Il ragazzo che era in me

Vaì a sapere perchè fossi la quella sera nei prati.
Forse mi ero lasciato cadere stremato di sole,
e fingevo l'indiano ferito.Il ragazzo a quei tempi
scollinava da solo cercando bisonti
e tirava le frecce dipinte e vibrava la lancia.
Quella sera era tutto tatuato a colori di guerra.
Ora l'aria era fresca e la medica pure
vellutata profonda, spruzzata dei fiori
rossogrigi e le nuvole e il cielo
s'accendevano in mezzo agli steli. Il ragazzo riverso
che alla villa sentiva lodarlo, fissava quel cielo.
Ma il tramonto stordiva. Era meglio socchiudere agli occhi
e godere l'abbraccio dell'erba. Avvolgeva come acqua.

Ad un tratto mi giunse una voce arrochita dal sole:
il padrone del prato, un nemico di casa,
che fermato a vedere la pozza dov'ero sommerso
mi conobbe per quel della villa e mi disse irritato

di guastar roba mia, che potevo, e lavarmi la faccia.
Saltai mezzo dell'erba. E rimasi, poggiato le mani,
a fissare tremando quel volto offuscato.

Oh la bella occasione di dare una freccia nel petto di un uomo!
Se il ragazzo non ebbe il coraggio, m'illudo a pensare che sia stato per l'aria di duro comando che aveva quell'uomo.
Io che anche oggi mi illudo di agire impassibile e saldo me ne andai quella sera in silenzio e stringevo le frecce borbotando, gridando parole d'eroe moribondo.

Commento:

E' questa una poesia-racconto, caratterizzata da un linguaggio che per molti aspetti si avvicina alla prosa: il lessico è facile e quotidiano, i versi sono lunghi o molto lunghi.
Il poeta racconta una vicenda che si snoda nel tempo: il protagonista del racconto è lui stesso che si esprime con la tecnica del monologo interiore:è un uomo solo che parla a se stesso, che rivive la sua infanzia e la confronta con gli anni della maturità.

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