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1900 - Quadro generale

Appunto contenente la vita di alcuni autori, alcune raccolte di poesie con commenti e i movimenti letterari più importanti

E io lo dico a Skuola.net
ITALO SVEVO
Ettore Schmitz, (Italo Svevo) fu uno scrittore dilettante: le sue opere furono ignorate dal pubblico e dalla critica e la sua carriera professionale fu estranea alla letteratura. Si può però considerare il più grande romanziere del primo 1900.
Nasce nel 1861 a Trieste sotto l’impero austro-ungarico da un’agiata famiglia ebrea di origine tedesca: la compresenza nella sua formazione della cultura tedesca e italiana influenzerà la sua opera.
Dai dodici ai diciassette anni studia in un collegio in Germania, dove si entusiasma per i classici tedeschi e Shakespeare. Tornato a Trieste, è indirizzato dal padre agli studi commerciali, ma il deteriorarsi della situazione finanziaria della sua famiglia, lo costringe a interromperli per impiegarsi in banca. Svevo dedica le ore libere alla composizione di novelle e testi teatrali, alla collaborazione con un giornale locale e allo studio in biblioteca, ma il suo interesse va ai romanzieri francesi dell’Ottocento e, in campo filosofico, a Darwin e Schopenhauer. Nel 1892 pubblica, a sue spese, il romanza “Una Vita”. Nel 1896 si sposa con una lontana cugina, figlia di un ricco industriale e va a vivere nella villa dei suoceri. Due anni dopo pubblica, ancora a sue spese, “Senilità”. Non ottiene successo e quindi accantona le aspirazioni letterarie e entra come socio nella ditta del suocero per diventare un uomo d’affari. In realtà non riesce a ripudiare la letteratura e per vent’anni, mentre costruisce la sua fortuna di commerciante e industriale, Svevo scrive solo per sé, senza pubblicare altre opere. In questo periodo compie numerosi viaggi d’affari in Francia e Inghilterra e si interessa ai vari aspetti della cultura contemporanea . Nel 1906 conosce Joyce da cui prende lezioni di inglese e si entusiasma per i due romanzi di Svevo. Un altro incontro fondamentale è quello con la psicanalisi nel 1910, quando il cognato di Svevo, malato di nevrosi, era in analisi da Freud. Svevo non crede nel valore terapeutico della psicanalisi, ma si appassiona ad alcune implicazioni teoriche del pensiero freudiano, come il ruolo preponderante dell’inconscio nel determinare i comportamenti individuali, l’incapacità dell’uomo di conoscersi e di guidare razionalmente la propria vita, l’impossibilità di tracciare un confine netto tra salute e malattia mentale. Allo scoppio della prima guerra mondiale tutta la famiglia della moglie, di nazionalità italiana, lascia Triste e solo Svevo, cittadino austriaco, resta in città, ma la fabbrica viene requisita dalle forze militari. Svevo si dedica alle letture e traduce un’opera di Freud sul sogno. A guerra conclusa Svevo inizia un terzo romanzo, pubblicato poi nel 1923: “La coscienza di Zeno”. Inizialmente sembra che anche questo romanzo non abbia successo, ma quando, sotto consiglio di Joyce, Svevo lo manda a due critici francesi, loro lo recensiscono entusiasticamente. Il successo improvviso è accolto con gioia e Svevo continua così a scrivere racconti, testi teatrali e l’abbozzo di un nuovo romanzo. Viaggia per promuovere la propria opera. Questa fase dura per 3 anni: nel 1938 Svevo muore per le ferite riportate in un incidente automobilistico.
“UNA VITA” 1892
Alfonso Nitti, il protagonista, è un giovane venuto dalla campagna a Trieste, dove lavora come impiegato presso una banca. Frustrato dal contrasto tra i suoi sogni di letterato dilettante e il misero grigiore della vita lavorativa, viene accolto nel salotto intellettuale di Annetta, la figlia del proprietario della banca. Il giovane sfrutta l’occasione per fare la corte alla ragazza e riesce a sedurla, ottenendosi la possibilità di sposarla e capovolgere la sua condizione sociale. Ma improvvisamente si tira indietro: col pretesto di una malattia della madre torna al paese e si fa rivedere in città molto tempo dopo, quando Annetta sta per sposare un altro. Alfonso si illude di aver raggiunto una situazione di purezza e di superiorità spirituale, avendo rinunciato a un amore nato dalla cupidigia. Questa illusione lo porta alla stesura di un libro che aveva progettato prima di conoscere Annetta (sia Annetta che Alfonso condividono la passione per la letteratura). Non riesce a sopportare le umiliazioni della vita in banca: trasferito in un ufficio di minore importanza, reagisce minacciando il proprietario; scrive ad Annetta, chiedendole un colloquio chiarificatore, ma la famiglia Maller interpreta la lettera come un ricatto, e all’appuntamento si presenta il fratello della ragazza che lo sfida a duello. Alfonso, convinto che Annetta voglia la sua morte, si uccide.
CARATTERISTICHE DELL’OPERA
“Una vita” ha molte caratteristiche del romanzo naturalista: tema del piccolo-borghese che tenta di emanciparsi da una condizione di subalternità sociale e la minuziosa ricostruzione degli ambienti.
La novità sta nel fatto che le cause del fallimento del protagonista sono legate alle leggi darwiniane della selezione naturale e della lotta per la vita che dominano la società, ma anche soggettive e psicologiche: Alfonso è “inetto”, paralizzato dal conflitto tra sogni di grandezza e senso di inferiorità, alte aspirazioni spirituali e meschini calcoli egoistici, incapace di integrarsi nell’ambiente borghese in cui vive e di contrapporsi ad esso. Alcuni tratti della sua personalità sono ispirati alle esperienze di Svevo, ma la sua figura di autolesionista in conflitto con se stesso vuole essere un esempio del pensiero di Schopenhauer. Il suicidio ad esempio indica la completa rinuncia, l’incapacità affrontare la vita, come un inetto.
Le suggestioni darwiniane e schopenhaueriane gli serve per rappresentare la crisi di identità di un individuo succube di condizionamenti oggettivi e soggettivi che lo rendono “inetto”, incapace di adattarsi a un mondo massificato e dominato da leggi dell’economia: romanzo diventa strumento di analisi psicologica, in contrasto con la moda estetizzante ed evasiva della narrativa italiana di quel tempo. Vi sono spunti autobiografici, influenze letterarie (“Jacopo Ortis” Foscolo), motivi filosofici. La storia è raccontata in terza persona ma filtrata attraverso pensieri, emozioni e sensazioni di Alfonso; Svevo tende a dissolvere la realtà degli ambienti e dei personaggi negli stati d ‘animo del protagonista, e incomincia a corrodere il principio naturalistico dell’oggettività della rappresentazione.


