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Il Romanzo del '900


Negli ultimi anni dell’Ottocento l’ottimismo positivista era entrato in crisi a causa dei nuovi orientamenti filosofici e delle nuove teorie scientifiche di <u>Nietzsche, Freud, Bergson e Einstein</u>. Il decadentismo estetizzante, infatti, che si era affermato fino a quel momento, aveva lo scopo di esaltare l’eccezionalità del singolo individuo e la sua possibilità di agire al di fuori di ogni convenzione sociale. Tale figura era stata declinata in varie forme, come <u>l’esteta, il dandy e il superuomo,</u> le quali erano tutte espressioni di un disagio esistenziale. E proprio a questo disagio diedero voce alcuni importanti narratori del Novecento, i quali contribuirono alla nascita di un nuovo romanzo, chiamato <u>“romanzo della crisi”.</u>
Le caratteristiche della uova narrativa prevedevano la concentrazione su di un solo personaggio, presentato spesso in chiave antieroica; come per esempio il malato, il nevrotico o l’inetto, un uomo quindi affetto da una malattia interiore, causata dalla consapevolezza di non riuscire ad agire in base alle regole della società borghese.

Inoltre prevedevano anche la rinuncia alle lunghe e dettagliate descrizioni degli ambienti sociali, favorendo la descrizione dettagliata della psicologia dei personaggi.
Il tempo del racconto era fortemente deformato e imposto secondo i ritmi dell’attività interiore e misto, cioè con continui passaggi dal presente al passato e viceversa. Una forte caratterista del nuovo romanzo era l’impiego dei monologhi interiori e del flusso di coscienza, che permettono di registrare ciò che avviene nella coscienza del personaggio, quindi anche un uso frequente del narratore in prima persona

I sintomi di questa crisi risultarono già evidenti negli ultimi anni dell’Ottocento, soprattutto nei romanzi di <u>Joseph Conrad,</u> i quali introdussero il tema della tragica solitudine dell’uomo moderno.
Nella narrativa tedesca, invece, che nell'Ottocento non aveva prodotto nessun romando realista, vide protagonista <u>Thomas Mann</u> che, dopo la pubblicazione de <u>“La morte a Venezia”</u> introdusse nei suoi romanzi dei nuovi temi, quali furono l’avventura interiore, la riflessione filosofica e morale e la coscienza del declino della civiltà europea, inserendo flashback, sogni e visioni.
Un altro importante pilastro di questa nuova narrativa fu Proust, il quale dedicò quasi un’intera vita alla stesura di “Alla ricerca del tempo perduto”. Il romanzo è un ciclo composto da sette volumi ed ha una complessa struttura.

Fu condizionato dal filosofo <u>Bergson</u> e la sua concezione del tempo interiore; in questo modo anche un minimo evento può riportare alla mente del protagonista un intero periodo della sua infanzia che sembrava dimenticato dalla memoria volontaria, la quale, invece, agisce in base a meccanismi razionali ed intellettuali.
Ma la rivoluzione più compiuta del romanzo, è principalmente quella di Joyce. Per quest’ultimo, infatti, l’artista riesce a vedere nelle cose ciò che gli altri non vedono. Il compito del romanziere, infatti è quello di rappresentare la verità, la quale di può nascondere nei particolari più insignificanti, ma la verità che Joyce intende è quella della coscienza, frutto di intuizioni soggettive e creative.
Nell’Ulisse, il suo romanzo più celebre, Joyce utilizza tecniche narrative come il dialogo e il monologo interiore, grazie alle quali il lettore viene a conoscenza dell’interiorità dei personaggi , utilizzando anche il flusso di coscienza <b>(stream of counsciousness)</b>, ossia l’espressione del libero fluire dei pensieri, emozioni e ricordi del personaggio, anche quelli privi di logica.
In Italia, le esperienze più innovative sono quelle di <u>Italo Svevo e di Luigi Pirandello.</u> Al centro della narrativa di Svevo c’è il tema della malattia come condizione esistenziale e la figura dell’inetto. La sua trilogia di romanzi ( Una vita, Senelità e La coscienza di Zeno) si concentra sul disagio psicologico contemporaneo.
Zeno è una maschera delle incertezze dell’autore, del suo senso di inadeguatezza e della sua inettitudine.
Pirandello, invece, era convinto che dalla consapevolezza dell’individuo di essere “tanti” e “nessuno” nascono l’alienazione, l’incomunicabilità e la solitudine dell’uomo, che rifiuta la vita sociale perché gli imponeva maschere e ruoli fittizi.

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