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Italo Svevo

Ironico, triste, smemorato e bonario, Italo Svevo è il massimo interprete della coscienza della crisi dell’uomo contemporaneo, l’inventore del romanzo d’avanguardia, il più europeo degli scrittori italiani.
Italo Svevo nacque a Trieste il 19 dicembre 1861 da famiglia ebrea. Il suo vero nome era Ettore Schmitz ma volle chiamarsi così per indicare la pacifica convivenza in lui della cultura italiana e tedesca. Dopo aver compiuto gli studi commerciali, il padre lo fece educare con i fratelli in un collegio; lì compì le prime importanti letture che fecero nascere il suo interesse per la letteratura. Tornato a Trieste, partecipò alla vita intellettuale triestina.
Nel 1880 iniziò una collaborazione al giornale triestino “L’Indipendente” e nelle giornate trovava sempre il tempo di frequentare la Biblioteca Civica di Trieste. Sposò Livia Veneziani ed ebbe un'unica figlia, Letizia. Lo scrittore per adattarsi alla vita della famiglia borghese ed al padre della moglie che gli chiedeva una più concreta attività economica, si trasformò in un uomo d’affari; entrando nella ditta del suocero, sospendendo quasi del tutto la sua attività letteraria. Compì lunghi viaggi e soggiorni per affari riuscendoci con successo senza rinunciare alle sue curiosità culturali e sviluppando interessi di tipo scientifico.

Autore di romanzi come “Una vita”, “Senilità” e, appunto, la "Coscienza di Zeno", fu il primo scrittore italiano a interessarsi alle teorie psicoanalitiche di Freud, che proprio allora cominciarono a diffondersi in Europa. Fu grande amico di James Joyce, che lo fece conoscere a livello internazionale, e di Montale che in Italia né intuì per primo le eccezionali doti di narratore.
Ormai in condizioni di salute malferma, ebbe un incidente d’auto, mentre tornava da Trieste, in compagnia della moglie, del nipotino e dell’autista, dopo una vacanza in Bormio; per un collasso in seguito all’incidente morì il 13 settembre 1928.
Svevo rappresenta, senza dubbio, una figura di letterato originale nel panorama culturale del primo Novecento. Ciò è da addebitare al fatto che egli non segue una regolare formazione classica, come la maggior parte degli autori faceva. La prima anomalia si segnala in un percorso di studi non solo letterario, ma insieme filosofico e scientifico. Svevo poteva così approfondire, allo stesso tempo, le discipline commerciali e le dottrine di illustri filosofi. I suoi studi umanistici sono, inoltre, per lo più studi da autodidatta; in secondo luogo Svevo non è considerato un letterato di professione, non si dedica, infatti, a tempo pieno alla letteratura ma alterna attività impiegatizia e industriale da un lato e attività letteraria dall’altro; inoltre, vivendo a Trieste, cioè in una cittadina di confine, Svevo si sente poco legato alla cultura italiana e portato, invece, a intrecciare un rapporto privilegiato con la cultura tedesca. Per lui, pertanto, era più naturale prendere a modello autori stranieri che trovare punti di riferimento tra gli intellettuali nostrani.
In questa ricca e complessa formazione confluiscono insieme maestri della dottrina filosofica, indubbia è l’attenzione mostrata da Svevo nei confronti di Schopenhauer, Darwin, Marx, Einstein e Freud. E’ indubbia l’influenza esercitata da Freud, secondo il quale l’Io non è risolvibile esclusivamente in termini di coscienza, bensì tenendo anche nella dovuta considerazione, come se fosse la parte sommersa di un iceberg, l’inconscio latente, pronto ad affiorare all’improvviso, in maniera spesso inaspettata. Gli uomini assumono, allora, comportamenti, irrazionali, imprevedibili, frutto delle pulsioni, nascoste dell’inconscio, che li portano a non adattarsi più alle regole stabilite dalla società e che li conducono, piuttosto, a non “conformarsi” e a non sapere adeguare la propria volontà all’azione. Gli uomini appaiono allora incapaci di inserirsi nella società, “inetti”, cioè non adatti alla vita. I protagonisti dei romanzi di Svevo sono vinti non da una forza esterna, ma da qualcosa che è dentro di loro, da un’intrinseca incapacità d’agire, di tradurre in atti i propositi della volontà. Essi si sentono pertanto estranei a quella lotta per la vita, esclusi a priori da essa, e preferiscono l’atteggiamento di contemplatori, piuttosto che quello di lottatori. Essere inetto, inadatto alla vita non è tuttavia un male, come potrebbe