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Giuseppe UNGARETTI

La versificazione più libera intrapresa da Saba ↓ viene portata all’estremo dall’opera di Ungaretti, che ne sperimenta le più ampie possibilità; così accade nell’Allegria (1931). Ungaretti fa in poesia un’espressione cifrata dell’assoluto, da raggiungere attraverso il sempre più rarefatto procedimento dell’analogia.
ALLEGRIA - Tematica principale è l’esperienza della prima guerra mondiale, tragica e orribile più di ogni altra del passato; si vanifica la retorica interventista che elogiava la guerra come “sola igiene del mondo”. Il poeta sottolinea l’importanza soggettiva e psicologica di quell’evento, che mette a nudo i bisogni elementari dell’uomo, i sentimenti essenziali, quasi lo mette di fronte ai limiti dell’umano. È in questo universo sconvolto che il poeta vuole trovare se stesso, un senso a quella precaria esistenza: risultato di questa ricerca è la poesia. I battiti del cuore, i moti del sentimento, gli interrogativi, poche parole pensate o appena pronunciate sono ciò che emerge dal buio e dal silenzio di una pagina bianca. La poetica di Ungaretti prende aspetti dell’ermetismo fiorentino (linguaggio oscuro, fatto di procedimenti analogici, tematiche come l’assenza, l’attesa, il transito, che manifestano tensione, ricerca religiosa e metafisica).


Umberto SABA

VITA - Nasce a Trieste nel 1883 da famiglia assai modesta: la madre, l’ebrea Rachele Coen, viene abbandonata dal padre, l’ariano Ugo Edoardo Poli, sicché il piccolo “Berto” cresce più sotto le cure di una nutrice che non della madre; la mancanza di una figura paterna influenzerà molto vita e opera di Saba. Compie gli studi ufficiali in modo disorganico e irregolare - sebbene a Trieste subisse lo svantaggio di un ritardo rispetto alla contemporaneità della letteratura italiana, Saba godeva del vantaggio di poter assimilare una cultura tedesca (che poi lo avvicinerà a Nietzsche e Freud) capace di misurarsi con i problemi dell’uomo contemporaneo. Dopo aver trovato un impiego, soggiorna a Pisa e Firenze, e nel 1909 sposa Carolina Woelfler (la Lina del Canzoniere). Nel 1911 pubblica un libro di Poesie firmandosi come Saba (e non Poli) prendendo lo pseudonimo dal cognome dell’amata nutrice (e per il significato ebraico di saba = pane). Dal 1919 gestisce una libreria antiquaria, e nel 1921 esce la prima edizione del Canzoniere (anche se alcune raccolte erano già uscite in precedenza). Colto spesso da crisi nervose, nel 1929 decide di ricorrere al trattamento psicanalitico, ricavando, se non la guarigione, almeno la consapevolezza che la sua nevrosi deriva da un rapporto edipico rovesciato (mancando il padre, la madre è stata introdotta nella sua vita come autorità). Gli anni della seconda guerra mondiale sono assai difficili, sia per le crisi, sia per difficoltà economiche; del 1948 è la seconda edizione del Canzoniere. Morì in ricovero a Gorizia nel 1957.