LE AVANGUARDIE

Le avanguardie artistiche e letterarie sono il segno più vistoso del mutato rapporto fra arte e società. Le avanguardie si presentano come un gruppo organizzato, identificato da un proprio nome, con un proprio manifesto e con proprie riviste. Le avanguardie hanno in comune il rifiuto delle tradizioni e praticano sperimentazioni di nuove forme, e sentono il bisogno di attirare attenzione del pubblico che disprezzano. La polemica anti-borghese è in nome della spontaneità creativa: l’irrazionale è contrapposta alla razionalità meccanica della società moderna. Essi sopravvalutano i comportamenti e i programmi rispetto alle opere: in letteratura hanno lasciato una eredità di indicazioni e idee, nelle arti figurative il fenomeno è stato più esteso. La prima avanguardia organizzata fu il futurismo italiano, lanciato nel 1919 a Parigi con un manifesto di Marinetti, che si diffonde a tutte le branche dell’arte. Il tema dei manifesti era la lotta al passato, l’adeguamento delle arti alla vita moderna e industriale. La vocazione politica del futurismo italiano esaltava la guerra, la rivoluzione, il nazionalismo e sfociò nell’adesione al fascismo. In Germania il rinnovamento si identificò nell’espressionismo, che esalta tutto ciò che soggettivo,vitale e irrazionale e si manifesta con forme di esasperazione emotiva, con la deformazione grottesca e la ricerca di effetti stridenti. La negazione totale tocca il culmine nel “Dada” (1916 Zurigo da un gruppo di letterati e artisti di vari paesi): Dada rifiuta il passato e non annuncia il futuro. Si esprime mediante provocazioni beffarde, con l’affermazione della spontaneità assoluta. Il leader del gruppo è Tristan Tzara. il primo manifesto surrealista appare a Parigi nel 1924 da Andrè Breton, e muove al rifiuto della mediocrità dell’esistenza quotidiana e ambisce ad una liberazione totale. Si tratta di liberare le forze creative irrazionali che giacciono sul fondo dell’inconscio (Freud e psicoanalisi: il poeta si abbandona a trascrivere il flusso delle immagini che emergono dall’inconscio.)

FUTURISMO
Il movimento futurista venne lanciato nel 1919 sul quotidiano parigino “Figarò” da Filippo Tommaso Marinetti. Il primo manifesto afferma la volontà di distruggere la cultura del passato ed esalta a civiltà moderna, meccanica industriale metropolitana. Il culto della macchina si unisce a una violenta affermazione di volontà soggettiva espressa in un linguaggio di derivazione simbolista. È la passione per tutto ciò che suona rottura col passato accrescimento di vitalità, che porta a questa strana miscela di accenni sovversivi e patriottismo militarista, con in più il culto maschilista della violenza. L’idea chiave dei futuristi è la simultaneità: le arti devono emulare il dinamismo della vita moderna offrendo la stessa rapidità, molteplicità e sovrapposizione di emozioni. In poesia lo strumento più usato fu il verso libero. Nel 1912, con il manifesto tecnico della letteratura futurista, Marinetti si spinse più in là del verso libero, proponendo la tecnica delle “parole in libertà”, abolizione della sintassi e degli aggettivi, verbi all’infinito, uso di onomatopee e testo visto come una scarica di impressioni, emozioni, associazioni analoghe. Si aggiunse l’uso della variazione dei caratteri topografici, fino a creare una poesia figurata.

“MANIFESTO DEL FUTURISMO” (MARINETTI)
Atto di nascita del movimento futurista
• volontà di presentarsi come gruppo organizzato di artisti, accumunati da un repertorio di dee, slogan e valori comuni, i conflitto con il resto della società
• rottura con la mentalità, il gusto, i modelli di comportamento del passato, in nome di una NUOVA VISIONE DEL MONDO
• CARATTERI SPECIFICI DEL FUTURISMO:
 Ambiguità ideologica  dinamismo
 Esaltazione della macchina e della società industriale  velocità, sfida
 Marinetti inaugura un vero e proprio genere letterario, caratterizzato da sclete stilistiche e intonazioni riprese dalle avanguardie successive

4. confronto tra passato (opera classica) e presente (automobile)
5. auto  l’asta del volante idealmente si prolunga attraverso tutta la terra = l’uomo guida la terra
8. domanda retorica: non ha senso guardarsi alle spalle se stiamo andando verso il futuro

“MANIFESTO DELLA LETTERATURA FUTURISTA”
Regole per attuare la rivoluzione letteraria al fine di staccarsi dal passato:
• distruzione della sintassi  sostantivi disposti a caso
• verbo all’infinito  non contestualizzo l’azione
• abolizione dell’aggettivo
• abolizione dell’avverbio
• ogni sostantivo deve avere un suo doppio  legati al sostantivo successivo per analogia
 uomo-torpediniere
 donna-golfo
 piazza-imbuto
 porta-rubinetto
• abolizione della punteggiatura
• distruzione dell’Io dalla letteratura
• introduzione di tre elementi: rumore, peso e odore
• brutto in letteratura e uccisione della solennità
• odio nei confronti delle biblioteche

CREPUSCOLARISMO
Il crepuscolarismo fu l’incontro spontaneo intorno a temi e modi comuni di un gruppo di giovani poeti esorditi nei primissimi anni del secolo, a Roma e Torino. Ad accumunarli è un tono di malinconia che si traduce in un repertorio di immagini topiche. Il linguaggio sceglie toni bassi, prosastici, quotidiani. Il “crepuscolo” aveva in sé anche una forte carica polemica. Era un richiamo alla realtà della mediocre esperienza quotidiana piccolo- borghese, contro l’evasione nei sogni di lusso e lussuria. La loro era una polemica interiore contro il dannunziano che ciascuno porta il sé. Essi applicano un rinnovamento del linguaggio lirico mediante l’uso del verso libero e di una lingua prosaica che fa entrare parole e modi che la tradizione aulica aveva escluso. Abbattono definitivamente la barriera tra lingua della poesia e lingua comune.
Tra i poeti crepuscolari troviamo: Sergio Corazzini, Guido Gozzano, Marino Moretti, Aldo Palazzeschi.
La definizione “crepuscolarismo” nasce da un articolo pubblicato da Bolgese nel 1909 sul periodico “La Stampa” di Torino. I crepuscolari sostituiscono alle grandi tematiche esistenziali e storiche e alle forme elaborate (tragedia…), argomenti più semplici e quotidiani (meno importanti), usando un linguaggio quotidiano.

