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Il Neorealismo

La Resistenza porta al neorealismo, movimento culturale che ebbe esiti straordinari nel cinema e mediocri nella letteratura.
Il neorealismo vuole raccontare la realtà (e darle una senso) come il realismo ottocentesco (quello di Verga: l’autore deve descrivere i fatti così come sono, non narrare) dopo l’oscuramento fascista. Ma l’autore della Resistenza non sempre riesce a staccarsi dal soggettivismo, che porta a un neorealismo imperfetto.

Il neorealismo nasce convenzionalmente nel 1943 con il film di Luchino Visconti “Ossessione” e dalla cinematografia si diffonde nella letteratura. Già prima della guerra il realismo stava prendendo piede nei romanzi, contrapponendosi all’ermetismo. Con la guerra la realtà diventa protagonista, gli episodi vanno raccontati.
All’inizio cinema e letteratura vanno di pari passo, con lo scopo di documentare i fatti della guerra (e.g. “Se questo è un uomo” di P. Levi). “Si aveva la smania di raccontare”, diceva Calvino. La corrente neorealista nacque per necessità, involontaria, per questo era eterogenea: “Esistono tanti neorealismi quanti sono i neorealisti”, diceva Vittorini.

Con i “Quaderni dal carcere” di Antonio Gramsci si apre la stagione dell’impegno (da segnalare anche le riviste come “il Politecnico”). Gli intellettuali devono trasferire la loro esperienza sul campo.
Temi del neorealismo:
- rappresentazione della guerra;
- promozione classi meno abbienti;
- promozione del meridione;
- questione lingua – dialetti.
Il cinema si dimostra più adatto a trattare e sviluppare questi temi.
Lo sviluppo del neorealismo si può dividere in due fasi:
1) 1943-1948: corrente involontaria del neorealismo;
2) 1949-1956: fase conclusiva del neorealismo.

Prima fase
Simbolo di questa fase è la “trilogia della guerra” di Roberto Rossellini: “Roma città aperta”, “Paisà”, “Germania anno zero”. Altri film di rilievo sono “La terra trema” di Visconti, incentrato sul rinnovamento della società, e “Ladri di biciclette” di De Sica, avente come tema la solidarietà umana.
Nei film di Rossellini si narrano più storie per rendere la vicenda oggettiva: la Resistenza non ha protagonisti, protagonista è la gente comune.
In letteratura invece, in romanzi come “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino (romanzo docu-favolistico), la realtà è filtrata da un punto di vista soggettivo. Anche in Pavese e Vittorini vi è la tendenza all’autobiografia: l’autore si identifica nel personaggio. Pavese si identifica palesemente nel protagonista del suo romanzo, ne condivide riflessioni e paure: anche per questa evidenza “La casa in collina” è uno dei migliori romanzi della Resistenza. Il romanzo che più segue i canoni del neorealismo è “Il Partigiano Johnny” di Fenoglio, che racconta la guerra in maniera distaccata, come nei film di Rossellini. I partigiani vengono raccontati non come eroi, ma come coloro che devono sopportare una prova dovuta.

Lo sfondo del neorealismo è lo spazio pubblico pieno di macerie: il paesaggio va raccontato. Nella narrativa invece lo spazio diventa personale (le colline di Pavese e il sentiero di Calvino).
La storia vera si svolge solo in un determinato spazio e tempo.
Altro elemento importante degli scrittori neorealisti è una costante americanizzazione: gli scrittori nascono, infatti, come traduttori di scritti anglosassoni, l’America viene vista come un orizzonte mitico.
La guerra pone fine alla chiusura fascista sui dialetti e i regionalismi. Nei film vi è un “risveglio” del regionalismo: la “La terra trema” di Visconti è interamente girato in dialetto siciliano e recitato da attori del luogo. In letteratura non ci sono veri e propri romanzi in dialetto. Le poche espressioni dialettali hanno una funzione folkloristica. Alcuni autori per rendere meglio il realismo utilizzano espressioni sintatticamente più semplici e a volte sgrammaticate. Un caso particolare è Fenoglio: in Johnny c’è un’unione di dialetto, italiano e inglese (il “fenglese”).
La filmografia e la letteratura sono attente al problema del meridione, dove la povertà e la disoccupazione non hanno mai fine (vedi “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi). I contadini sembrano destinati alla passività e rassegnazione: sono soggetti al tempo ciclico, sempre alla stessa routine, il che li porta a essere fatalisti.

Seconda fase
Le speranze diffuse dopo la Liberazione cominciano a svanire nel 1948, con il fallimento del progetto comunista.
Ora la macchina da presa è concentrata sull’interiorità. Diminuisce l’importanza dello sfondo. La realtà delude le aspettative. I film “Bellissima” e “Miracolo a Milano” di Visconti e De Sica suggeriscono un utopismo rimandato a un futuro lontano.
La letteratura si concentra sull’ideologia comunista, spesso avendo come protagonisti contadini e operai (“Le terre del sacramento” di Francesco Jovine - eroi positivi popolari).
A metà anni ’50 il neorealismo entra in crisi.
- Mancanza della fede nella storia e nel progresso - momento della disillusione (le arti non servono a migliorare il futuro).
- Con la disillusione l’impegno dell’intellettuale non ha più senso.
- Perdita dell’ideale del populismo: il popolo perde la sua coscienza collettiva che è soppiantata dall’individualismo borghese.
- Crisi della narrazione onnisciente: nei primi del '900 la narrazione da essere eterodiegetica (in 3° persona) divenne omodiegetica (1° persona) – romanzo soggettivo-psicologico; una narrazione soggettiva può però anche essere inattendibile. Gli scrittori neorealisti invece cercavano di creare romanzi che spiegassero oggettivamente la realtà di quel periodo. A metà anni ’50 i narratori però non riuscivano più comprendere il presente, in cui mancava il progresso tanto agognato: il romanzo neorealista entra perciò in crisi e lascia il passo al romanzo soggettivo del primo '900 o addirittura al vecchio romanzo ottocentesco.

Il cinema, al contrario della letteratura, mette in scena anti-eroi nel grigiore della loro quotidianità (e.g. “Ladri di Biciclette” e “Umberto D.” di De Sica). Lo sceneggiatore Cesare Zavattini diceva: “ Basta con i soggetti; bisogna raccontare la realtà come fosse una storia, non creare una storia come fosse realtà”.
I film (Zavattini, De Sica) sono a “montaggio lungo”, mancano i tagli: il senso della vita si scopre nei più piccoli dettagli della vita quotidiana (e.g. risveglio della servetta in “Umberto D.”).
La letteratura subisce un’involuzione: l’intreccio della storia diventa di nuovo fondamentale, si riprendono le strutture dell’Ottocento (e.g. “Le terre del sacramento”).
La società perde la sua carica utopica e anche il cinema si vede costretto a sperimentare.
Il film “Senso” del 1954 di Visconti segna la fine del neorealismo nel cinema: la storia è ora ambientata nel Risorgimento.
La fine del neorealismo in narrativa la segna il romanzo di Vasco Pratolini “Metello”, che ha come tema le manifestazioni per i diritti degli operai.

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