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Pier Paolo Pasolini
Vita e opere
Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna, il 5 marzo del 1922, primo figlio di Carlo Alberto, tenente di fanteria, e Susanna Colussi, maestra elementare. Pasolini descriverà la sua famiglia come “tipicamente rappresentativa della società italiana”, poiché il padre, originario di Ravenna, era discendente di un'antica famiglia nobiliare in decadenza, mentre la madre veniva da un'umile famiglia contadina friulana: era il risultato dell'Unità d'Italia.

Nel 1925, nasce il fratello, Guido. Intanto, Casarsa acquista un ruolo centrale per i Pasolini, protagonisti di frequenti spostamenti. Pier Paolo vive un rapporto di simbiosi con la madre, mentre i rapporti col padre si fanno difficili.
Nel 1928, è l'esordio poetico: Pasolini annota su un quaderno delle poesie accompagnate da disegni, che andranno perse in periodo bellico.
Ottenuto il passaggio dalle elementari al ginnasio, al liceo dà vita a un gruppo di discussione di poesie. Conclusi gli studi superiori, s'iscrive alla facoltà di Lettere dell'Università di Bologna e collabora a “Il Setaccio”, periodico del GIL bolognese. In questo periodo, scrive poesie in friulano e italiano, raccolte in “Poesia a Casarsa”.

L'uso del dialetto sottolinea il legame con il mondo rurale, ma è anche un tentativo di privare la Chiesa dell'egemonia culturale sulle masse.

Scoppiata la Seconda guerra mondiale, Pasolini viene arruolato sotto le armi, ma dopo l'8 settembre rifiuta di consegnare le armi ai tedeschi. Fugge e, dopo vari spostamenti, torna a Casarsa e poi, insieme alla famiglia, a Versuta, dove insegna ai ragazzi del ginnasio. In questi anni, però, Guido perde la vita: aggregatosi ai partigiani della divisione Osoppo, viene ucciso da un centinaio di garibaldini, nonostante fosse riuscito a scappare a un primo attacco; scoperto il suo nascondiglio, presso casa di una contadina, sarà trascinato fuori e massacrato.
La famiglia saprà della sua morte solo a guerra finita: il rapporto tra Pier Paolo e la madre si farà ancora più intenso.

Nel 1945, Pasolini si laurea, con una tesi su Pascoli. Si stabilisce in Friuli, trova lavoro come insegnante e inizia la sua militanza politica: si avvicina al PCI, collabora al settimanale del partito, “Lotta e lavoro”, e diventa segretario della sezione di San Giovanni di Casarsa.
Tuttavia, non è visto di buon occhio dal partito e dagli intellettuali comunisti friulani, sia per la questione linguistica (Pasolini usa il dialetto, invece dell'italiano novecentesco) che per il sospetto disinteresse per il realismo socialista.
Nel 1949, è denunciato per corruzione di minorenne: è l'inizio di una lunga trafila giudiziaria, che cambierà la sua vita. Diventa il bersaglio ideale, sia per la destra che la sinistra, durante il periodo di forte contrapposizione tra DC e PCI.

Pasolini vive un incubo e, davanti ai carabinieri, conferma le accuse: viene espulso dal partito e perde il lavoro. Dopo aver ricucito il rapporto con la mamma, momentaneamente incrinato, si trasferisce a Roma.

I primi anni romani sono difficili: è un periodo di povertà, ma Pasolini cerca lavoro da solo, senza chiedere nessun aiuto. Tenta la strada del cinema, fa il correttore di bozze e vende i suoi libri alle bancarelle rionali.
In questi anni, Pasolini trasferisce il mondo rurale friulano, mitizzato nella produzione precedente, nella cornice delle borgate romane: nasce il culto del sottoproletariato romano, in tutta la sua vitalità.
Intanto, è chiamato a far parte della sezione letteraria del giornale radio e pubblica “La meglio gioventù”, raccolta di poesie dialettali, alla quale segue “Ragazzi di vita”.
Il romanzo ottiene un grande successo, ma la cultura ufficiale di sinistra lo condanna: il critico Salinari lo definisce intriso di “gusto morboso dello sporco, dell'abietto, dello scomposto e del torbido”. Il libro è “scandaloso”, tanto che Tambroni, il ministro degli interni, promuove un'azione giudiziaria contro Pasolini e l'editore, Garzanti: il processo si conclude con l'assoluzione degli imputati, perché “il fatto non costituisce reato”.
Nonostante ciò, lo scrittore diventa bersaglio della cronaca nera e viene accusato di ogni tipo di reato, sfiorando l'assurdo.

