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La parola e il dialogo: gli indizi della vita sotterranea dell’individuo

Un’immagine che può rendere questa sensazione così diffusa nella cultura moderna e contemporanea è quella del vulcano: l’individuo nella situazione di “normalità” appare immobile, come una montagna dalle forme consolidate e fisse, ma, quando il magma sottostante trova uno spiraglio per giungere alla superficie, la montagna si scuote, si rompe, lascia uscire con violenza ciò che ha nascosto per tutta la vita. E’ questo il momento che permette di scoprire che cosa c’è veramente sotto la sottile crosta della “normalità” e le parole e i pensieri assumono una sincerità “fuori dalla norma”, rivelano l’autentica natura degli individui.
Non stupisce quindi che la letteratura moderna, come detto in precedenza, che ha assunto come proprio tema il conflitto interiore e il disagio esistenziale, ponga al centro dell’attenzione la parola. Si potrebbe dire anzi la parola parlata e la parola pensata, quella del dialogo con gli altri e del dialogo con se stessi. Nei romanzi e nei racconti l’azione viene limitata, i personaggi continuano a fare cose, muoversi, combattere, amare, ecc., ma assai spesso il “punto cruciale” della narrazione si colloca in un monologo o in un dialogo, durante il quale almeno uno dei personaggi rivela a se stesso e agli altri una “verità” fino a quel momento nascosta.

Nell’estrema varietà di forme e di indirizzi culturali ed estetici che caratterizza la narrativa del Novecento emerge lo sforzo di molti scrittori europei e nordamericani di rappresentare nella maniera più autentica la vita sentimentale, psichica, intellettiva dei loro personaggi. Per questa ragione alcuni strumenti espressivi nella narrativa fra fine Ottocento e Novecento assumono un rilievo e un’importanza che mai avevano avuto in precedenza. Facciamo riferimento ai procedimenti che si definiscono discorso indiretto libero (nel quale la voce del narratore si mescola e si confonde con quella del personaggio), monologo interiore (nel quale il personaggio, come parlando a se stesso, analizza i propri stati d’animo, sentimenti, ecc.), flusso di coscienza (col quale il narratore si limita a riportare sulla pagina i “movimenti” del pensiero del personaggio, così come emergono dall’inconscio, senza dare un ordine logico, ma procedendo per associazioni di idee, immagini affioranti dalla memoria, ecc). Si tratta di strumenti stilistici che hanno la finalità di mettere il lettore in un contatto più diretto possibile con la realtà psicologica del personaggio e che spesso richiedono soluzioni particolari per la voce narrante: a volte il narratore tende a scomparire, altre volte si manifesta come personaggio ben definito, che regola in maniera scoperta i “fili del racconto”, avvisando il lettore dei “marchingegni” che mette in opera per far procedere la vicenda secondo il suo punto di vista.
Molti scrittori dell’epoca, quelli più aperti alla sperimentazione, cercano di superare l’impostazione tradizionale della narrazione, costruendo romanzi in cui la “storia” non ha uno svolgimento continuo, ma procede per blocchi, senza un ordine cronologico, oppure segue le vie imprevedibili e non logicamente preordinate del pensiero del protagonista, del ricordo, delle improvvise visioni.

Una tipica modalità della letteratura “moderna”: l’assurdo
L’attenzione degli autori e degli stessi destinatari delle opere fu polarizzata su quelli che si possono chiamare i momenti di crisi esistenziale che coincidono con la rottura della “normalità”, in quanto è allora che si manifesta la vita autentica e sotterranea dei singoli soggetti, facendo emergere alla superficie i conflitti latenti e irrisolti all’interno degli individui.
L’assurdo, il fatto che mette in crisi tute le convenzioni sociali, personali e culturali, diventa uno strumento che provoca la rottura della superficie di normalità e che costringe i vari protagonisti ad assumere atteggiamenti non consueti, a parlare un linguaggio diverso dal solito, a gettare la maschera della quotidianità. Questo determina anche l’adozione di “registri” stilistici e linguistici di un tipo particolare, come il grottesco (per rappresentare comportamenti che, secondo i canoni della normalità risultano stravaganti, bizzarri, deformati) e l’umoristico (per rappresentare con ironia una realtà in cui i valori consolidati vengono negati, messi in discussione e ribaltati). Si tratta di strumenti da sempre presenti nella letteratura, ma che dal Settecento in poi assumono una nuova dimensione, in quanto si adattano più e meglio di altri a dare un’immagine di una realtà umana frantumata e in eterno conflitto con se stessa e con il mondo esterno.

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