piera di piera
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Riassunti sonetti di Petrarca
I- Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
in sul mio primo giovenile errore
quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,

del vario stile in ch'io piango et ragiono
fra le vane speranze e 'l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.
Ma ben veggio or sí come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me mesdesmo meco mi vergogno;
et del mio vaneggiar vergogna è 'l frutto,
e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno

Nel sonetto proemiale, scritto tra gli ultimi, Petrarca, considerando la sua esperienza amorosa con Laura, se ne vergogna e la considera un errore in quanto tutto è stato un disperdersi tra cose vane. Egli conclude che l’amore è una follia nel rincorrere futilità e che tutti i piaceri terreni sono effimeri.

XXXII - Quanto più m’avvicino al giorno estremo
Quanto piú m'avicino al giorno extremo
che l'umana miseria suol far breve,
piú veggio il tempo andar veloce et leve,
e 'l mio di lui sperar fallace et scemo.
I' dico a' miei pensier': Non molto andremo
d'amor parlando omai, ché 'l duro et greve
terreno incarco come frescha neve
si va struggendo; onde noi pace avremo:
perché co llui cadrà quella speranza
che ne fe' vaneggiar sí lungamente,
e 'l riso e 'l pianto, et la paura et l'ira;
sí vedrem chiaro poi come sovente
per le cose dubbiose altri s'avanza,
et come spesso indarno si sospira.

Il poeta sente avvicinarsi il momento della morte e sottolinea la fugacità della vita e la vanità dei beni terreni.
Le speranze nei confronti di Laura cadranno insieme all’annullamento di tutte le sue emozioni.

XXXV - Solo e pensoso i più deserti campi
Solo et pensoso i piú deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.
Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'alegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:
sí ch'io mi credo omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.
Ma pur sí aspre vie né sí selvagge
cercar non so ch'Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co llui.

Petrarca, per fuggire agli sguardi indiscreti della gente dalla quale si sente deriso, ha il desiderio di rifugiarsi nella più completa solitudine, unico modo secondi lui di trovar scampo alle sofferenze.

La natura diventa confidente delle sue pene, essendo muta, è infatti più adatta a raccogliere i suoi dolori rispetto agli uomini.
In ogni caso non esiste luogo dove Amore non possa seguirlo.

LXI - Benedetto sia ‘l giorno e’l mese e l’anno
Benedetto sia 'l giorno, et 'l mese, et l'anno,
et la stagione, e 'l tempo, et l'ora, e 'l punto,
e 'l bel paese, e 'l loco ov'io fui giunto
da'duo begli occhi che legato m'ànno;
et benedetto il primo dolce affanno
ch'i' ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l'arco, et le saette ond'i' fui punto,
et le piaghe che 'nfin al cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch'io
chiamando il nome de mia donna ò sparte,
e i sospiri, et le lagrime, e 'l desio;
et benedette sian tutte le carte
ov'io fama l'acquisto, e 'l pensier mio,
ch'è sol di lei, sí ch'altra non v'à parte.

In questo sonetto Petrarca racconta il luogo e il modo in cui vide per la prima volta Laura. Non è una dichiarazione d’amore: il poeta esprime infatti il suo dissidio interiore. Racconta il momento in cui fu colpito dalle frecce dell’Amore. Benedice tutti i sentimenti che lo legano alla donna concludendo che Laura è l’unica donna che può averne parte.

LXII - Padre del ciel, dopo i perduti giorni
Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch'al cor s'accese,
mirando gli atti per mio mal sí adorni,
piacciati omai col Tuo lume ch'io torni
ad altra vita et a piú belle imprese,
sí ch'avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.
Or volge, Signor mio, l'undecimo anno
ch'i' fui sommesso al dispietato giogo
che sopra i piú soggetti è piú feroce.
Miserere del mio non degno affanno;
reduci i pensier' vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.

È una preghiera in cui il Petrarca si rivolge a Dio implorandolo affinché lo aiuti a non inseguire i beni terreni.
L’amore è visto come peccato, una schiavitù che induce a sprecare l’esistenza e che impedisce una vita autentica.
Pone il passato come tempo della debolezza e dell’errore e il futuro, come attesa di liberazione e riscatto.
Così invoca misericordia nel giorno della passione di Cristo (giorno in cui vide Laura per la prima volta).

