Petrarca ricorda con nostalgia una fantasia dolcissima: l'immaginazione s'impadronì di lui, tanto che gli parve di lasciare la terra e salire in paradiso fino al cielo di Venere, dea dell'amore. Lì poté incontrare e contemplare l'anima splendente dell'amata Laura, di cui il poeta aveva continuato a sentire la mancanza anche dopo ch'era morta, ancora in giovane età: l'amata non era più irraggiungibile com'era stata da viva, ma pronta a riconoscere e ricambiare la devozione di lui.
Nella visione Laura non solo parla a Francesco ma lo prende pure per mano: l'unico contatto fisico fra i due nel Canzoniere è possibile solo nel sogno. Le mani unite anticipano l'unione eterna dei due amanti che la donna promette: Laura, che da beata vede nella mente di Dio, annuncia a Francesco che anche lui, dopo morto, sarà salvato e salirà nel cielo degli amanti, dove potrà starle per sempre vicino nella gloria di Dio. Laura era morta giovane e Francesco il desiderio e la nostalgia di lei avevano procurato tanta pena, ma qui in cielo tutto quel dolore è superato: anche la donna ora può esprimere il desiderio di ritrovare sia l'innamorato sia il proprio corpo.

Certo questa unione sognata si avvererà con la morte del poeta: ma proprio in virtù di questa visione la morte non fa più paura, anzi è attesa con ansia. Quando Laura tace e lascia la mano di Francesco, lui torna alla realtà, con dolore: avrebbe voluto morire per rimanere da subito con lei lassù.

L'inizio di un famoso sonetto di Dante descrive Beatrice con la dittologia sinonimica “tanto gentile e tanto onesta”: i due aggettivi sono coordinati e, avendo un significato simile, si ribadiscono l'un l'altro. Petrarca usò questa figura come un modello compositivo: ne è un esempio “pietosi e casti”, ma in modo simile usava accostare anche frasi o aggettivi di senso diverso o contrastante.

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