apparentemente sembrare: l’uomo infatti che si è adattato, che ha accettato le abitudini e le convenzioni del vivere borghese tende, poi, alla lunga, a fissarsi in esse a tal punto da non essere più in grado di cambiare. Il vincitore di oggi sarà il perdente di domani. Nell’uomo coesistono due diverse tendenze: quella bio-fisiologica, propria anche dei vegetali e degli animali, e quella dell’istinto, dell’anima. La prima porta alla via dell’adattamento; la seconda, invece, conduce l’uomo ad essere sempre in germe, a rifiutare cioè ogni determinazione del suo Io in una forma precostituita, immobile, fissata per sempre. La prevalente componente bio-fisiologica spinge alcuni uomini ad aderire perfettamente alla realtà. Altri uomini, in cui la percentuale di anima prevale sulla componente bio-fisiologica, non riescono ad adattarsi, a fissarsi in una “forma”. La natura, tuttavia, fa più vittime proprio tra coloro che maggiormente si sono adattati. La via dell’adattamento infatti, come spiega Svevo nei suoi saggi, è la via della sclerosi e della morte. Chi si è adattata e ha accettato e fatte sue le abitudini e le convenzioni della realtà, fossilizzandosi in esse, non è più in grado di adattarsi a nuove forme, di accettare nuovi modi di vivere. Solo il disadattato, colui che ha accettato di permanere in una dimensione di non finitezza, conserva la capacità di aprirsi verso ciò che è diverso, nuovo, imprevedibile. L’inettitudine recupera allora la sua carica di positività, sicché coloro che si sono accreditati finora il titolo di sani appaiono i veri malati. L’inettitudine dunque va preservata, in quanto i veri malati non sono gli inetti, coloro che non sono stati in grado di adattarsi, bensì proprio coloro che si sono adattati maggiormente e che al mutare dei tempi non sapranno ri-adeguarsi. Al fine di indicare all’uomo la via per evitare la sclerosi e la morte, Svevo si serve anche del pensiero freudiano. Per mantenersi aperti al nuovo, al diverso e per essere sempre disponibili al mutamento, bisogna, sostiene l’autore, raccogliere in un vasto abbraccio le impressioni strane, insolite, i molteplici dati di cui consiste la nostra vicenda. Svevo conobbe la teoria di Freud e Trieste, soprattutto nell’ambiente ebraico, aperto a nuove esperienze culturali. La teoria psicoanalitica freudiana non è accolta da Svevo per la sua funzione curativo–terapeutica, alla quale egli non poteva certo credere, dal momento che considerava il paziente, malato di nevrosi, il vero sano. La psicoanalisi è, invece, accolta dall’autore perché consente di analizzare l’animo umano nelle sue pieghe nascoste. Freud fu sì un grande maestro, ma più per i romanzieri che per i malati, come ebbe a precisare Svevo. La scrittura della propria vita consente, infatti, di portare alla luce nuclei di verità che rimarrebbero, altrimenti, nell’oblio, nascosti, dimenticati per sempre. Essa diviene, allora, come prescrive la psicoanalisi freudiana, un mezzo per conoscersi meglio, per capirsi, per avere cioè una vista ulteriore. Non è un caso, dunque, che tutti i protagonisti dei romanzi sveviani tendono a trascrivere sulla pagina le proprie esperienze di vita. Zeno Cosini, per esempio, consigliato dal medico analista, componeva un diario, misto di verità e bugie in cui raccoglieva i dati della sua esistenza. Attraverso la scrittura egli capisce che l’inettitudine di cui è portatore è la vera salute, e abbandona le cure dello psicanalista. La terapia tuttavia gli è servita: forse non per guarire, ma certo per guardarsi dentro, per uscire fuori da sé e vedersi vivere, per recuperare altri aspetti del suo Io, talvolta dimenticato. La scrittura del proprio vissuto consente dunque all’individuo di vedersi dal di fuori, diverso nelle diverse circostanze di vita; solo così egli può vincere la sclerosi e la morte, destino inevitabile di chi si adatta e si immobilizza per sempre. La funzione conoscitiva che Zeno Cosini attribuisce alla psicoanalisi freudiana corrisponde esattamente alla concezione della letteratura che ebbe Svevo. Quest’ultimo ha un alto valore della letteratura. Non volendo piegare la letteratura alle esigenze della società capitalistica, dovette infatti temporaneamente lasciarla e abbracciare, per far fronte all’esigenze economiche, l’industria e il capitalismo. Tuttavia, il silenzio sveviano può dirsi un omaggio alla letteratura, un modo per preservarla intatta, in tutto il suo