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L’Estetismo

La vita si mette al servizio di un’arte cui si attribuisce un valore assoluto. Tra arte e vita si instaura una sorta di osmosi. Fare della propria esistenza un’opera d’arte, vivere nel culto esasperato della bellezza, diviene un credo per molti dei nuovi poeti e scrittori. È la genesi di quel complesso atteggiamento che prende il nome di Estetismo e che ha in personaggi di romanzi come: Huysmans e Wilde. Nell’estetismo si intrecciano motivi vari: la dedizione alla bellezza e all’arte è un ideale di raffinatezza di personaggi che rifiutano la realtà della nuova società borghese, chiudendosi in mondi separati. Rispetto al Naturalismo c’è polemica non solo sul versante propriamente conoscitivo, ma anche su quello pratico: domina ora la sfiducia nelle possibilità positive di modificazione del reale. Al poeta vengono per lo più negati compiti e funzioni sociali. La poesia non può direttamente contribuire a modificare la realtà. In ciò il distacco è anche abbastanza sensibile rispetto al moto complessivo del Romanticismo, sostanzialmente, importa ai decadenti molto di più il proprio destino individuale e il destino individuale dell’uomo di fronte ai grandi problemi esistenziali.

Eccezione consiste nella tendenza del vitalismo esasperato che è però la concezione del poeta-tribuno, trascinatore di folle. Accanto al ripiegamento intimistico, dall’interno di questa cultura di fine secolo vi sono atteggiamenti e tematiche letterarie opposti: lo slancio avventurieri, il vitalismo esasperato, l’esaltazione del rischio. Il vitalismo, può tradursi nella sfida alla morte, l’affermazione di se nella negazione della vita stessa. Alle radici di tale atteggiamento c’è l’Estetismo, la volontà di costruire la propria vita come un’opera d’arte: per cui appunto il gesto memorabile. Ma sotto c’è anche una sorta di presunzione di onnipotenza, che ha le radici nel superomismo nietzschiano, nella teoria di un uomo superiore, le cui doti gli consentano il dominio della realtà e della massa e gli permettano di sfiorare l’immortalità.
Il rifiuto della realtà della civiltà di massa e la volontà di potenza, di dominio su folle comunque disprezzate, sono motivati nel profondo da un’analoga inquietudine. L’eroe decadente è più spesso un personaggio ripiegato su se stesso, avulso dalla realtà sociale, in attento ascolto del proprio Io inquieto e tormentato, deluso dal mondo, avverso alla dominante società borghese e ai suoi valori o anche incapace di vivere normalmente. Molto spesso, questa visione negativa della fine della realtà presente, questo rifiuto del mondo borghese quale si era configurato nei decenni precedenti, significa profonda consapevolezza della crisi storico- culturale di un’intera civiltà, di un modello umano e sociale; e tuttavia si tratta di una visione del mondo regressivamente orientata verso la crisi del mondo aristocratico.
Il senso della decadenza di un’intera civiltà si associa al gusto dell’eccentrico, del prezioso e del raffinato, propri di un’età satura di cultura e di tradizioni molteplici, e sul piano culturale porta a un compiaciuto recupero e vagheggiamento di epoche raffinate e decadenti.

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