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Petrarca, Francesco – la lingua

La lingua del Petrarca è agli antipodi di quella dantesca, tanto scarna, suonata su un registro limitato, quanto quella spaziava per un registro amplissimo; una lirica che non conosce quasi più provenzalismi, ha eliminato quasi del tutto i sicilianismo ancora presenti negli stilnovisti, ignora i latinismi fonici o lessicali troppo scoperti – non userebbe mai sene o altri consimili latinismi danteschi!-, respinge ovviamente tutti i vocaboli che potrebbero essere della poesia “comico-realistica”; e su un fondo fiorentino trasceglie, elimina, espunge, non, come i lirici “tragici”, mirando a una solennità elevata di parola, ma invece mirando a una musicalità raccolta ed elegante, a una levità e levigatezza di tono, sulla quale nulla emerga a rompere l’incanto. Al limite estremo stanno, ovviamente, il gusto della parola in sé, in giochi verbali (Laura giocata su una serie di variazioni: l’aura, l’allusione all’allora, il richiamo a Dafne mutata in alloro), e le contrapposizioni sapienti (“Pace non trovo, e non ho da far guerra”, e così via per tutto un sonetto), le correlazioni per cui a terne di sostantivi corrispondono terne di aggettivi e di verbi riferibili in ordine diretto o inverso a quelli: un virtuosismo tecnico che ha fatto e fa la felicità di tanti “petrarchisti” e di tanti critici retori o decadenti.

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