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Petrarca incarna la figura dell’intellettuale sradicato che è alla ricerca costante e tormentata di valori solidi in grado di rasserenare l’animo. Il poeta appare lacerato dal contrasto tra il bisogno di una vita ascetica e contemplativa e l’attrazione per le cose terrene, alle quali non riesce a rinunciare, per cui vive il trasporto per i beni mondani con strazianti sensi di colpa. Tale condizione si traduce in un esperienza segnata da continui viaggi e spostamenti. E in questa esperienza Petrarca finisce per essere intellettuale cosmopolita, tanto diverso dall’intellettuale medievale nel suo non essere legato ad alcuna tradizione municipale. Lo scrittore vive a lungo nel mondano avignonese, venendo in contatto con persone e situazioni diverse; condizione che lo conduce ad acquisire una visione autonoma. Il poeta si muove a suo agio nella nuova dimensione delle Signorie, ma, sebbene viva presso varie corti, non si pone al servizio dei signori, ma ricambia la loro accoglienza con il prestigio e la fama della sua cultura, anticipando e sperimentando in tal modo il mecenatismo che sarà caratteristico dell’Italia del Quattrocento. La parola mecenatismo deriva da Mecenate che era il primo ministro e amico fidato di Augusto e il suo compito era quello di riunire gli artisti appunto alla corte di Augusto. E quindi il fenomeno del mecenatismo che si diffuse nel 400, prevedeva che i signori e i principi accolgano sotto la propria tutela scrittori e artisti vari provvedendo economicamente al loro sostentamento. Egli instaura con i signori del tempo, come i Visconti di Milano, un rapporto di amicizia e rispetto reciproco: non lavora per loro, è piuttosto un “ospite” che dispensa consigli e conferisce prestigio al loro potere con la sua notorietà. Non ha infatti bisogno di rivolgersi a loro per il mantenimento materiale, dal momento che l’indipendenza economica gli è assicurata dalla condizione di chierico, che gli permette di dedicarsi a tempo pieno agli studi.

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