GIUSEPPE UNGARETTI
Ungaretti viene a lungo identificato come innovatore e portatore della poesia moderna, ma anche legato alla tradizione.
Egli nasce nel 1888 ad Alessandria d’Egitto dove si era stabilito con il padre (lucchese emigrato x lavorare a costruzione del canale di Suez), vive in una casa di periferia, ai margini del deserto (esilio culturale = lacerazione che lascia traccia). Nel 1912 lascia l’Egitto per Parigi dove incontra i protagonisti delle avanguardie (Apollinaire, Picasso, Modigliani, Soffici, Papini e Palazzeschi, che ebbe un grande ruolo nella sua formazione umana e letteraria) . La sua prima poesia è pubblicata sulla rivista letteraria “Lacerba” (futurista). Rientra in Italia nel 1914 e si dedica alla campagna per l’intervento italiano, nel 1915-17 è chiamato alle armi, per combattere sul Carso. Nel 1916 pubblica Il Porto Sepolto, considerato come svolta storica nella poesia italiana. Alla fine della guerra rimane in Francia come corrispondente de “Il popolo d’Italia” (giornale di Mussolini). Ungaretti aderisce al fascismo non per tornaconto personale, ma per un’ingenua fiducia nel rinnovamento del popolo italiano (pensiero che la dittatura possa rafforzare solidarietà e legame fra italiani, anche emigrati). Nel 1921 torna a Roma con la moglie (francese) e vive come impiegato al Ministero degli Esteri. Nel 1919 esce Allegria di naufragi (ossimoro). Nel 1923 esce la sua seconda raccolta: Sentimento del Tempo (riflessione sul trascorrere del tempo), nel frattempo collabora con periodici e si converte al cattolicesimo. Successivamente diventa professore in Brasile, e al suo ritorno in Italia, dopo la guerra, viene nominato professore di Letteratura all’Università di Roma. La sua vecchiaia è caratterizzata dall’insegnamento universitario, da nuove raccolte di versi, da traduzioni (Gongora, Shakespeare, “la Fedra” di Racin), saggi critici e dalla partecipazione forte alla vita culturale. Intanto l’editore Mondadori chiede che si pubblichi un’opera omnia “Vita di un uomo”. Ungaretti muore nel 1970.
POETICA
- parte dal presupposto che la poesia è ILLUMINAZIONE = attimo di folgorazione, evento istantaneo creazione di un legame dalla memoria all’innocenza
- il poeta sa che la poesia è espressione di Dioriconoscere invisibile nel visibileil poeta torna a vedere
La concezione della poesia ha effetti anche sul formale:
1. distruzione tradizionale struttura del verso = versi sciolti e brevissimi (anche solo una parola)
2. lo spazio vuoto prima e dopo la parola ha significato di isolamento, per farla diventare un attimo, un’intuizione dell’essere
3. poesia = insieme di parti ciascuna importante di per sé
4. rare le subordinate
5. prevale lo stile nominale e participi (spesso manca il verbo)
6. periodo prosastico influsso della grande innovazione futurista sulla sintassi (“parole in libertà”)
Sul piano linguistico, si colloca nella tradizione di una lingua letteraria quasi astratta (diversa da quella comune), quasi esaspera le scelte che condurranno all’ermetismo di Quasimodo.
- all’inizio la poesia ha una dimensione autobiografica: indaga nell’IO del poeta (sorta di psicoanalisi) e suggerisce al lettore come indagare se stessonon ci racconta tutto del poeta ma fa una selezione (alcune esperienze essenziali, che dovrebbero permetterci di illuminare = strumento di chiarificazione dell’esperienza stessa della vita.
Nel ‘900 la vita e la poesia sono strettamente connesse = l’esperienza del singolo serve per cogliere essenza della vita comune (verismo ed estetismo). I poeti approfondiscono il valore della parola, che ora ha di nuovo una funzione comunicativa.
- attribuisce a poesia un’ambizione alta
- l’autobiografia non è intimismo individuale, ma ricerca nel profondo dell’anima di ciò che è universale
- fiducia mistica nella parola essenziale, carica di una storia, sorretta da una tecnica raffinata
- i tormenti del poeta lo portano a frequenti revisioni dei testi risultati di più riscritture  le date delle raccolte sono convenzionali
- iniziando a comporre Sentimento del Tempo egli coniuga la moderna poetica dell’analogia col bisogno di un “ritorno all’ordine”vuole riacquisire ritmo della tradizione italiana il passato tende all’universalità
Il compito della poesia è quello di esplorare il mistero che è in noi, che coincide col senso del divino
L’ALLEGRIA
È una raccolta di poesie scritte tra il 1914 e il 1919 e le più importanti sono quelle del Porto Sepolto scritte durante il periodo di permanenza al fronte nella prima Guerra mondiale. I temi principali sono: la vita in trincea, contatto con la morte, ricordi della vita precedente, momenti di desolazione esistenziale, contemplazione della natura e il messaggio dominante e’ l’ “attaccamento alla vita” sempre dichiarato.
Le poesie sono brevi e composte da versi liberi brevissimi: poche e scarne parole, senza punteggiatura, che racchiudono un intero vissuto. L’essenzialità non significa trascuratezza formale infatti la ricchezza delle metafore, i nuovi accostamenti di parole e similitudini ricercate destano nel lettore risonanze profonde. Si tratta di poesie moderne che però non vennero inizialmente apprezzate
SENTIMENTO DEL TEMPO
È il titolo della sua seconda opera e si riferisce alla profonda impressione suscitata dalle memorie storiche di Roma. Le poesie sono datate dal 1919 al 1935.
Nella prima parte prevalgono temi rarefatti: paesaggi, stati d’animo ed evocazioni mitologiche; massima ricerca formale con effetti sonori, astrazione lirica ma anche il tentativo di recuperare la tradizione poetica italiana con versi regolari, sintassi articolata, lessico più aulico e un ritorno alla punteggiatura.
Nella seconda parte torna a dominare la soggettività del poeta e prevale la tematica religiosa caratterizzata dal senso del peccato e dall’aspirazione dell’anima a Dio; dal punto di vista formale si rinuncia alle raffinatezze analogiche.
I VERSI DELLA MATURITÀ E DELLA VECCHIAIA
Nelle raccolte di versi successive alla seconda guerra mondiale il poeta cerca strutture compositive più complesse che vedono intrecciarsi la tematica personale a temi universalmente umani. A questi anni risalgono il dolore (1947); la terra promessa (1950); il taccuino del vecchio (1960). Il recupero della tradizione poetica e’ compiuto e nella metrica prevalgono endecasillabi, settenari, lessico sostenuto, periodare ampio e si fanno più rare le associazioni analogiche. Per lo più il tono delle ultime poesie di Ungaretti è di un’eloquenza solenne e commossa ma ance intricata e a volte scontata.
LIRICHE
SOLDATI (luglio 1918)
-il titolo fa parte del testo, non lo riassume  lirica riferita a una condizione particolare che e’ quella del mondo militare
-le parole non sono poste secondo l’ordine naturale ed e’ una poesia ricca di figure retoriche
-assume un valore relativo parlando dei soldati, ma assoluto perché riguarda tutti noi
-impersonalità della lirica = “si sta”accentua l’universalità e la solitudine di questi uomini
Questa poesia è stata scritta durante la guerra nel 1918. E' costruita su un paragone tra le foglie e i soldati, che sugli alberi, intesi come trincee, combattono. Come si sa l'Autunno è per le foglie il momento di cadere e come esse anche i poveri soldati lo fanno. Con questa poesia Ungaretti vuole mettere in evidenza le sue sensazioni che sicuramente condivide con i suoi compagni. Esse sono: angoscia, precarietà, che accompagna i soldati al fronte nemico.
MATTINA (26 gennaio 1917)
-lirica composta da due monosillabi apostrofati e da due parole (1 ternario e un quaternario)
-Leopardi le chiamerebbe parole poeticissime perché non hanno limiti
-la voce narrante è il poeta stesso = MI + verbo coniugato
- l’individuo non è più cosi insignificante ma partecipe del tutto per cui si perde la componente relativistica  figura proiettata in un universo senza limiti, astrazione, piena realizzazione di se
-il titolo fa capire il contesto della lirica  il legame tra testo e titolo e’ analogico infatti l’immensità spaziale e temporale si fondono con una determinazione precisa  contrasto tra finito e infinito; mortale e immortale
Si tratta di una delle poesie più famose e semplici di Ungaretti, fu scritta nel 1917 ed è sorprendente poiché con due sole parole, il poeta riesce ad esprimere un concetto di dimensioni non misurabili.
La poesia si presenta formata da una strofa di due versi liberi; da notare che l’ELISIONE fonde in un’unica pronuncia il soggetto con il verbo e l’allitterazione del fonema M che contribuisce ad amplificare l’idea dell’immensità.
Il titolo è molto importante poiché il poeta, durante la guerra, una mattina, viene come abbracciato da una luce molto forte e dunque anche da un calore molto intenso proveniente dall’alto, e che illumina lo spazio circostante, ma che soprattutto lo fa risplendere interiormente, riuscendo così quasi a percepire la vastità immensa dell’infinito.
È un momento in cui il finito e l’infinito si uniscono quasi in un unico elemento: non esiste più niente intorno, solo una grande luce che gli origina un momento di intuizione nel quale egli si mette in contatto con l’assoluto, eliminando ciò che lo circonda e riflettendo soltanto sull’avvenimento.
Ungaretti dunque con questa poesia vuole quasi comunicare che l’uomo, pur in situazioni macabre, pur di fronte alle enormi distruzioni ed agli enormi dolori che provoca la guerra, pur avendo scoperto la sua fragilità e la sua precarietà nella vita che gli è stata data, è in grado di cogliere con una grandezza smisurata tutta l’immensità del suo mondo al quale si sente di appartenere.
NATALE
-lirica di 23 versi, per lo più monosillabi e bisillabi
-non e’ legata alla guerra
-la solitudine oramai fa parte della vita del poeta  forse indice di depressione o scelta di vita?
- 1 strofa = non ha voglia di fare nulla; il gomitolo, solitamente associato a un’iconografia positiva, qui non lo è
2 strofa = stanchezza psicologica, esistenziale, non fisica
3 strofa = interlocutore “voi”= di chi si tratta? Parenti, amici? Andamento tipicamente prosastico come una pagina di diario; egli non vuole stare solo, peggio: non vuole nessuno che si occupi di lui
- 4 strofa = emerge ciò che di positivo c’e’ ovvero il caldo del fuoco
-tra le varie strofe sembra quasi esserci un interlocutore che fa delle domande mute a cui il poeta risponde con le diverse strofe
-il soggetto e’ dominante
-come cosa posata = esistenza senza senso e insignificante
In questa poesia, scritta a Napoli durante un permesso, il poeta dice che non ha voglia di andare per le strade confusionarie, è stanco, chiede di lasciarlo solo; come un oggetto dimenticato in un angolo. Qui è al caldo – dice – è vicino al calore del camino.
L’opera parla della tristezza di Ungaretti, ancora impressionato dalla guerra. Infatti il pensiero della guerra lo accompagna in città: il “gomitolo di strade” richiama alla mente il caos della trincea, la “cosa posata e dimenticata” è riconducibile al compagno massacrato, anche il “qui”, per contrapposizione, rappresenta là, ovvero la guerra, infine il “caldo buono” è contrapposto alla fredda pietra del San Michele.
Il poeta frantuma i versi per dare l’impressione di un singhiozzo. Questo ritmo, infatti, crea tristezza e raggela l’animo del letto, il che contrasta con l’immagine del caminetto, il quale più che calore, sembra evocare fredde emozioni.