XC - Erano i capei d’oro a l’aura sparsi
Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
e 'l vago lume oltra misura ardea
di quei begli occhi, ch'or ne son sí scarsi;
e 'l viso di pietosi color' farsi,
non so se vero o falso, mi parea:
i' che l'ésca amorosa al petto avea,
qual meraviglia se di súbito arsi?
Non era l'andar suo cosa mortale,
ma d'angelica forma; et le parole
sonavan altro, che pur voce humana.
Uno spirto celeste, un vivo sole
fu quel ch'i' vidi: et se non fosse or tale,
piagha per allentar d'arco non sana.

In questo sonetto Petrarca descrive Laura in una rimembranza che la vede in tutto il suo splendore.
Egli la paragona ad un angelo per la sua bellezza. Ma non la vede come una creatura soprannaturale e angelica, in quanto, immersa nel fluire della temporalità, ne patisce la forza distruttrice.
CXXVI - Chiare, fresche e dolci acque
Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir' mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior' che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udïenza insieme
a le dolenti mie parole extreme.
S'egli è pur mio destino
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche gratia il meschino
corpo fra voi ricopra,
et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo:
ché lo spirito lasso
non poria mai in piú riposato porto
né in piú tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata et l'ossa.
Tempo verrà anchor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella et mansüeta,
et là 'v'ella mi scorse
nel benedetto giorno,
volga la vista disïosa et lieta,
cercandomi; et, o pietà!,
già terra in fra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sí dolcemente che mercé m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
humile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le treccie bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel dí a vederle;
qual si posava in terra, et qual su l'onde;
qual con un vago errore
girando parea dir: - Qui regna Amore. -
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Cosí carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et sí diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo d'esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa herba sí, ch'altrove non ò pace.
Se tu avessi ornamenti quant'ài voglia,
poresti arditamente
uscir del boscho, et gir in fra la gente.

Petrarca, presso le rive del fiume Sorga, ripensa ai momenti passati con Laura in quel luogo dove l’aveva vista per la prima volta.
Vi è una descrizione della donna amata e della natura circostante. Il poeta spera di essere sepolto presso le rive del fiume in modo che Laura potrà, vedendo la sua tomba, piangere la sua morte.
CXXXIV - Pace non trovo e non ho da far guerra
Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.
Tal m'à in pregion, che non m'apre né serra,
né per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m'ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d'impaccio.
Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et cheggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.
Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.

In questo sonetto Petrarca esprime tutta la sua situazione interiore lacerata e conflittuale a causa dell’amore non ricambiato di Laura. Il suo dissidio interiore da numerosissimi termini in antitesi.
CCXXXIV - O cameretta che già fosti un porto
O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se' or di lagrime nocturne,
che 'l dí celate per vergogna porto.
O letticciuol che requie eri et conforto
in tanti affanni, di che dogliose urne
ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
solo ver 'me crudeli a sí gran torto!
Né pur il mio secreto e 'l mio riposo
fuggo, ma piú me stesso e 'l mio pensero,
che, seguendol, talor levommi a volo;
e 'l vulgo a me nemico et odïoso
(ch 'l pensò mai?) per mio refugio chero:
tal paura ò di ritrovarmi solo.

La tematica principale ci questo sonetto è la solitudine. La camera del poeta è vista quindi come un luogo sicuro, un porto in cui si rifugia nei giorni più tristi e dolorosi della sua vita. Petrarca è ormai avanti con gli anni, anche il suo letto col tempo è cambiato: è diventato duro e scomodo.
Petrarca evoca molti ricordi legati alla sua giovinezza ma sono tutti legati a momenti dolorosi che lo portano a rifugiarsi nel suo nido.

CCLXXII - La vita fugge e non s’arresta un’ora
La vita fugge, et non s'arresta una hora,
et la morte vien dietro a gran giornate,
et le cose presenti et le passate
mi dànno guerra, et le future anchora;
e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
or quinci or quindi, sí che 'n veritate,
se non ch'i' ò di me stesso pietate,
i' sarei già di questi penser' fòra.
Tornami avanti, s'alcun dolce mai
ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
veggio al mio navigar turbati i vènti;
veggio fortuna in porto, et stanco omai
il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
e i lumi bei che mirar soglio, spenti.