La passione per il cinema lo tiene comunque occupato: nel 1957, collabora a “Le notti di Cabiria”, di Fellini; nel 1960, invece, esordisce come attore nel film “Il gobbo”.

Nel 1961, realizza il suo primo film da regista, “Accattone”, che suscita polemiche e viene vietato ai minori di diciott'anni. Negli anni successivi, dirige “Mamma Roma” e l'episodio “La ricotta” (dal film a più mani “RoGoPaG”) viene sequestato, mentre Pasolini è imputato per reato di vilipendio alla religione dello Stato.
Dirige altri vari film, come “Ucellacci e uccellini” e i tre inclusi nella triologia della vita (“Il Decameron”, “I racconti di Canterbury” e “Il fiore delle mille e una notte”), e conclude con il discusso “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, ambientato nella Repubblica di Salò, dove degli alti membri del partito rapiscono un gruppo di ragazzi e ragazze per soddisfare le proprie perversioni.

Il cinema lo porta a intraprendere diversi viaggi all'estero, tra Medio Oriente, India e Africa. Nel 1966, invece, è a negli Stati Uniti, per la presentazione di “Accattone” e “Mamma Roma” al festival di New York, dove viene intervistato da Oriana Fallaci.
In questo periodo, inoltre, Pasolini elabora una posizione originale nei confronti dei movimenti studenteschi del '68, che ritiene gruppi di borghesi destinati a fallire nelle loro aspirazioni rivoluzionarie.
Intanto, inizia a collaborare con il “Corriere della Sera”, con articoli critici, raccolti poi in “Scritti corsari” e “Lettere luterane”.

La mattina del 2 novembre 1975, in un campo presso Ostia, una donna scopre un cadavere: sarà Ninetto Davoli a riconoscere il corpo di Pier Paolo Pasolini.
Nella notte i carabinieri fermano un giovane alla guida di un auto di proprietà dello scritto: è Pino Pelosi, che viene interrogato e confessa l'omicidio.