SAN MARTINO DEL CARSO
-nonostante il poeta sia partito come volontario per la guerra, l’orrore delle scene vissute rimane impresso nella sua memoria
-importante e’ l’immagine della distruzione luoghi,costruzioni e paese abbandonato: la casa e’ solitamente un luogo di riparo e sicuro ed e’ qui in contrasto con i rari brandelli di muro rimasti a causa dei bombardamenti
-nella seconda strofa: guardando ciò che rimane delle case al poeta vengono in mente le persone esse sono state portate via dalla guerra come le case e ciò che rimane e’ solo il ricordo
-MA= forte avversativa = nel cuore non mancano le croci = non e’ necessario un luogo materiale per ricordare le persone scomparse
-conclusione del sillogismo (sequenza di affermazioni, ragionamento)= si parte con l’immagine del paese reale e colpito dai bombardamenti per poi riprendere l’immagine del paese nel cuore del poeta e ricco di croci per ricordare le persone care scomparse alla fine: e’ il cuore del poeta il paese più straziato perché la distruzione psicologica e’ più dolorosa di quella fisica
-libera associazione di idee ed immagini come nella tecnica dello “stream of consciousness”
- l’efficacia della poesia e’ data dalla concentrazione e dalla sinteticità dei pensieri  nella versione originale era una vera e propria scarnificazione
- “E’ “ dell’ultimo verso = identifica il suo cuore con il paese continua corrispondenza tra oggetti reali e memoria/cuore del poeta
-brandello= solitamente usato in riferimento a carne umanizzazione della case
- vv1 “queste”= le case scempiate dalla guerra sono già nominate nel titolo, non sono necessarie altre spiegazioni
L’immagine di un paese distrutto dalla guerra, San Martino del Carso, è per il poeta l’equivalente delle distruzioni che sono celate nel suo cuore, causate dalla dolorosa perdita di tanti amici cari. Ancora una volta il poeta trova nelle immagini esterne una corrispondenza con quanto egli prova nei confronti dell’uomo, annullato dalla guerra. La lirica, di un’estrema essenzialità è tutta costruita su un gioco di rispondenze e di contrapposizioni sentimentali, ma anche verbali: di San Martino resta qualche brandello di muro, dei morti cari allo scrittore non resta nulla; San Martino è un paese straziato, più straziato è il cuore del poeta. Così, eliminando ogni descrizione e ogni effusione sentimentale, l’Ungaretti riesce a rendere con il minimo di parole la sua pena e quella di tutto un paese, e dà vita a una lirica tutta nuova.
La lirica è costituita da quattro strofe. Le prime due strofe sono legate da un’anafora (“di queste case … di tanti”) e dalle iterazioni (“non è rimasto … non è rimasto; tanti … tanto”). La metafora “brandello di muro” riconduce all’immagine di corpi mutilati, straziati, ridotti a brandelli. La terza strofa si apre con un ma che ribalta l’affermazione precedente. Come le prime due, le ultime due strofe sono legate da un parallelismo (“ma nel cuore … è il mio cuore”) e dall’analogia (cuore = paese). Anche se nulla è rimasto dei compagni
morti, “nessuna croce manca”: non è svanito il ricorso di nessuno di quei morti. Le croci suggeriscono l’immagine di un cimitero, ma richiamano, naturalmente, anche al sacrificio e alla morte del Cristo.
L’immagine finale del cuore straziato richiama quella iniziale del brandello di muro, racchiudendo il componimento in un cerchio di dolore.