L’argomento centrale di questo sonetto è la fuga del tempo.
Ciò fa pensare al poeta ad una morte vicina, il ricordo del passato gli provoca angoscia e il suo futuro lo identifica con la morte.
Vede la fine della sua vita come una violenta tempesta, ne deduciamo quindi che la morte rappresenta per Petrarca tutt’altro che un rifugio tranquillo.
CCLXXX - Se lamentar augelli, o verdi fronde
Se lamentar augelli, o verdi fronde
mover soavemente a l'aura estiva,
o roco mormorar di lucide onde
s'ode d'una fiorita et fresca riva,
là 'v'io seggia d'amor pensoso et scriva,
lei che 'l ciel ne mostrò, terra n'asconde,
veggio, et odo, et intendo ch'anchor viva
di sí lontano a' sospir' miei risponde.
"Deh, perché inanzi 'l tempo ti consume?
- mi dice con pietate - a che pur versi
degli occhi tristi un doloroso fiume?
Di me non pianger tu, ché' miei dí fersi
morendo eterni, et ne l'interno lume,
quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi".

Petrarca, sempre sulle rive del fiume Sorga, ha una visione.
Vede Laura che gli dice di non preoccuparsi per la sua morte poiché lei è passata ad una dimensione spirituale eterna.

CCCX- Zeffiro torna, e’l bel tempo rimena
Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena,
e i fiori et l'erbe, sua dolce famiglia,
et garrir Progne et pianger Philomena,
et primavera candida et vermiglia.
Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
Giove s'allegra di mirar sua figlia;
l'aria et l'acqua et la terra è d'amor piena;
ogni animal d'amar si riconsiglia.
Ma per me, lasso, tornano i piú gravi
sospiri, che del cor profondo tragge
quella ch'al ciel se ne portò le chiavi;
et cantar augelletti, et fiorir piagge,
e 'n belle donne honeste atti soavi
sono un deserto, et fere aspre et selvagge.

Il Zeffiro è il vento che porta la classica calura primaverile.
La primavera è un avvenimento felice per tutti tranne che per Petrarca che è infelice per la morte dell’amata Laura.
CCCXI- Quel rosignuol che si soave piagne
Quel rosignol, che sí soave piagne,
forse suoi figli, o sua cara consorte,
di dolcezza empie il cielo et le campagne
con tante note sí pietose et scorte,
et tutta notte par che m'accompagne,
et mi rammente la mia dura sorte:
ch'altri che me non ò di ch'i' mi lagne,
ché 'n dee non credev'io regnasse Morte.
O che lieve è inganar chi s'assecura!
Que' duo bei lumi assai piú che 'l sol chiari
chi pensò mai veder far terra oscura?
Or cognosco io che mia fera ventura
vuol che vivendo et lagrimando impari
come nulla qua giú diletta, et dura.

Petrarca ascolta per tutta la notte il pianto dell’usignolo che piange i suoi piccoli o la consorte, ed associa il lamento al suo dolore per la morte di Laura. Il poeta è incredulo per il fatto che anche una dea (Laura) possa morire e ribadisce la futilità dei beni terreni.

CCCXV - Tutta la mia fiorita e verde aetate
Tutta la mia fiorita et verde etade
passava, e 'ntepidir sentia già 'l foco
ch'arse il mio core, et era giunto al loco
ove scende la vita ch'al fin cade.
Già incomminciava a prender securtade
la mia cara nemica a poco a poco
de' suoi sospetti, et rivolgeva in gioco
mie pene acerbe sua dolce honestade.
Presso era 'l tempo dove Amor si scontra
con Castitate, et agli amanti è dato
sedersi inseme, et dir che lor incontra.
Morte ebbe invidia al mio felice stato,
anzi a la speme; et feglisi a l'incontra
a mezza via come nemico armato.

Petrarca si accorge che con il passare del tempo, la passione per Laura si sta attenuando in una sorte di casta e confidenziale amicizia.
Così capisce di esser giunto nel declino della vita che si conclude con la morte.

CCCLIII - Vago augelletto che cantando vai
Vago augelletto che cantando vai,
over piangendo, il tuo tempo passato,
vedendoti la notte e 'l verno a lato
e 'l dí dopo le spalle e i mesi gai,
se, come i tuoi gravosi affanni sai,
cosí sapessi il mio simile stato,
verresti in grembo a questo sconsolato
a partir seco i dolorosi guai.
I' non so se le parti sarian pari,
ché quella cui tu piangi è forse in vita,
di ch'a me Morte e 'l ciel son tanto avari;
ma la stagione et l'ora men gradita,
col membrar de' dolci anni et de li amari,
a parlar teco con pietà m'invita.

Petrarca associa la sua situazione a quella di un uccellino che si lamenta per le brutte stagioni, sono infatti appena passate quelle belle.
Allo stesso modo il poeta piange la morte di Laura .
Questa situazione spinge nella terza parte del sonetto a un ricongiungimento delle due situazioni con la comprensione da parte di Petrarca dell’uccellino.

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