valore. L’autore, infatti, non cessò mai del tutto di scrivere, riprese con più intensità, con maggiore fervore e partecipazione, a dedicarsi ad essa dopo la guerra, quando, ormai libero dagli impegni industriali, ebbe più tempo a sua disposizione. La concezione della letteratura come pura indagine conoscitiva può spiegare il perché del silenzio che avvolse, per lungo tempo, i romanzi di Svevo. Un pubblico assuefatto alla civiltà dell’industria trionfante non poteva apprezzare un’opera letteraria che non andasse incontro alla società massificata, ai gusti del pubblico e che si poneva, invece, come via privilegiata per indagare la triste realtà e svelarne le mistificazioni. Nella Coscienza di Zeno, un racconto tutto al “di dentro”, non si cerca più, infatti, di ricostruire le cause esterne degli eventi; si ritrae, invece, la loro casualità apparente, dietro la quale si celano le vere, inconsce motivazioni dell’agire umano. La realtà è il mondo stesso sono frammentati, e non possono dunque essere rappresentati se non riproducendo la loro casualità e la loro molteplice varietà. La scrittura di Svevo è strutturata secondo un criterio ordinatore che nasce dall’esigenza, presente in tutte le opere dello scrittore, di auto-analizzarsi. Se costante appare nei romanzi sveviani esigenza di capire e conoscere le zone nascoste dell’animo umano, lo strumento tecnico attraverso cui ciò si realizza è l’ironia. Pirandello si serviva dell’umorismo per svelare la falsità di certi comportamenti abitudinari. Attraverso l’umorismo Pirandello eliminava le maschere dietro le quali gli uomini nascondevano la loro reale identità, e rivelava quanto il mondo fosse una fallace costruzione. Corrispettivo dell’umorismo pirandelliano è l’ironia di Svevo. Essa gli consente di svelare la falsità dei comportamenti, delle abitudini, delle convenzioni della vita borghese, rifiutandole. Inoltre l’ironia consente di forgiare nuove immagini capaci di rispecchiare non un solo aspetto della realtà, ma multiformi e svariate sfaccettature di essa. Questa costante tendenza all’auto-analisi, al giudizio, all’ironia, si esplica attraverso la presenza di frequenti esclamative, interrogative, e attraverso un uso ripetuto di parentesi, che sottolineano, appunto, il guardarsi dentro, il riflettere della coscienza. Anche l’uso del presente, risponde all’esigenze di un racconto analitico. Inoltre queste modalità narrative del tutto estranee alla cultura italiana del tempo maturano nel triestino Svevo grazie anche alla sua cultura mitteleuropea e ne fanno un radicale innovatore, un precursore di tempi nuovi. Egli rifiutò, infatti, nei suoi romanzi la definizione di una precisa trama narrativa, rompendo l’ordine logico e cronologico degli eventi, accettò e ridefinì la funzione meramente conoscitiva della letteratura. La scrittura di Svevo, carica di innovazioni, fu spesso criticata, soprattutto in relazione alla difficoltà di adattare alla lingua italiana alcune espressioni desunte dal tedesco e alla presenza di elementi del dialetto triestino. Rifiutò il problema della lingua e scelse di mantenere una sua indipendenza e libertà stilistica rispetto alla tradizione dominante in Italia. Volle fare uso dell’unica lingua viva che possedeva: il triestino. Usò termini colti e termini usuali. Alle difficoltà che il pubblico riscontrò nell’intendere la lingua sveviana si aggiungevano gli ostacoli derivanti dalla complessa esigenza da parte dello scrittore di fondere insieme i diversi livelli temporali e psicologici, di continuo passaggio dal tempo della memoria a quello dell’analisi e del giudizio. Ulteriori difficoltà si riscontrano nella sintassi. Anch’essa tende ad adeguarsi più agli intimi moti dell’animo, che a un’astratta eleganza e armonia formale e risulta, pertanto, del tutto svincolata dalle rigide norme della lingua italiana. Questa sintassi frammentata è perfettamente consona a esprimere la complessa realtà della psiche umana, che Svevo analizza nelle più recondite oscure pieghe. I contemporanei tuttavia non seppero apprezzare queste scelte stilistiche, non seppero vedere in esse l’esplicitazione di una precisa visione del mondo e, pertanto, le opere di Svevo non incontrarono subito il successo sperato. Solo il passare degli anni avrebbe reso giustizia all’autore triestino e avrebbe fatto comprendere la reale e innovativa portata dei suoi scritti.

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