VEGLIA
-assenza totale di punteggiatura come nelle altre liriche  non per rompere la tradizione con il passato (come x i futuristi) ma per proiettarsi verso un mondo senza limiti
-luogo e data stesura come per le lettere contaminazione dei generi lirica e prosa
-composta da due strofe di diversa lunghezza la prima e’ composta da 13 versi e da un unico lungo periodo = molto fluente e si concretizza nel verbo “ho scritto”
-la luna e la sua luce sono indifferenti e fredde: le componenti dell’opera che predominano sono l’orrore (vedi bocca digrignata; congestione delle mani) e il silenzio
-probabilmente scritta in trincea
-lirica profondamente espressionista: situazioni viste attraverso le emozioni del poeta (diversamente dal pascoli = impressionista)
-predomina il senso di attaccatura alla vita: non si usano formule transitorie = ribaltamento prospettiva = più si è in balia dell’orrore e della morte, più e forte l’attaccamento alla vita = prepotente istinto di riaffermazione della propria sopravvivenza
La lirica reca una data (23 dicembre 1915) ed indica un luogo (Cima Quattro) che ci immettono immediatamente nella particolare situazione esistenziale del Poeta. E' la I guerra mondiale, una guerra di trincea che Ungaretti ha vissuto in montagna,sul Carso, nella precarietà continua.
L'atmosfera è notturna: una notte di plenilunio, quindi chiara e serena. Ma il poeta non può dormire : piuttosto conduce una veglia, funebre, accanto ad un soldato colpito dal nemico.
E' uno spettacolo di orrore quello che il poeta contempla durate la notte, ma la sua è anche una ininterrotta meditazione sul valore della vita.
Gli è accanto un compagno con cui ha condiviso freddo,ansie, pericoli e paure, ormai senza vita, ridotto, espressionisticamente, ad una maschera di morte violenta e inaccettata.
Il corpo è massacrato, la bocca digrignata nello spasimo finale (dove si fondono dolore e ribellione), le mani livide, gonfie e rigide, congestionate dal freddo del clima e della morte.
Sono mani però protese verso la vita, che penetrano nel "silenzio" del poeta, nei suoi pensieri di uomo che, proprio attraverso la contemplazione della morte, scopre di amare assai intensamente la vita.
I versi sono liberi, ancorati non ad uno schema strutturale ma a quel ritmo intenso di pensiero che si sviluppa in due tempi. Dapprima l'andamento è in un certo senso descrittivo: immagini rapide, apparentemente statiche, con sensazione generale di sfinimento (buttato, proprio di un corpo ormai sfinito, senza più forza) e di morte; e due gesti, uno, direi violento, pur se raggelato, nello sforzo di aggrapparsi alla vita e di penetrare nei massimi suoi recessi costituiti dal pensiero; l'altro, anch'esso ininterrotto, nel continuo scrivere lettere d'amore alla vita.
La chiusa è epigrammatica: l'assunto finale di quella meditazione che si è protratta per l'intera notte illuminata dal plenilunio.
Una luce che rivela l'orrore della morte, chiarore per la veglia, ma può dare anche appiglio di luce e di speranza.
L'immagine-chiave della lirica è sicuramente costituita dalle mani congestionate del soldato morto che penetrano nel silenzio del vicino vivo e costituiscono un ardito ponte visivo fra la morte e la vita.
LA MADRE
-lirica composta da 5 strofe e si conclude in forma epigrammatica con due strofe composte da distici
-la madre = non e’ morente, non e’ viva e nemmeno un giudice severo  MA e’ una madre che ha mantenuto anche nella morte il legame con il figlio e dopo molto tempo resiste alla tentazione di guardarlo e abbracciarlo se non prima di aver ottenuto il perdono per le colpe commesse;
- è una madre defunta che aspetta il figlio il quale ha superato il “velo d’ombra” che separa i vivi dai morti  il figlio la trova nell’aldilà’ in ginocchio e con le braccia alzate (richiesta di supplica)non soddisfa subito il bisogno umano di guardare il figlio infatti prima chiede per lui il perdono
-nella lirica troviamo molte consonanze con pensiero cattolico anche se non si tratta di una vera e propria lirica religiosa
-raffigurazione statuaria=decisa=disposta a tutto per il figlio come in vita
-la morte del poeta e della madre vengono accostate:
a) morte poeta = ultimo battito del suo cuore che fa cadere il muro d’ombradescrizione biologica
b) morte madre = ultimo respiro, fiatodescrizione più cristiana (“mio dio eccomi”); in questo caso si riprende a livello contenutistico la tradizione (cfr Dantemorti di morte violenta come Manfredi = ultima parola che pronuncia e’ quella di salvezza)
-ultimi due versi spalancano sentimenti soggettivi infatti dopo che la madre e’ morta si e’ prefissata come scopo quello di anteporre le esperienze del figlio alle sue;
-ultimo versorapido sospirodi cosa?? Rimpianto? Gioia?
-la figura della madre del poeta può essere universalizzata il suo comportamento e’ comune a tutte le madri e riflette la condizione esistenziale dell’individuo nel rapporto madre-figlio.
E’ una poesia in versi liberi (in prevalenza endecasillabi). La lirica è stata composta a breve distanza dalla morte della madre. Ungaretti immagina il momento in cui rivedrà la figura materna al cospetto del Signore.
E il cuore…d’ombra: costruisci e intendi: e quando il cuore, con il suo ultimo battito, avrà fatto cadere l’ostacolo terreno che impedisce si viventi la visione del mondo ultraterreno.
Come una volta: come al tempo dell’infanzia del poeta.
Decisa: risoluta nel chiedere il perdono di Dio per il figlio.
Sarai una statua: rimarrai immobile come una statua ad attendere il giudizio celeste.
Come già ti vedevo: nello stesso atteggiamento che il poeta assume in vita quando si ricoglieva in preghiera.
Mio Dio, eccomi: l’ansia che la madre prova per la salvezza del figlio è la stessa da lei provata per la propria salvezza, in punto di morte, secondo quella capacità delle madri di immedesimarsi nella sorte dei loro figli.
Un rapido sospiro: un sospiro che indica la fine dell’ansiosa attesa e il sollievo di sapere salvo purificato il figlio, ricongiunto a lei per sempre.

