Federigo Tozzi

Di salute precaria, il piccolo Federigo, nato a Siena nel 1883, subisce spesso la collera del padre, figura di un uomo rude e incolto, abile e spregiudicato negli affari, che ispirerà il personaggio di Domenico Rosi, l'insensibile padre di Pietro, protagonista del primo capolavoro tozziano, il romanzo Con gli chiusi, scritto nel 1913 ma pubblicato solo sei anni dopo. A scuola non ha molto successo e nel 1895 è espulso dal collegio arcivescovile di Provenzano. Nello stesso anno gli muore la madre, donna mite a cui era molto affezionato. Dopo aver tentato la scuola di Belle Arti e le scuole tecniche, nel 1902 lascia definitivamente gli studi. Naturalmente portato alla ribellione, anche violenta, come egli stesso riconoscerà in seguito, si iscrive al Partito Socialista di Siena e conduce una vita piuttosto disordinata, abbandonandosi ad eccessi che gli provocano anche una temporanea cecità. Ripresosi, va a Roma in cerca di un lavoro come giornalista. Deluso dal fallimento del tentativo, torna a Siena e vince un concorso per entrare nelle Ferrovie dello Stato (da questa esperienza nascono i Ricordi di un impiegato, che verranno pubblicati postumi sulla "Rivista letteraria" nel 1927). In questi anni la volontà di Tozzi è ossessionata dall'idea di sottrarsi al dominio del padre. A liberarlo giunge inaspettata la morte di quest'ultimo, nel 1908. Decide di lasciare l'impiego, di vendere i suoi poderi e di guadagnarsi da vivere con il lavoro intellettuale. Sposa allora Emma Palagi, conosciuta qualche anno prima, e si ritira nell'unica proprietà rimastagli, il Castagneto. Incomincia così quell'avventura esistenziale e letteraria che va sotto il nome di "sessennio di Castagneto" (1908-1914), fra le gravi difficoltà incontrate nella gestione del fondo - a differenza del padre, Tozzi è un pessimo amministratore - e le più diverse esperienze intellettuali, dal dannunzianesimo allo spiritualismo cattolico, tutte ormai lontane dal socialismo dei primi anni. Nasce così, tra le altre iniziative, la decisione di fondare, con l'amico Domenico Giulotti, una rivista ispirata ad un cattolicesimo intransigente, "La Torre", organo della reazione spirituale italiana, come recitava il sottotitolo, che ha però vita brevissima (1913). Certo è che in queste operazioni va letta non tanto l'adesione a particolari ideologie, quanto la volontà di farsi conoscere e di riuscire a pubblicare le sue opere, come ha rivelato giustamente Baldacci. Di fatto, i lavori che Tozzi riesce a far uscire in questo periodo sono soltanto due volumi di versi, La zampogna verde, nel 1911, e La città della Vergine, nel 1913; ma nello stesso giro di anni intensifica la produzione in prosa, che ribadisce la decisione di dedicarsi alla più congeniale e importante attività di narratore. Alla fine del 1914 fa ritorno a Roma. Quest volta il viaggio non è infruttuoso. Riesce anzi a collaborare a diversi giornali e riviste; inoltre , ha per la prima volta la possibilità di frequentare una vera società letteraria e di stringere amicizie importanti, come quelle con Borgese e con Pirandello, che lo accoglie nella redazione del "Messaggero della Domenica " e lo introduce presso Treves, il prestigioso editore milanese. Tozzi riesce così finalmente a pubblicare le he opere.

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