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Quasimodo, Salvatore - Vita, opere, pensiero scaricato 14 volte

Salvatore Quasimodo

Vita

1900: Assassinio di Umberto I.
1911: L’Italia dichiara guerra alla Turchia per il possesso della Libia.. Salvatore Quasimodo nacque a Modica nel 1901 e durante l’infanzia seguì in varie località siciliane gli spostamenti del padre ferroviere.
1915: L’Italia entra nella 1GM.
1918: Termina la guerra.
1925: Inizio dittatura fascista.
1929: Crollo borsa di Wall Street.
Conosce i letterari della rivista “Solaria”. Nel 1919 si trasferì a Roma per frequentare il Politecnico ma non si laureò a causa di problemi economici. Nel 1926 trovò un lavoro al Genio civile e fu inviato a Reggio Calabria e poi Firenze. Pubblicò la sua prima raccolta di versi “Acque e Terre”, a cui ne seguirono “Oboe sommerso”, “Odore di eucalyptus e altri versi”, “Eraton e Apollion” e “Poesie”.

1933: Hitler al potere in Germania.
1939: Patto d’Acciaio Mussolini-Hitler.
1940: Italia entra nella 2GM.
Nel 1941 per la traduzione di “Lirici greci” venne nominato professore di letteratura italiana al conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Nel 1942 pubblicò “Ed è subito sera”.
1948: Costituzione Repubblicana.
Dopo la 2GM si allontanò dall’Ermetismo poiché credeva che la letteratura dovesse coinvolgere un pubblico vasto, affrontando temi sociali e civili.

Nel 1959 vince il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

Le opere

Giorno dopo giorno è la seconda raccolta pubblicata nel 1947 dopo la seconda guerra mondiale, essa riflette sulla svolta della sua produzione poetica dall’ermetismo ad una concezione della poesia più accessibile (vicina al Neorealismo). L’impossibilità di rifugiarsi nella solitudine, pensiero nato durante la guerra, lo spinse a dare il suo contributo per “rifare l’uomo” attraverso la poesia. Il verso è più disteso e lineare e la parola riacquista il suo valore concreto ed immediato. I temi sono problematiche storiche e sociali del tempo.
• Alle fronde dei Salici: rappresenta la condizione di impotenza a cui è ridotta la poesia dalla 2GM: i poeti dovettero spegnere la loro voce e partecipare in silenzio al dolore della gente colpita. Tale lirica prende spunto dal Salmo 136 della Bibbia: il lamento degli ebrei in esilio a Babilonia.

“Alle Fronde dei Salici”
E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento. “Salmo 136”
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori: «Cantateci i canti di Sion!».
Come cantare i canti del Signore in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia.
Ricordati, Signore, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme, dicevano: «Distruggete, distruggete
anche le sue fondamenta».
Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.

La lirica si apre con un lungo periodo che pone una domanda retorica, con la quale il poeta motiva il silenzio della poesia durante la guerra; con il plurale vuole rappresentare tutti i poeti come atto di solidarietà collettiva. L’impossibilità del canto è giustificata dall’oppressione straniera sul suolo patrio. La scelta delle parole è funzionale all’espressione esasperata di questo orrore. I versi finali riprendono il tema iniziale dell’impossibilità del canto  la poesia si chiude in un silenzio di smarrimento e di rispetto.

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