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ALLE FRONDE DEI SALICI (Salvatore Quasimodo)

da Acque e terre

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

La poesia mette in luce i caratteri della fase letteraria più tarda di Quasimodo, nella quale il suo esercizio poetico si dirige alla riscoperta della solidarietà collettiva e ad una forma di comunicazione meno stringata. L’ermetismo di Quasimodo si limita, qui, al solo gusto per l’analogia: il “lamento / d’agnello dei fanciulli”, l’“urlo nero / della madre”, il “figlio / crocifisso sul palo del telegrafo”. Il discorso si sviluppa in forme più comunicative, insieme drammatiche e composte nel misurato rigore degli endecasillabi.

Il testo si apre con una lunga domanda, accorata e angosciosa, sul significato della poesia in un mondo sconvolto dalla guerra, oppresso e soffocato (“con il piede straniero sopra il cuore”). La risposta, peraltro già implicita nei primi versi, è negativa: il silenzio del poeta traduce lo strazio dell’uomo e la protesta contro le atrocità commesse. La poesia, “per voto”, non può offrire che il silenzio, nell’immagine delle “cetre” che oscillano al vento, appese “Alle fronde dei salici” - alberi simbolo del dolore e del pianto.

Si nota come i versi ascendano da una memoria biblica: l’orrore evocato da Quasimodo assume un carattere solenne nelle immagini archetipiche del sacrificio (il ricordo degli agnelli sgozzati, le esecuzioni paragonate all’uccisione di Cristo, una “madre” che ricorda la figura di Maria ai piedi della croce).

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