Pensiero degli ermetici
Negli anni Trenta — anni in cui la cultura è fortemente condizionata dal fascismo — nasce in Italia l’esperienza poetica dell’Ermetismo. La definizione, coniata nel
1936 dal critico Francesco Flora, sta a indicare l’oscurità e l’ambiguità espressiva di quella poesia, per le scelte lessicali e sintattiche volutamente difficili. I principali esponenti. I principali protagonisti di questa corrente poetica sono Salvatore Quasimodo, Leonardo Sinisgalli (1908-1981), Alfonso Gatto (1909- 1976), Mario Luzi (nato nel 1914) e Sandro Penna, il cui ritrovo letterario era il caffè Giubbe Rosse di Firenze, chiamato così dal colore delle giubbe dei camerieri. La loro esperienza lirica segue quella di Ungaretti e Montale, all’interno di una generazione letteraria formatasi durante il periodo fascista. Nei confronti della barriera ideologica e politica che il regime impone, i poeti ermetici assumono una posizione più di estraneità che di opposizione, come testimonia la loro poesia, caratterizzata da una forte evasione dal reale. Raccolti attorno a riviste soprattutto fiorentine («Letteratura», «Campo di Marte»), essi protraggono la loro esperienza sino a convertire il loro distacco iniziale dalla realtà in una sofferta partecipazione al dramma della Resistenza e anche oltre la fine della seconda guerra mondiale. Il maggior rappresentante della poesia ermetica è Quasimodo, che ha fatto scuola per il suo stile e i suoi temi incentrati sulla solitudine e l’incomunicabilità.
La ricerca della poesia pura. Di fronte alla cultura d’avanguardia futurista, che pone al centro della propria problematica il rapporto dell’arte con la società contemporanea industrializzata, la poesia ermetica rifiuta l’impegno politico e civile e si isola in uno spazio fuori dalla società e dalla storia. La poesia è pura, cioè libera da ogni condizionamento ed è fonte di conoscenza, perché fornisce le risposte sul destino dell’uomo, sospeso tra il tempo e l’eterno.
L’oscurità della parola. L’Ermetismo ha una concezione irrazionalistica della poesia: il poeta si abbandona alle associazioni libere, ai simboli e ad ardite analogie, perché grazie ad esse può intuire il significato del mistero dell’esistenza. Sulla scia di Ungaretti la sintassi si frammenta, la parola poetica diventa essenziale e, allontanandosi dalla lingua parlata, perde efficacia come strumento di comunicazione. I sostantivi sono di solito raffinati, astratti e privi di articolo, in modo da rinviare a significati indefiniti, a sensazioni ed emozioni individualmente vissute, estensibili solo in forme soggettive ad un pubblico ristretto di lettori, capaci di entrare in sintonia con l’autore e di interpretare anche autonomamente il suo messaggio.

Registrati via email