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Quasimodo, confronto fra “uomo del mio tempo” e “Alle fronde dei salici”

Le due poesia di Quasimodo sono estratte dalla raccolta di poesie Giorno dopo Giorno del 1946 e descrivono un identico scenario di guerra.
Nella prima poesia il poeta effettua un excursus relativo alla brutalità umana, dall'uomo primitivo, che è violento nei confronti degli altri dato che ha pochi mezzi che la natura gli offriva (pietra e fionda), per poi giungere alla follia della persecuzione nazista (la tua scienza esatta persuasa allo sterminio) e alla tecnologia , la quale è legata agli scopi bellici (Eri nella carlinga, con le ali maligne). Nel secondo poema invece Quasimodo si concentra sulla situazione degli italiani sotto il controllo nazista dopo l'armistizio dell' 8 settembre 1943.
Nella prima lirica il poeta parla all'assassino, mentre nella seconda si identifica con la vittima, il popolo schiacciato e distrutto dalla brutalità dell'uomo del suo tempo.

Mettendo insieme le due poesie si ottiene il quadro completo di un paese in guerra, in cui le vittime, brutali fino alla disumanità, soggiogano quella fetta di umanità che non vuole diventare animale e brutale come il suo carnefice.
L'uomo assassino risponde a un istinto primordiale, oscuro e insito in ogni anima, come già lo era al tempo di Caino, che uccise il fratello per una sciocca gelosia familiare, la vittima non ha tempo per difendersi o ragionare, tutto il suo sforzo è concentrato nel piangere i cari torturati e uccisi con brutalità.
Il colpevole non ha pietà di nulla, nè del legame familiare, nè della giovane età delle vittime, nè dell'abbandono dei cadaveri in modo ignominioso.
In entrambe le liriche sono evidenti i riferimenti biblici (Caino e Abele ne "Uomo del mio tempo" , la prigionia degli Ebrei a Babilonia e la crocifissione di Cristo in "Alle fronde dei salici" ) e servono ad incorniciare la crudeltà umana in un archetipo doloroso.
Accanto ai riferimenti biblici è però evidente anche la modernità, simboleggiata dal telegrafo ("Alle fronde dei salici" ) , dall'aereo ("Uomo del mio tempo" ) .
Leggendo la prima lirica sembrerebbe che Quasimodo, in modo fatalistico, voglia dire che l'uomo è fatto di malvagità fin dalle origini e che non potrà mai cambiare, come le vittime della seconda lirica sembrano simbolo del debole che non potrà mai scampare alla crudeltà dell'assassino; ma l'ultima quartina de "Uomo del mio tempo" dà un messaggio di azione e di speranza: l'invito è a dimenticare le atroci tradizioni degli antenati, a non seguire la loro tradizione di morte e sterminio per avere un diverso futuro, un futuro sopra cui non volino "gli uccelli neri" che coprono le loro tombe.

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