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La Guerra nella prosa e nella poesia

La Prima Guerra Mondiale è stata la prima guerra veramente terribile del mondo. Le persone erano abituate ad assistere a battaglie istantanee, feroci e sanguinose ma dove gli eserciti non si logoravano nel fango e nella sporcizia. Se nell’Ottocento erano gli stessi imperatori a guidare l’esercito e a combattere a fianco dei soldati, dal 1914 non è più così. La guerra non è più un semplice scontro ma una vera e propria tortura alimentata dall’odio reciproco tra i combattenti. Gli eserciti erano costretti a rimanere mesi in trincea a logorarsi e a combattere per scopi che spesso interessavano solo i re, tranquilli nelle loro regge, e non il singolo soldato. Durante la guerra le trincee erano a pochi metri l’una dall’altra, entrambe scavate nel fango, entrambe dense di umidità, sporcizia e morte, entrambe occupate da uomini uguali ma con la divisa di colori diversi. Credo che un soldato italiano non avrebbe potuto accusare di nulla un soldato austriaco: non era per causa sua che era scoppiata la guerra, non era lui ad organizzare i terribili attacchi, non aveva ideato lui i gas asfissianti. Era solo un uomo, un uomo austriaco che come un uomo italiano desiderava ardentemente tornare a casa dalla sua famiglia, lasciando che i grandi sovrani risolvessero da soli i loro problemi.

Questa realtà ha ispirato scrittori e poeti che con le loro frasi o i loro versi hanno denunciato la crudeltà e l’inutilità di guerre così potenti e distruttive. Lo scrittore Emilio Lussu ha voluto raccontare la sua esperienza personale della guerra nel libro “Un anno sull’Altopiano”. Tra gli altri episodi narrati, lo scrittore ne presenta uno molto significativo. Il racconto è ambientato nell’Altopiano di Asiago, dove le trincee austriache e quelle italiane erano talmente vicine da vedersi a vicenda. Lussu è all’interno della trincea ed è rimasto sveglio tutta la notte per osservare i movimenti del nemico, senza però riuscire a vedere nulla di particolare. All’alba, però, scorge i soldati austriaci che, non molto lontano da lui, si svegliano e prendono il caffè tranquillamente, senza la preoccupazione di nascondersi. Non vogliono combattere, ma solo sopravvivere come i compagni dell’autore. Ma la guerra impone all’uomo di agire a basta, senza pensare, di sparare e porre fine ad una vita per istinto, senza riflettere. La vista dell’ufficiale austriaco con la sigaretta, tuttavia, costringe l’autore a pensare. Per come era stato educato, aveva il dovere di sparare ma, dopotutto, l’ufficiale era un uomo come lui, che la mattina si svegliava, prendeva il caffè e fumava e si augurava solo di poter compiere di nuovo queste azioni il giorno successivo. Questo brano è la testimonianza diretta di una triste realtà: nessun soldato ha veramente interesse nel fare la guerra, è ridotto ad essere una “pedina” cui è impedito di riflettere, deve solo eseguire gli ordini, deve assassinare un uomo come lui solo perché ha l’uniforme diversa.
Lo stesso tema viene trattato da numerosi poeti, soprattutto da Giuseppe Ungaretti, che, dopo aver partecipato alla Prima Guerra Mondiale ne è rimasto profondamente segnato tanto da affermare che la parte principale della sua vita si è svolta sull’Isonzo. Ha dedicato inoltre un’intera raccolta, dall’ironico titolo “L’Allegria”, alla “corruzione che s’adorna d’illusioni” come lui stesso ha definito la guerra. Nella poesia “Fratelli”, libera dai vincoli grammaticali e pura come il pensiero, il poeta riflette sulla parola che ha pronunciato, carica di significato e di affettività, fratelli. Risuona debolmente nella notte, come una foglia appena nata ed è il risultato della ribellione dei soldati, consapevoli della loro fragilità e di “stare come d’autunno sugli alberi le foglie”. I soldati si ribellano all’odio reciproco imposto loro e si considerano per quello che realmente sono, uomini con gli stessi doveri, le stesse paure e le stesse speranze, fratelli. In una situazione tragica come quella della guerra, dove si è continuamente a contatto con la morte e con il dolore tanto che uno specchio d’acqua, simbolo di vita, viene considerato un’urna ( “I Fiumi”), la speranza di ogni soldato è potersi svegliare la mattina dopo e una divisa diversa non può etichettare un uomo, visto che tanto più la morte è vicina, tanto più si è attaccati alla vita e si cerca amore e affetto.
In situazioni difficile ed estreme gli uomini si aiutano a vicenda dimostrando solidarietà e fratellanza. Con che coraggio un uomo può impedire ad un altro di realizzare ciò che lui stesso spera e, per di più, per motivi futili che non interessano il singolo soldato? Sono innumerevoli le testimonianze storiche di soldati italiani e austriaci che durante il conflitto hanno stretto amicizia, andando l’uno a far visita nella trincea dell’altro e viceversa, come fratelli e non come nemici. Sono innumerevoli anche le prose e le poesie, testimonianze dirette e profonde come quelle di Lussu e Ungaretti, che trasmettono i sentimenti e i legami che si instaurano tra gli uomini in momenti così difficili, uomini con l’uniforme diversa ma tra loro uguali.

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