Pelosi racconta di aver incontrato Pasolini a Termini e di aver cenato con lui. Successivamente, si sarebbero recati nel luogo del ritrovamento, dove l'intellettuale avrebbe tentato un approccio sessuale e, respinto, avrebbe reagito violentamente. Per questo motivo, il ragazzo lo avrebbe ucciso.
Il processo porta alla luce altri particolari, che lasciano immaginare il concorso di altri nel delitto, ma niente lo confermerà mai: Pelosi viene condannato come unico colpevole della morte di Pasolini.
In un articolo del marzo 1976, Sartre dice che, a causa del contesto sociale, Pelosi si sente al contempo “un ragazzo normale, che prova desiderio per i corpi delle donne” e “un traditore, un mostro, che si compromette cedendo per denaro ai desideri dei dannati”. Insomma: il giovane si prostituisce, ma vive un conflitto interiore, dovuti ai canoni di una società profondamente maschilista. Uccidere un altro omosessuale è stata per lui una sorta di liberazione, che l'ha reso quasi un “eroe” agli occhi della massa. Il francese concluderà dicendo di sperare che il tribunale “rifiuti di ispirarsi ai preguidizi di una società maschile nella quale la donna è considerata un essere inferiore (…) e che bandisce l'omessualità come indegna del sesso superiore”. Evidentemente non è andata così.
Critico dello sviluppo
Pasolini è stato un originalissimo critico dello sviluppo. Come scrive Berardinelli, già da pochi anni dopo la morte, “è diventato un passaggio obbligato dell'immaginazione culturale italiana”.
Non mostra fede nel progresso, capitalisticamente inteso, ergendosi a negatore radicale dei convincimenti dominanti della propria epoca, come Giacomo Leopardi, critico dell'ottimismo edificante dell'Ottocento, definito “secol superbo e sciocco” nella “Ginestra”.
Così come per Leopardi, il progresso scientifico, industriale ed economico è vissuto negativamente da Pasolini, che intuisce una certa perdita dei valori in favore di altri nuovi e malati. Anticipa la perdita dell'essenza sociale dell'uomo.
Il ruolo della poesia
Il legame con il mondo rurale del Friuli si fonda in questa critica anti-progressista.
Pasolini preannuncia la perdita del sacro, di una religiosità anche contadina, che conduce gli uomini “ad addormentarsi nella propria normalità”, come scrive lui stesso, continuando con la sua definizione del ruolo della poesia: quando l'uomo “perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è”, gli “eterni indignati”, i poeti, devono creare artificialmente lo “stato di emergenza”. La poesia è l'ultimo baluardo contro l'avanzare del conformismo.
Il rifiuto alla società
Tuttavia, troviamo una contraddizione di fondo nella concezione pasoliniana, come sottolinea Latouche: Pasolini è un progressista, vicino alla linea del Partito comunista, quindi la sua è una posizione intimamente poetica. È un uomo del suo tempo, che non può negare il miglioramento delle condizioni materiali del proletariato.
Solo poco prima di morire, uscirà da questa situazione, esprimendo la necessità del rifiuto alla società: “Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale”, dice in un'intervista. Ma per funzionare “deve essere grande, non piccolo, totale”.
Il progresso fallace
Pasolini aveva letto in anticipo gli sviluppi della società consumistica, tanto intrisa di buon senso da rendere assurda ogni alternativa. Da questo nuovo punto di vista, però, lo scrittore – qui avvicinandosi, sì, alla posizione leopardiana – può giustificare a pieno il suo pessimismo: “Il mondo non migliora mai”, dice. Come giustificare le lotte operaie, dunque? “Il mondo può peggiorare”, sottolinea. “È per questo che bisogna lottare (…) per un obiettivo minimo, ossia per la difesa dei diritti civili”.
Il vero carattere originale della critica dell'intellettuale è la constatazione che, invece, “si possono avere nelle psicologie umane e individuali delle tremende regressioni”. Insomma: il progresso materiale non corrisponde a un uguale progresso morale. E, anzi, il rapporto può essere addirittura invertito.
Il rapporto con la natura e la “bellezza inutile”
Il neocapitalismo imperante stringe il rapporto tra Pasolini e natura.
A tal proposito, è famosa la metafora delle lucciole, che – scrive - “a causa dell'inquinamento dell'aria, soprattutto, in campagna, a causa dell'inquinamento dell'acqua, sono comincate a scomparire”.
Quest'osservazione è terribilmente attuale: l'inquinamento è ormai un problema sotto gli occhi di tutti, meno all'epoca; la “bellezza inutile”, rappresentata appunto dalle lucciole, è ormai estranea alle forme della società capitalistica, tutta dedita al guadagno e alla riproduzione in serie.
Il Centro
Pasolini intuisce che il vero potere della società dei consumi sta nel suo centralismo, ineguagliabile anche per una dittatura militare. Durante il regime fascista, infatti, “le varie culture particolari continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli”, scrive in un articolo sul “Corriere”, ma “l'adesione ai modelli imposti dal Centro (termine utilizzato per indicare il potere d'influenza della società dei consumi, ndr) è totale e incondizionata”.
Un potere invisibile che ha sostituibile quello millenario della Chiesa e ottenuto senza spargimento di sangue, ma con due rivoluzioni: “la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d'informazioni”. Le strade hanno unito materialmente l'Italia, mentre le televisoni – allora in diffusione – hanno uniformato il pensiero e la lingua.
“È un futuro tragico quello che si dipinge ai miei occhi, un futuro fatto di uomini ridotti ad automi disumanizzati dalla società neocapitalista”, scrive Pasolini.
Un'analisi di incredibile attualità, ad anni di distanza: viviamo in un mondo di robot, prodotti in serie, che pensano e vestono alla stessa maniera. E, forse, Pasolini – nonostante l'esagerata forza critica – neanche immaginava sviluppi tanto distruttivi.
La ricerca del vitalismo
È in quest'ottica che Pasolini si avvicina al mondo rurale, prima, e sottoproletario, poi. È un'attrazione istintiva, che porta all'identificazione in quello strato sociale di un'insita “religiosità della vita”, un vitalismo, che nega con forza il “modernismo neo-capitalista”.
L'adesione al marxismo è da inquadrare in un più generale umanesimo, alla ricerca di forme di vita ancora autentiche. Non è però facile l'accettazione di questa visione, che nello stesso poeta provoca una contraddizione, espressa in “Le ceneri di Gramsci”: Pasolini vive una tensione tra “estetica passione” e ideologia marxista, che dovrebbe attrarlo invece alla “millenaria lotta”, anche se lo scrittore fonda comunque la sua critica anti-progressista principalmente sul pensiero di Marx.
Lo stile e il ruolo della poesia
“Annoiato, stanco, rincaso, per neri/ piazzali di mercati, tristi strade intorno al porto fluviale, tra le baracche e i magazzini misti/ agli ultimi prati. Lì mortale è il silenzio: ma giù, a viale Marconi, alla stazione di Tastevere, appare/ ancora dolce la sera. Ai loro rioni,/ alle loro borgate, tornano su motori leggeri – in tuta o coi calzoni/ di lavoro, ma spinti da un festivo ardore/ i giovani, coi compagni sui sellini, ridenti, sporchi”.