EUGENIO MONTALE
Montale nasce nel 1896 a Genova da famiglia di commercianti (città un po’ come Trieste  provincialismo insieme a Torino e Milano fa parte del triangolo commerciale). Interrompe studi commerciali per problemi di salute e studia canto (arriva a 30 anni senza un vero lavoro). Partecipa a prima guerra mondiale in Trentino. Le varie estati trascorse alle 5 Terre costituiscono lo sfondo di Ossi di seppia (1925).
Firma il Manifesto degli intellettuali antifascisti (in realtà posizione apolitica ma ha sue idee). Nel 1927 va a Firenze dove diventa poi direttore del Gabinetto Vieusseux, istituzione culturale antica e prestigiosa con un archivio enormequi conosce Irma Brandais, da lui chiamata Clizia (= señalpersonaggio mitologico: innamorata di Apollo e gelosa del suo amore x sorella  punita e trasformata in girasole) = giovane statunitense che viene in Italia x studiare Dante (lo fa conoscere a Montale). In “adii, fischi nel buio…” si racconta dell’addio di Clizia alla stazione di Firenzein realtà riflessione sull’umanità che si comporta come robot (lirica caratterizzata da elementi di vista + udito). Nel 1938 viene allontanato perché si rifiuta di prendere la tessera del partito fascista, ed assume ruolo di primo piano nella rivista “Solaria”. Nel 1939 esce la seconda raccolta di poesie Le occasioni, e dopo la II guerra mondiale collabora cn la Resistenza e si iscrive al Partito d’Azione. Nel 1948 va a Milano dove diventa prima correttore di bozze e poi redattore del “Corriere della Sera” su cui pubblica racconti e articoli di vario genere (si occupa anche di critica letteraria e musicale). Dopo la raccolta La bufera e altro (1956) che raccoglie le poche poesie degli anni della guerra (bufera) e quelli immediatamente successivi (altro) per un decennio non scrive quasi nulla. Nel 1964 muore la moglie e ciò dà avvio a una nuova fase di poesia (nuovi temi e stile): Satura (1971), Diario del ’71 e del ’72 (1973) e Quaderno di quattro anni (1977). Nel 1967 viene nominato senatore a vita e nel 1975 riceve il premio Nobel per la letteratura. Muore nel 1981.
POETICA
Montale non si è mai attribuito un ruolo profetico o una missione (atteggiamento distaccato verso la sua opera), crede che il suo compito sia ben più profondo. All’origine delle sue poesie vi è totale disarmonia con la realtà sia sul piano psicologico sia per quanto riguarda la condizione umana in generalemale di vivere (soprattutto in Ossi di seppia) = senso di angoscia dell’uomo moderno che si sente abbandonato in un mondo ormai privo si significato e di valore non accetta con rassegnazione, non rinuncia ad un’idea di senso della vita e la sua poesia è una continua ricerca di un significato che sfugge sempre.
Dice di appartenere ad una poesia “metafisica”nei suoi versi vi sono situazioni precise (istanti di vita irripetibili, immagini di oggetti colti nella loro concretezza). Qui il poeta riconosce di una condizione umana volta all’assurdo che cerca sempre il “miracolo” impossibile, che apra un varco al di là dei limiti ”poetica dell’oggetto” = idee ed emozioni sono materializzati in oggetti sensibili. Diversa da “poetica dell’analogia” di Ungaretti e da quella di una lirica pura ricerca di sonorità aspre x sottolineare contorni oggetti ed esprimere disarmonia del vivere.
Il linguaggio che utilizza è vario (aulico, usuale, tecnico). Le liriche, come da tradizione classica, non hanno un titolo proprio ma è il primo verso. Montale parla delle sue donne come Dante faceva con Beatrice = donne simboliche (poesia fortemente simbolista).
Nella trilogia (1)“nuove stanze”, (2)“primavera hitleriana” e (3)“anguilla” parla di letteratura, del fine dell’uomo e della salvezza  in modo laico, 6 secoli dopo Dante, ripropone un discorso analogo = attività letteraria è come una corazza che può proteggere il letterato da brutture della vita reale:
1)in una stanza due giocano a scacchi e si avverte che è stata aperta una finestra perché il fumo della sigaretta si sposta col vento = apertura al mondo esterno stanze = strofe legame stretto con classicità  CULTURA = difesa individuale
2) 1939: incontro tra Hitler e Mussolini a Firenze rappresentato come improvvisa ondata di gelo muoiono cavallette = morte della vita è momento di lutto per noi che vediamo i dittatori portare la guerra
Alla fine: proiezione verso futuro quello che è gelo e morte oggi sarà domani morte della morte (=vita) i dittatori verranno schiacciati dalla coscienza superiore (di nuovo immagine cavallette, ma al contrario)
CULTURA = scudo x avanzare contro nemici di democrazia/libertà; strumento di offesa x assalire dittatura
3) racconto del ciclo vitale dell’anguilla risale la corrente fino alla sorgente percorso difficile ma è passione x vita, forza di volontà; CULTURA = salvezza x umanità a prescindere; ritorno a istinti primordiali
Il suo pensiero è assimilabile al PESSIMISMO COSMICO leopardiano = ritorna immagine formiche in “meriggiare pallido e assorto”  la vita è un percorso in cui siamo convinti che la realtà sia quella che viviamo, ma sappiamo che non è così (c’è dell’altro).
LA PROSA
Dopo la guerra, fino al 1964, Montale scrive pochissimi versi, impegnato nel suo lavoro come giornalista, professione considerata con distacco, vista come necessità economica.
Abbondante produzione in prosa:
•Farfalla di Dinard (1960) = brevi racconti e ricordi personali, in cui vi sono tipi curiosi e strani casi di vita prosa esemplare per sobrietà e precisione
•Auto da fé (1966) = articoli di costume e di varia cultura tema è critica alla società di massa degli ani ’50 e ’60 caratterizzati dallo sviluppo economico; sconcertato da stile di vita: poesia e arti sono coinvolte nel processo delle mode prodotte da artisti improvvisati per il consumo di un pubblico che si accontenta di un effetto superficialeM. non ha proposte da avanzare e si limita a difendere lo spazio residuo di quei pochi ancora capaci di autonomo pensiero
•Sulla poesia (1976) = recensioni, articoli e saggi di critica letterariagrande protagonista di dibattiti letterari critica libera da schemi teorici

“RACCONTO DI UNO SCONOSCIUTO”
- racconta la sua giovinezza
- è uno degli articoli che scrisse per il Corriere della Sera tra il 1946 e il 1950 e raccolte nel volume del ‘60
- troviamo in titolo perchè non vuole si capisca che parla di sé
- il padre (vedovo), mercante, lavora nel negozio coi fratelli; lui fra le strade sempre disoccupato forse segno di vocazione poetica, ma M. non si sbilancia
- “si intende…appurare” = forte ironia
- lui è il “beniamino”ha 25 anni e non ha ancora fatto niente (non ha neppure deciso cosa vuole fare)
- neppure la guerra lo strappò definitivamente da casa
- gli affari andavano male x la difficoltà di ottenere permessi (c’era l’autarchia)
- viene picchiato da alcuni fascisti x nn aver risposto al saluto: il padre lo rimprovera (ma x lui è dignità)di non essere stato prudente
“NON SONO SICURO NEMMENO CHE IL MONDO ESISTA”
- risposta a intervista da parte di Ferdinando Camon (raccolta con altre in “il mestiere di poeta”)
- si parla della religiosità dell’autorealcuni suoi articoli fanno pensare a posizioni teistiche (fede in un Dio trascendente e creatore)
- le riflessioni del poeta sono basate da un grande dubbio: “tante cose non so. Non sono sicuro nemmeno che il mondo esista”egli non crede che l’uomo abbia fine in se stesso, che il significato dell’esistenza sta nell’esistenza stessax lui l’uomo deve potersi confrontare a qualcosa x il perfezionamento morale
- ma la vita deve avere un senso, ma non quello del naturalismo (uomo integrato con natura) né del panpsichismo (mondo = entità spirituale)radicata ricerca della fede
- anche se il mondo che conosciamo fosse un’apparenza, non possiamo vedere l’altra faccia della realtà

