale. Si tratta di un paradigma determinante anche dal punto di vista metrico, ad esempio nella definizione della forma del sonetto e della canzone. Il centro del Canzoniere, secondo alcuni studiosi, non è Laura, ma Francesco, grande innamorato che parte da sé e torna sé (il centro dell’opera è l’animo del poeta). In ogni componimento c’è sempre lui, al centro con il suo stato d’animo, di fronte all’amore vero Laura,. Compaiono molte figure retoriche dell’ordine (anafora, chiasmo, antitesi ect….). Viene utilizzata il <<sehnal>>.
L'altra importante opera poetica in volgare è un poema in terza rima intitolato “I Trionfi”, a cui Petrarca lavorò tra il 1356 e il 1374. Rimasto incompiuto, fu stampato per la prima volta con il Canzoniere nel 1470; la struttura riprendeva l'impostazione data da Boccaccio alla sua Amorosa visione, articolata in una serie di "trionfi". Il poeta dorme in Valchiusa, quando gli appaiono visioni trionfali del dio Amore seguito da un corteo di personaggi storici e mitologici. Anche qui ha grande importanza la valutazione, da un punto di vista spirituale, dell'esperienza legata alla figura di Laura. In generale, ogni quadro, attraverso un processo di simbolizzazione e allegorizzazione, cerca di innalzare sentimenti ed esperienze terrene verso l'assoluto celeste e la verità universale.
La produzione poetica latina, invece, comprende opere del versante classico e del versante ascetico. Per quanto riguarda il versante delle opere classico abbiamo “Africa” e “ De viris illustribus” le cui fonti di ispirazione sono gli storici scrittori latini Livio e Virgilio.
L’ “Africa” fu composto tra il 1338 e 1339. L’ “Africa” è un poema epico ispirato alla seconda guerra punica, centrato sull'eroica figura di Scipione l'Africano e celebrativo dell'alto destino provvidenziale del popolo romano; è interrotto al nono libro, in cui il Poeta esalta la superiorità della civiltà occidentale su quella orientale, attraverso la descrizione della seconda guerra punica che vide Scipione l'Africano trionfatore su Annibale. Quest’opera, cui il Poeta maggiormente teneva, è debole dal punto di vista epico e di pregevole presenta solo qualche passo di intonazione lirica.
Il “De Viris Illustribus” è un opera nella quale compare una galleria di profili biografici di personaggi tratti dalla storia antica, dalla Sacra Scrittura e dalla mitologia classica.
Il turbamento e il dissidio interiore del poeta viene espresso nelle opere del versante ascetico: “"Secretum”, “De Vita Solitaria” e “De Othio Religioso”.
Il “Secretum” racconta in tre libri, tre giorni di confessioni di Petrarca a S.Agostino, in presenza della verità. Le fonti principali sono le Confessioni di S.Agostino. Francesco confessa tutti i peccati tranne l’invidia (perché l’invidia non gli appartiene). Le cose terrene le chiama “vanitade”, cioè quelle cose che non gli permettono di raggiunger pienamente Dio. In generale, nelle altre tre opere il Poeta esalta l’othium letterario. Nel “De Othio Religioso”, Francesco oppone il raccoglimento della vita claustrale di disordine morale e mentale della città.
Di grande interesse è invece l'epistolario, preziosa fonte di informazioni sulla vita dell'autore, sulla sua opera e sugli ambienti che frequentò, ma anche miniera di idee e riflessioni culturali, religiose e politiche, nonché ideale autoritratto col quale il poeta intendeva consegnare ai posteri la sua figura. Fu Petrarca stesso a curare la pubblicazione dei ventiquattro libri delle epistole (la sua raccolta più importante di lettere) Familiarium rerum libri (Libri di cose familiari), indirizzate ad amici e ad antichi autori classici (Virgilio, Cicerone).
Fra le altre opere in latino meritano di essere ricordate le Invectivae contra medicum (Invettive contro un medico): scritte fra il 1352 e il 1353, svolgono una polemica contro la pseudoscienza dei medici di Avignone, un pretesto per esaltare il valore spirituale della poesia in confronto alle tecniche pratiche. Così Petrarca intervenne in una tematica che ebbe molti esempi medievali ed era destinata a diffondersi anche in epoca moderna.

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