È questo un passo del “Pianto della scavatrice”, poemetto incluso nelle raccolta “Le ceneri di Gramsci”. In questo componimento, così come nell'intera opera, è possibile notare un incredibile e vivace sperimentalismo: da simbolismo ed ermetismo eredita il gusto per l'analogia, ma si distanzia dall'essenzialità ermetica, preferendo la forma del poemetto; la terzina e la frammentazione del verso lo riconducono al Pascoli dei “Pometti”; le eccezioni all'uso dell'endecasillabo e della rima, sosituita da assonanze e consonanze, evidenziano una grande libertà espressiva. Pasolini si allontana così dalla povertà espressiva del Neorealismo e dalla dimensione eccesivamente intimistica dell'Ermetismo.
L'uso del dialetto, tanto in poesia che in prosa, sottolinea la venerazione di Pasolini per la religiosità contadina e sottoproletaria, intrisa dal cristianesimo e da secoli di tradizione, che cedono il passo a un nuovo potere centrale.
Nella raccolta “La religione del mio tempo”, poi, le liriche diventano più introspettive e, in “Al Principe”, Pasolini afferma la fondazione della poesia nella solitudine, che il mondo ormai nega, ma riconosce alla poesia il ruolo di ordinatrice del caos circostante.
Un caos oggi palpabile, nell'affannosa corsa al progresso, che ha creato un ritardo tra Occidente e Terzo mondo. E Pasolini, incredibilmente attuale, scrive a proposito: “[I marocchini] rispetto alla Francia o in genere all'Europa, sono un po' come un lucano rispetto a Milano: non criticano, non giudicano: vorrebbero semplicemente trasferirvisi, come in luoghi che garantiscono aprioristicamente un tipo di vita borghesemente superiore”. Sembra di leggere un quotidiano dei nostri giorni.

Insomma: il progresso, il neo-capitalismo, è visto come origine del male. Pasolini nota – in “Scritti corsari” - come i contadini “erano consumatori di beni estremamente necessari”, cosa che rendeva “estremamente necessaria la loro povera e precaria (dal punto di vista esistenziale, ndr) vita”, e che invece “i beni superflui rendono superflua la vita”.
Così come sottolinea il sociologo e filosofo Bauman, lo scopo principale della società dei consumi “non è sopperire ai bisogni, ai desideri e alle carenze del consumatore, ma è la sua mercificazione”.
Una mercificazione che è accompagnata dal sempre più palpabile dominio della tecnica, che per Pasolini “nega l'arte”, e ormai condiziona le nostre esistenze: il poeta nota l'avanzare dell'insensata modernità anche nei volti, nei gesti, nel vestire, nel parlare e, senza dubbio, è possibile notare tutto questo ancora adesso.
Modernità insensata, già: Pasolini non fa viaggiare sullo stesso binario progresso materiale e progresso umano, come detto, ma anzi afferma che la società dei consumi ha prodotto un regresso, ormai palese. Il mitizzato mondo rurale viveva una tranquillità interiore impagabile, che è stata scacciata prepotentemente dall'ansia che accompagna quasi tutti: ansia di guadagnare, ansia di produrre, ansia di vivere.
Il nascente sviluppo sotto gli occhi di Pasolini stava producendo un abbruttimento della società, che diventava sempre più impoetica nella forma. Era uno splendore ingannevole, anche perché presentato come naturale e insostituibile.
Ragazzi di vita
Pasolini trasferisce l'ammirazione per il vitalismo del sottoproletariato romano e lo sprezzo per il progresso in “Ragazzi di vita”, ossia il Riccetto e la sua banda – spesso mutata nei componenti.
Lo scrittore s'immedesima in questi ragazzi, mutuando da loro il linguaggio, ricco di espressioni gergali, senza lasciarsi in descrizioni troppo dettagliate: i corpi sono restituiti da affascinanti metafore, che creano immagini suggestive, sia dal punto di vista visivo che simbolico.
Come scrive lui stesso, questo romanzo racconta “l'arco del dopoguerra a Roma, dal caos pieno di speranze dei primi giorni della liberazione alla reazione del '50-51. È un arco ben preciso che corrisponde col pasaggio del protagonista e dei suoi compagni dall'età dell'infanzia alla prima giovinezza: ossia dall'età eroica e amorale all'età già prosaica e immorale”. Una trasformazione che, come vedremo, è dovuta alla società dei consumi.
Quello che potrebbe sembrare a una lettura disattenta un semplice documento storico, nasconde un'implicità moralità. Tutto è riassumibile in due scene: il Riccetto che salva una rondine che sta affogando sotto Ponte Sisto, all'inizio del racconto, già esperto e smaliziato e lo stesso protagonista, ormai adulto e inserito nella società, che vede un ragazzino – Genesio – annegare nell'Aniene, ma non muove un dito; “tra questi due momenti si svolge tutto l'arco narrativo”, dice Pasolini.