LA POESIA
OSSI DI SEPPIA
Gli ossi di seppia danno il titolo alla prima raccolta di liriche di Montale in cui ricorrono paesaggi liguri aspri e assolati e battuti dal vento in cui il poeta non riesce a identificarsi (domina l’estraneità). Queste poesie risalgono al periodo compreso tra il 1917 e il 1925. Ciò che colpisce e’ l’estraneità del poeta alle ricerche sperimentali caratteristiche del primo 900 (Montale infatti ignora lo sperimentalismo).
Per quanto riguarda i metri egli si serve indifferentemente del verso libero come di forme chiuse ottocentesche (quartine di endecasillabi); la sintassi rimane strutturata secondo una precisa successione di immagini e pensieri; il tono e’ a volte discorsivo accostandosi a livelli colloquiali; altre volte e’ sostenuto grazie anche al lessico raro e ricercato.
LE OCCASIONI, LA BUFERA
Il titolo della seconda raccolta di Montale e’ Le occasioni (1939) e nasce da un’esperienza concreta di eventi (l’Io del poeta e’ coinvolto in vicende e rapporti con figure per lo più femminili). Un tema ricorrente e’ quello dell’amorefatto di assenza e lontananza, la donna appare solo nel ricordo ed e’ una figura ricordata per un suo gesto o atteggiamento. Con la memoria si cerca di rivivere un momento vissuto insieme per ristabilire un contatto oltre la solitudine ma questo tentativo e’ perennemente frustrato. La ricerca del “miracolo” si ripete instancabilmente.
La terza raccolta di liriche di Montale prende il nome di “la bufera e altro” (1956)e comprende poesie scritte negli anni della seconda guerra mondiale alla quale allude anche il titolo stesso. La guerra non viene vista come il risultato di circostanze storiche e politiche, quanto come una catastrofe cosmica, una tragedia collettiva. La donna appare messaggera di una realtà soprannaturale (come la donna-angelo della poesia stilnovista) ed e’ avvolta da una rete di simboli.
Le poche poesie scritte dopo la guerra mostrano un ulteriore arricchimento della tematica: il poeta si confronta con la realtà degli anni della guerra fredda affermando il valore dell’autonomia individuale; il rifiuto si schierarsi in uno dei due campi avversi. In questa raccolta spariscono i passaggi riflessivi e tutto il significato si concentra nella presentazione di un oggetto o di situazioni cariche di valore emblematico tipico della poetica del correlativo oggettivo il lettore e’ irretito da un balenare di significati che solo dopo numerose riletture riuscirà a cogliere. Cio’ che sorprende e’ il fatto che, nonostante la densità di significato, il tono della poesia resta discorsivo e privo di impennate oratorie. Un’altra manifestazione di discorsività e’ data dal continuo rivolgersi del poeta a un “tu” che per lo più e’ una donna assente ma può essere anche il lettore o il poeta stesso.
LA POESIA: GLI ULTIMI TRE LIBRI
Dopo un silenzio di 10 anni la poesia di Montale riprende a partire dal 1964 all’età’ di 68 anni. A questo periodo risalgono i tre libri della vecchiaia che comprendo una mole di testi superiore a quella degli anni precedenti;
-satura (1971) e’ un termine latino che indicava una un piatto misto e da cui deriva satira = componimento poetico che discorre di diversi argomenti e infine assunse il significato moderno;
-diario del ’71 e del ’72 (1973) e quaderno di quattro anni (1977) fanno pensare a una serie di appunti poetici con registrazione quasi quotidiana di pensieri,umori e sentimenti;
La poesia non e’ più una meditazione sui limiti dell’uomo ma un continuo e affabile discorrere in versi sui più svariati argomenti; ha ancora un posto di primo piano l’amore soprattutto nella forma del dialogo con il fantasma della moglie morta e con altre persone scomparse. Si utilizza un linguaggio vicino al parlato quotidiano e nei versi subentrano espressioni correnti nelle conversazioni. Per quanto riguarda le forme metriche, l’apparenza e’ quella di un verso libero casuale e strascicato; in realtà si riconosce un gioco sottile di pause ed enjambement e la presenza costante dell’endecasillabo.

LIRICHE
SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO
-lirica tratta da “ossi di seppia” e composta da 2 quartine di endecasillabi
- 1 strofa: il rivo strozzato, incartocciarsi della foglia,cavallo stramazzato simboli di sofferenza universale = la foglia secca è morente mentre il cavallo siamo abituati a trovarlo che corre
- 2 strofa: bene vs male l’unica cosa conosciuta e’ la divina Indifferenza infatti non c’e nessuno che si cura di noi (come per leopardi = natura matrigna)
- l’Indifferenza e’ personificata e concretizzata nella figura della statua immobile, nella sonnolenza pomeridiana, nel falco lontano che volta solitario nel cielo e nella nuvola che prende le distanze dalla realtà
-tutti questi oggetti sono i correlativi oggettivi dell’indifferenza
-correlativo oggettivo = non e’ un termine coniato da Montale ma deriva dalla letteratura americana di Elliot = rapporto che nella lirica di Montale si crea tra la parola e gli aggettivi che la parola stessa nomina
-il poeta parte dalla sua personale esperienza  il male di vivere e’ presente nel rivo strozzato ≠ dal dire il rivo strozzato e’ il male di vivere = correlativo oggettivo  non esistono termini logici che permettono in confronto

Il correlativo oggettivo
-secondo il poeta angloamericano Elliot le idee e le emozioni prendono nella poesia la forma di una serie di oggetti , di una situazione, di una catena di eventi che saranno la formula di quella emozione particolare
-il correlativo oggettivo si avvicina molto all’allegoria medievale e ne e’ la versione “moderna” esiste tra questi due elementi una differenza sostanziale: gli emblemi medioevali facevano riferimento a un repertorio simbolico consolidato di cui il lettore dell’epoca possedeva la chiave di interpretazione; nel caso moderno invece non esiste più un cifrario personale del poeta e questo spiega anche le difficoltà del lettore
-nel caso di Montale non rinviano al possesso di una visione organica del mondo ma a una ricerca aperta senza approdi sicuri

CIGOLA LA CARRUCOLA
-lirica composta da 2 strofe di endecasillabi e tra il vv 7/8 troviamo un endecasillabo spezzato;
- I temi centrali sono:
a) lo scorrere del tempo ed il suo effetto sugli individui
b) il tema tipicamente di Montale della memoria che viene trattato in modo negativo: nelle sue liriche vi sono spesso negazioni che danno l’impressione che il poeta voglia distaccarsi dall’immagine del poeta vate e detentore di verità assolute; e’ impossibile recuperare il passato e ciò è rappresentato dal cigolio
-cigolio= sforzo difficile che non porta a risultati  la minima speranza viene subito annullata e il movimento di illusione viene dato da verbi e suoni come “cigolare”, le numerosi allitterazioni che riproducono suoni aspri
- vv2 l’acqua sale alla luce e si fonde con essa = speranza che però viene subito messa in discussione al vv3 trema
- vv4 ultimo lampo di positività data dalle parole “un’immagine ride” in realtà e’ la pura intuizione di un istante
- vv5 la situazione e’ promettente nonostante i margini di incertezzacerca di avvicinare le labbra alla superficie per appropriarsi dell’immagine si riprende il mito di Narciso e quello del supplizio di Tantalo (piu’ desidera uno cosa più questa si allontana)
- vv6 disillusione totale = la speranza di baciare quelle labbra evanescenti che emergono dal passato scompare
- vv 7-8 il tempo passa e fa estranei i nostri ricordi e il pozzo e’ il simbolo del tempo stesso che passa
-lo stridio della ruota e il cigolio sono in contrapposizione: simili ma di senso contrario perché lo stridio rappresenta non più un ricordo ma una sorta di visione, di fantasma, non appartiene al poeta e quindi non c’e’ trasporto emotivo
- vv10 distanza prodotta dal tempo che non trattiene i ricordi
-struttura chiasmica tra il vv3 e vv4 addirittura con sei membri
-simmetria di versi tra il 2 e il penultimo: luce vs atro fondo; in realtà tutta la lirica e’ ricca di simmetrie e analogie e gli oggetti fanno parte del correlativo oggettivo

NON RECIDERE FORBICE QUEL VOLTO
-fa parte delle “occasioni” e risale al 1937
- è una lirica composta da due strofe in endecasillabi e settenari con rime irregolari
-lo scorrere inesorabile del tempo e’ simboleggiato dalla forbicecolpo che svetta, definitivo
- vv5struttura con il verso spezzato come nella lirica a della carrucola non c’e speranza che l’uomo si sottragga al freddo e al tempo che trascorresconfitta esistenziale; colpo=morte=inevitabile;
-senso generale desiderio espresso tramite l’imperativo negativo del titoloporta il poeta a trattenere il ricordo di un volto (donna amata) che rischia di trasformarsi in nebbia
- 1 strofa presunzione di parlare con un oggetto (forbice); il viso può essere quello della donna amata = lontana e non riesce a vederla e cosi resta in ascoltola forbice cancella il ricordo
- 2 strofa elementi naturalistici = novembre, brina,acacia, cicala la forbice e’ come la cesoia del giardiniere in autunno che recide sia i rami che i ricordi dell’autunno in sè
Acacia = fa cadere la cicala che finisce nel fango
passaggio dall’estate all’autunnopassare del tempo.

