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Petrarca durante i numerosi viaggi compiuti in Italia e in Europa, visita le varie biblioteche alla ricerca delle opere di cui si è perduta ogni traccia, rendendosi protagonista di rilevanti scoperte, come quella dell’orazione di Cicerone Pro Archia. La sua attività non si limita a riportare alla luce dimenticati capolavori dell’antichità, ma si applica in un’analisi critica dei testi; il poeta, confronta i manoscritti per accertarne la corretta trasmissione e li esamina con attenzione, corredandoli di annotazioni di carattere storico. Questo appassionato culto degli antichi non entra in conflitto con la fede cristiana: il poeta giunge a coniugare le due istanze; per l’autore le parole degli scrittori latino sono insegnamento e guida anche per il fedele. Anche qui è possibile scorgere la lezione di Sant’Agostino. L’amore per i classici e, al tempo stesso, la coscienza della loro distanza, del loro appartenere a una civiltà lontana si traducono in un sentimento nostalgico, che spinge Petrarca a volerlo restaurare. Ciò ha una conseguenza rilevante anche sul piano linguistico e stilistico, non soltanto perché sprona il poeta a eleggere il latino a lingua ufficiale della cultura, ma anche perché lo spinge a tentare di riprodurre la lingua dei classici nella sua purezza. La sua ossessione, nell’applicarsi anima e corpo a rivedere e correggere le sue opere rappresenta la filologia ovvero amore del sapere che nasce con Petrarca.

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