Sonetto proemiale

Petrarca, nella prima parte della poesia (nonché della raccolta), racconta di un errore commesso in gioventù, errore che sarebbe comunque disposto a rifare in parte e che riguarda la sua amata: Laura. Le parole chiave per inquadrare l’accaduto dal punto di vista temporale sono “primo” (rafforzativo di “giovinile”) e da quello della tipologia “core”.
A livello stilistico ci sono varie figure sia del significato che del suono, per esempio l’invocazione e l’allitterazione. Una delle più importanti è presente nella prima strofa, “nudriva il core”; mediante questa personificazione, il poeta (tenendo conto del latinismo nel verbo) sottolinea l’amore per la donna, affermando che il suo cuore si nutriva dei suoi sospiri. Più avanti si trova un’invocazione ed una captatio benevolentiae le quali hanno lo scopo di ottenere appunto la benevolenza del lettore, e quindi di invogliarlo nella lettura dell’opera. Quest’ultima figura si collega con il verso “Ove sia” ed ciò ha l’obbiettivo di far capire ai lettori che non tutti, ma solo chi è “reduce” da esperienze in campo amoroso, o più semplicemente ha provato amore, potrà comprendere l’animo frastornato del poeta.

Notiamo poi il tempo con il quale sono coniugati il verbo essere (era) e nutrire (nudriva): l’imperfetto indica un’azione terminata, ma che è perpetuata a lungo nel tempo; ciò significa che il poeta è (ed è stato) un grande romantico. Lo stesso “era”, assieme a “sono”, oltre a dar luogo ad un chiasmo, ha la funzione di esprimere il cambiamento interiore del poeta, ribadito anche dall’uso degli aggettivi ad essi legati. Petrarca infatti afferma di essere inquieto (piango et ragiono), dubbioso e disilluso “fra le vane speranze ed il van dolore”.
Perciò si giustifica con coloro che leggono dello stile difforme in cui è stato scritto il canzoniere; infatti lui “spera di trovar pietà nonché perdono del vario stile”, ma in realtà ciò è solo mirato a ridurre in qualche modo le aspettative del lettore sull’opera.
Il contenuto presente nelle quartine varia radicalmente da quello delle terzine, infatti nel primo Petrarca tende a ragionare con cuore, essendo in età giovanile, e con la mente nel finale, essendo quasi prossimo alla morte, quindi anziano; possiamo quindi dire che dal dubbio è passato alla consapevolezza del suo gesto. Il poeta infatti ha capito alla fine di essere oggetto di scherno e di chiacchiere per i più a causa del suo amore viscerale, non ricambiato, per il suo comportamento e si vergogna di ciò. Il sentimento della vergogna viene rafforzato dall’allitterazione e dal poliptoto in “me medesimo meco mi”, mentre invece la lucidità ci viene confermata dall’uso del verbo “veggi” che significa “vedere”, e una sua sfumatura è appunto “capire”.
Giungiamo quindi all’ultima terzina, dove Petrarca continua a farsi prendere dai sensi di colpa, poiché, mediante l’uso dell’enumerazione assieme al climax ascendente afferma che si vergogna, si pente e capisce chiaramente che l’amore provato è stato di breve durata, tutto ciò causato dal suo vaneggiare.
La funzione di queste figure retoriche è quella catalizzare su di sé l’attenzione, per far suscitare pena nel cuore del lettore.

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