NON CHIEDERCI LA PAROLA
-tratta dalla raccolta “ossi di seppia” (1923)e formata da tre quartine di versi di varia misura
-i due “non” non sono una casualità ma sono stati voluti dall’autore per sottolinearne l’importanza
-sorta di epitaffio funebre del poeta vate
-fa coppia con “i limoni”= confronto fra poeti “laureati” (che trattano argomenti più aulici) e quelli che, con lui, trattano temi piu’ semplici
- vv1 “quadratura del cerchio” attraverso la parola poetica
- vv2 lettere di fuoco = lettere che marchiano, che parlano
- vv3 croco = fiore giallo (assomiglia alla ginestra) in una landa desolata
-tutte le belle immagini positive vs caos del mondo in cui non ci sono più verità da trasmettere
- 2 strofa: pensiero di leopardi per il progresso (opinione sarcastica nella ginestra)
- vv 5-8 pensiero moderno=l’uomo sicuro non si accorge della sua ombra riflessa sul muro nella canicolapensa di poter ignorare il grigiore della vita quotidiana
-quello che si può dire e’ solo qualche sillaba
- vv12 generali sfiducia verso la poesia e la letteratura

UMBERTO SABA
Come Svevo, nasce a Trieste nel 1883. La madre ebrea, è subito abbandonata dal marito ( sin da piccolo soffre per la mancanza di una famiglia forse a causa di questo inizia la sua grave nevrosi)lo manda a balia (allattato da un’altra donna). Il suo nome deriva da etimologia ebrea (= pace). Saba ha un carattere introverso perchè sradicato dal ambiente materno. Fece studi classici, umanisti e rinascimentali, la sua poesia era molto tradizionale (struttura e lingua), ma trattava temi moderni. Nella sua città gestisce una libreria. Se ne allontana solo durante la II guerra mondiale per fuggire a persecuzioni razziali (circa 1930). Dopo la guerra va a Roma, e nel 1950 diventa accademico all’Accademia dei Lincei e prende laurea Honoris Causa . Muore nel 1957.
TRIESTE
A Trieste dedica tutta una serie di liriche (come alla moglie e alla figlia), non solo perché è la sua città natale, ma anche per la sua cultura e la posizione geografica (carattere intrinseco). Il carattere periferico della città contribuisce al misto fra tradizione e modernità della sua poesia. La città di Trieste è in contatto con esperienza culturali nuove, per esempio, qui sono tra i primi a conoscere e sperimentare la psicanalisi.
POETA
Saba era contro il dannunzianesimo e lo sperimentalismo, si riallaccia a tradizione sette-ottocentesca e al melodramma. Nelle poesie utilizza metri tradizionali (sonetti e canzonetta) e quando usa il verso libero è comunque cantabile. Il lessico è povero e usuale, la sintassi classica.
Nel 1921 compone il Canzoniere, raccolta di liriche precedenti (richiama Petrarca), costituito da 3 volumi in ordine cronologico di composizione: 1) da 1900 a 1920; 2) da 1921 a 1932; 3) da 1933 a 1954. La lettura va seguita passo per passo, va letto come un romanzo, storia = vita del poeta in ogni capitolo.
- dai Versi militanti (1908) a quelli che cantano l’amore coniugale e sue crisi, la tenerezza per la figlia
- l’autobiografismo non è chiusura la poesia è piena di immagini della sua città, di figure quotidiane (moglie, figlia) e popolare, con cui vuole magari identificarsi
Si alternano momenti in cui canta sentimenti privati con altri in cui celebra quelli collettivi (5 poesie per il gioco del calcio, per la Resistenza e la liberazione); altre in cui predomina il racconto. La semplicità è solo apparente, troviamo temi profondi (Mario Lavagetto dice che è “facile e difficile”).

LA CAPRA
-si trova nella sezione “casa e campagna” del Canzoniere e risale agli anni successivi al servizio militare quando si trasferì con la moglie in campagna
-composta da tre strofe in endecasillabi e settenari
- il tema centrale e’ quello della fratellanza  (non con la capra) infatti il belato suscita una riflessione esistenziale e il dolore si manifesta con una ugual voce che suggerisce fratellanza; in modo particolare il pensiero di Saba va agli ebrei e quindi al dolore per le discriminazioni razziali
- la scena non viene descritta con naturalismo il belato viene interpretato come un simbolo di sofferenza
-scena irreale vv 1 “ho parlato a una capra” però c’e una consonanza di sentimenti infatti entrambi soffrono e un valore simbolico e’ attribuito agli aggettivi come “bagnata” e “legata” che si applicano anche agli esseri umani
- il BELARE per il poeta e’ una reazione alla solitudine e alla pioggia = simile alle esperienze umane. Il verso di questo animale da voce a un dolore più profondo e quindi di fratellanza di sentimenti rapporto di simpatia (inteso come consonanza di emozioni)
-il dolore e’ universale e tutti lo hanno sperimentato in diversi modi MA si esprime con una voce univoca = e’ la realtà dell’uomo e di tutti gli esseri viventi.
CITTA’ VECCHIA
-si trova nella sezione del Canzoniere in “Trieste e una donna” dedicata alla moglie e alla sua città
-lirica ricca di enjambement e ripetizioni = elementi significativi
- e’ un dittico = forma delle arti figurative che presentano due immagini che insieme formano un’unita’l’uno si comprende in relazione all’altro; l’altra lirica e’ “Trieste”
- si parla della parte antica della città e lo spunto parte da un’esperienza individuale del poeta tra la folla
-per passare in questa parte della città e’ un masochista o un privilegiato in mezzo alla marmaglia? Nessuno dei due: solo li trova l’ “infinito nell’umiltà” e in queste creature trova la mano stessa che le ha creare il suo pensiero si fa più puro più la vita e’ deteriorata e infima
-emerge una sorta di fratellanza
-polemica contro quelli che non sanno vivere la vita e rinunciano alla possibilità di fare conoscenza con queste situazioni
- vv3unica macchia di colore: il fanale giallo che si riflette in una pozzanghera
-lessico umile, usuale ma sintassi ricca di inversioni
-il fatto di percorrere questa parte della città e’ una sua scelta esistevano anche percorsi meno pericolosi e più agevoliricerca un contatto più vero e diretto con l’umanità in tutte le sue forme; qui troviamo: prostitute, marinai, vecchi che bestemmiano, donne anziane che litigano, la giovane innamorata, il friggitorie e il militare
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