POETICA - I canoni della poetica di Saba furono fissati in un articolo del 1912, Quello che resta da fare ai poeti, inviato a La Voce ma non pubblicato: ai poeti resta da fare una poesia “onesta”. L’aggettivo viene chiarito mediante un confronto fra Manzoni e D’Annunzio: Manzoni coglie il concetto del vero, invece D’Annunzio è più retorico, usa più enfasi, addirittura si inventa di provare delle emozioni al solo scopo di rendere la strofa più appariscente. Saba perciò si avvicina più a Manzoni e polemizza contro l’estetismo, contro coloro che antepongono la bellezza alla verità. I doveri del poeta sono rigorosi: non sforzare mai l’ispirazione, non tentare di farla apparire più vasta o appariscente di quanto non sia; ciò si traduce come “reazione alla pigrizia che impedisce allo scandaglio di toccare il fondo” (evitare di impigrirsi nella ricerca della verità), inoltre evitare di lasciarsi prendere dalla dolcezza componendo rime. La poesia di Saba è dunque uno “scandaglio”, un’ininterrotta ricerca della verità che giace sul fondo della propria personalità.
CANZONIERE - L’opera più famosa di Saba è il frutto di un lavoro di accumulazione e revisione durato circa 40 anni: la prima edizione (Trieste, 1921) comprendeva 204 poesie suddivise in 10 sezioni, e la seconda (Roma 1945) presentava una grande revisione della prima. Successivamente uscirono anche la terza (Torino, 1948) la quarta (Milano, 1951) e la quinta, edita postuma (Torino, 1961). Fra i temi principali:
• La celebrazione del quotidiano, della vita di tutti i giorni di uomini comuni, di una vasta gamma di essi;
• Il tema amoroso, che si mostra mediante il rapporto con Lina, ma anche con giovani donne vagheggiate, in toni di intensa carica erotica. L’eros è inteso come carica vitale, celebrazione di giovinezza → vitalità;
• La malinconia, lo scorrere del tempo e la dolorosa consapevolezza del vivere: nello scavo interiore alla ricerca dell’onesta verità umana, è inevitabile che emergano meditazioni sul declinare della giovinezza, che diventa saggezza nella maturità; l’autore incontra l’esperienza storica, la tristezza e la solitudine.
FIORE/AMORE - Per realizzare una poesia onesta, Saba ricerca la parola scegliendola non per le potenziali suggestioni che evocherebbe, quanto per la sua concretezza, per la sua capacità di definizione della realtà da rappresentare. La parola di Saba è quella domestica, la prima venuta, senza complicazioni intellettuali, con una noncuranza che spesso lo induce a scegliere la soluzione che sembra più ovvia: M’incanta la rima fiore/amore, la più antica e difficile del mondo (spesso abusata, risulterebbe banale).

POESIA ANTINOVECENTESCA


Saba accoglie contemporaneamente la parola domestica e la parola della tradizione letteraria, c’è in lui un “familiare quotidiano” e un “familiare letterario”: egli usa infatti anche le parole del passato, non per rinverdirle, ma solo perché per lui non sono diverse da quelle del presente. Molti critici hanno evidenziato che la vastità di temi affrontati nel fluire della vita quotidiana nella poesia comporta anche il rischio di accogliere anche le scorie del lavoro poetico: nel Canzoniere ci sono molti componimenti “brutti”, infatti Saba dichiarò di avere scritto le più belle e le più brutte poesie del secolo.
PROSA - Saba scrisse anche alcune opere in prosa, fra cui l’Ernesto, una rievocazione e descrizione di inquietudini e ambigue curiosità adolescenziali con una forte componente autobiografica.

TESTI

A mia moglie - In questa famosa lirica, Saba sceglie di celebrare la moglie paragonandola a vari animali, di cui mette in evidenza le qualità in maniera quasi francescana. La donna viene dunque confrontata con la natura, della quale fanno parte gli animali, che lui ama (i sereni animali quasi avvicinano a Dio). Fra questi compaiono la pollastra (determinata e lamentosa), la giovenca (gravida), la cagna (fedele e protettiva), la coniglia (mansueta e commovente), la rondine (che però non parte in autunno), la formica (laboriosa). Il tono è colloquiale, quasi infantile - se un bambino potesse dedicarle una poesia, la scriverebbe così.
La capra - In questa lirica l’assimilazione al mondo animale avviene in una dimensione di dolore: il lamento della capra, sola in un prato, viene associato alla legge di dolore che regola il corso della vita. Vi sono riferimenti anche all’antisemitismo, non solo per la barbetta di capre ed ebrei, ma anche per dolore familiare (la madre era ebrea) - tutto il dolore dell’umanità viene raccolto nel dolore della singola capra. Il linguaggio e semplice, quasi prosastico, ma non simbolico (vuole restare legato al mondo concreto).
Trieste - Facente parte della raccolta Trieste e una donna, in essa Saba vuole sintetizzare i suoi due amori: entrambe assumono i loro aspetti, e sono amate per quello che hanno di inconfondibile. Trieste non viene cantata solo in quanto città natale, ma per un legame forte dell’autore: la città è vista dall’alto, dunque c’è la necessità di isolarsi per contemplarla, e Trieste diviene quasi una “madre” per l’autore. Ricorre il termine del cantuccio, che in Manzoni era occasione di intervento dell’autore, in Saba è un piccolo rifugio.

Città vecchia - Questa lirica forma un dittico su Trieste assieme alla precedente. Qui lo scopo è chiarire che l’autore non si sente superiore alla gente della sua città, bensì ne fa parte: non discende dall’Olimpo letterario sulla città, ma ci vive dentro, in quanto esso è popolato da creature simili a lui.

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