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Confronto tra Marino e Petrarca, attraverso le liriche "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi" del Petrarca e "Le chiome sparse al sole" di Marino

Tra i tanti sonetti che fanno parte del Canzoniere di Petrarca, quello che è ricollegabile ad un sonetto di Marino è "Erano i capei d'oro a l'aura sparsi". Innanzitutto ha uno schema metrico 'ABBA ABBA CDE DCE'. Questo sonetto può essere considerato il racconto dell'innamoramento di Petrarca per Laura. Composta molti anni dopo il primo incontro, quando la bellezza della donna amata deve aver ceduto alla legge del tempo, la lirica descrive la bellezza di Laura, quale apparve al poeta in quell'ora lontana. Il ricordo gli restituisce la donna di allora e, insieme, la commozione provata di fronte ai suoi gesti, al suo sguardo. Il vento avvolgeva i capelli biondi di Laura in mille nodi e intorno a lei tutto rifulgeva di quel colore dorato. La natura stessa sembrava in armonia perfetta con la bellezza della sua figura. Nel corso della lirica si alternano due stati d'animo del poeta: da una parte la nostalgia, il ricordo malinconico del passato, la consapevolezza che tutto trascorre; dall'altra parte, la capacità di rivivere quel passato con la stessa commozione di allora, come se l'immagine della donna amata si fosse fissata per sempre negli occhi e nella memoria. Tutto il sonetto è dominato da una sottile tristezza, dal senso del tempo che fugge veloce. La contemplazione di Laura si nutre di ricordo e di immaginazione. Petrarca non ama una donna reale, vivente, ma l'immagine di lei perfetta e splendente che gli apparve quel giorno lontano. La bellezza di Laura è descritta attraverso simboli o emblemi: i capelli, gli occhi, il viso (gli ultimi due elementi sono ripresi dalla tradizione cortese, il primo invece è tipicamente petrarchesco). Il sonetto rielabora il tema stilnovistico della donna-angelo, a partire dalla situazione tipica della donna che incede. Tuttavia Laura non è una creatura che svolge nel mondo una missione di salvezza. La metafora della donna angelica è qui priva del significato etico e religioso che aveva in Dante e diventa espressione del sentimento del poeta. Il fascino femminile, meno astratto e spirituale che in Dante, è enfatizzato dal legame stretto tra donna e natura, tipico di Petrarca. Il tempo della lirica è quello del ricordo; lo spazio, quello dell'immaginazione, che viene preferito a quello della vita reale che cambia e fugge. I versi della poesia sono segnati dal tempo verbale dell'imperfetto, a partire dall'Erano iniziale che precipita tutta la poesia in un'atmosfera di nostalgia. Nel sonetto di Marino "Le chiome sparse al sole", ritroviamo molti dei materiali tradizionali, facenti parte, soprattutto, della lirica petrarchesca, quali sono il tema (i biondi capelli della donna sparsi all'aria), le metafore della donna come il sole, dei suoi capelli biondi come lacci e ami per il cuore dell'amante, dei suoi occhi come soli, delle sue bellezze come fiori. A differenza di Petrarca, però, Marino, come la maggior parte degli autori a lui contemporanei, non si concentra tanto sul contenuto della sua opera (ripreso appunto da Petrarca), ma solamente sul suo aspetto formale; e nel comporre non cercano tanto l'armonia, di cui il Canzoniere petrarchesco ne è pieno, ma disarmonia, che nel complesso dell'opera risulta però positiva. Ed ecco quindi che nel sonetto troviamo una sequenza di metafore che scaturiscono l'una dall'altra, senza veramente riflettere sul contenuto, fino ad arrivare alla conclusione che il sole è come un girasole, che si gira verso i metaforici soli che sono gli occhi dell'amata: metafora che per Marino vuole esprimere la superiorità della bellezza della donna rispetto a quella del sole, ma che per farlo non usa un linguaggio essenziale, ma amplificato e riccamente metaforico e retorico. Differente dal sonetto di Petrarca, inoltre, è lo schema metrico, che qui è ABBA ABBA CDC DCD.

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