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Petrarca, Francesco - "Padre del Ciel dopo i perduti giorni"
Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese
con quel fero desio ch'al cor s'accese,
mirando gli atti per mio mal sì adorni,

piacciati omai col Tuo lume, ch'io torni
ad altra vita et a più belle imprese,
sì ch'avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l'undecimo anno
ch'i' fui sommesso al dispietato giogo
che sopra i più soggetti è più feroce:

miserere del mio non degno affanno;
reduci i pensier' vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.

Questo sonetto, risalente al 1338, che porta il numero 112, appartiene alle rime “In vita di Madonna Laura”.
Questa poesia, strutturata come una preghiera, è caratterizzata da una tematica religiosa in questo sonetto vi è il disgusto per una passione terrena; l’amore è visto come una vera ossessione. Da questa presa di coscienza, nasce il bisogno di liberarsi dell’ossessione, di purificarsi.

Il problema trattato da Petrarca è quello del rimorso e del pentimento: vi è un passato caratterizzato dalla debolezza e dall’errore; un presente che risulta il tempo della precarietà e dell’incertezza che solo la fede in Dio può risolvere caratterizzando quindi il futuro come tempo della liberazione.
L’invocazione a Dio con cui si apre la poesia, è seguita dal ricorso del tempo perduto nel vaneggiamento e nella colpa; è una specie di confessione che chiede un aiuto divino e la grazia per sconfiggere anche il diavolo.
Questo sonetto venne scritto l’undicesimo anno da quando Petrarca fu sottomesso alla spietata passione d’amore per Laura.

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