Ermetismo-Novecento

Con il termine "Ermetismo" si vuole designare quel tipo di poetica che sorge tra gli anni venti e si protende fino alla fine del dopoguerra.
Il critico letterario Francesco Flora, designa questa definizione con l'aggettivo "ermetico" in quanto vuole sottolineare l'oscurità e l'indecifrabilità della nuova poesia, ritenuta sintatticamente, strutturalmente e morfologicamente più complessa rispetto alla poesia classica.
I poeti ermetici proseguono l'ideale di una poesia pura, cioè libera dalle forme metriche tradizionali, ma anche da ogni finalità pratica, didascalica o celebrativa. Il tema centrale della poesia ermetica è la solitudine disperata dell'uomo moderno che ha perduto la fede negli antichi valori, e non ha più certezze a cui ancorarsi.
Il poeta ermetico, quindi, tende ad utilizzare un linguaggio essenziale, che meglio descriva l'intensità del suo stato d'animo, attraverso analogie (ossia una figura retorica che consiste nel comparare due espressioni opprimendo il "come". Per esempio: La sua pelle era (come) candida neve), metafore ed altre figure retoriche. Anche la sintassi è più semplificata e grande rilievo viene dato agli spazi bianchi e alle pause per esaltare il discorso.

I poeti più rappresentativi di questo periodo sono: Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo.

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