Trama
“Ragazzi di vita” accende i riflettori sul mondo delle borgate romane. Il titolo di per sé è molto indicativo: la “vita”, intesa come estremo vitalismo, è confinata al periodo della fanciullezza, immacolata e non inquinata dal progresso; dal'altro lato, definre questi ragazzi “di vita”, significa sottolineare la loro malizia, indotta dal mondo circostante che li costringe a tanti espedienti per sopravvivere; inoltre, è bene ricordare il significato gergale dell'espressione “fare la vita”, che può indicare un modo di vivere al limite della legalità o, ancora, la prostituzione, che è sempre presente nel racconto.
Gli otto capitoli di cui è composto il libro narrano otto episodi diversi, anche se concettualmente legati. I protagonisti sono i “pischelli” di Pietralata, quartiere dell'infernale periferia romana: il Riccetto, Marcello, Agnolo, Alduccio, il Caciotta, il Lenzetta, Genesio, il Begalone, il Pistoletta.
La figura del Riccetto rimane centrale: da bambino, nel corso della narrazione, diventa un “fijo de mignotta completo” e, man mano, si inserisce nella società.

Nella prima parte del racconto, il Riccetto vive in una scuola divenuta centro di raccolta per sfollati. Scappa dalla sua prima comunione, per correre al Ferrobedò, una vecchia fabbrica, con i suoi amici Agnolo e Marcello, per portare via quanto possibile. I pochi soldi guadagnati vengono persi al gioco, ma grazie a un furto i tre riescono a raccimolare i soldi per un giro un barca, durante il quale il Riccetto si tuffa per salvare una rondine.
Il ragazzetto diventa sempre più smaliziato e si mette in “affari” con dei napoletani, che truffano i passanti con un gioco di carte, ma la polizia interviene, anche se lui riesce a scappare. “Ingranato”, entra in una compagnia di ragazzi più grandi: lo portano da una prostituta, Nadia, che lo deruba.
Intanto, Marcello rimane solo ed estraneo a quel mondo, ma un crollo alle scuole toglie la vita a lui e alla mamma del Riccetto, che viene a sapere dell'accaduto solo quando tornato a casa.

Il ragazzo si trasferisce dallo zio, a Tiburtino, continuando a vivere di espedienti: insieme al Caciotta, per esempio, ruba delle poltrone e con il ricavato si compra dei nuovi vestiti. A Villa Borghese, i due fanno amicizia con altri ragazzi e passano la notte con loro, ma la mattina successiva si svegliano derubati.
Per guadagnare qualcosa, allora, scippano una signora sul tram e tornano quindi a Tiburtino, dove il Caciotta incontra dei suoi vecchi amici, tra cui Amerigo: è il “meglio guappo di Pietralata” e, attirato dai soldi dei due ragazzi, gli propone un'affare, ossia recarsi a una bisca clandestina. Tuttavia, perde tutto e l'arrivo della polizia produce un gran caos, anche se il Riccetto – ancora una volta – riesce a fuggire.

Vagabondando, incontra il Lanzetta, incontrato già a Villa Borghese: vengono a sapere della morte di Amerigo, feritosi dopo aver tentato di evitare l'arresto e suicidatosi in ospedale, da Alduccio, un cugino del Riccetto. I tre pianificano un nuovo colpo, per rubare il materiale di un'officina e poi rivenderlo.
Entra in scena un vecchietto, sor Antonio, che s'intromette con la scusa di proteggere la refurtiva dai vigili. Il Riccetto e il Lanzetta intuiscono che l'uomo ha delle figlie “in età di marito”, così mandano Alduccio a smerciare il materiale e aiutano l'anziano a rubare dei cavolfiori. Hanno così l'occasione di conoscere le ragazze.
Il Riccetto si fidanza con la più piccola, ma il bisogno di denaro lo spingono a delinquere nuovamente; dopo un nuovo colpo, però, i suoi compari vengono arrestati e rimane solo in libertà. Il protagonista si riduce in condizioni pietose, arrivando a rovistare tra i rifiuti per mangiare e si addormenta su una panchina, adiacente però a una porta forzata: viene così arrestato per un furto che non ha comesso.

Uscito di galera, trova un lavoro umile e pensa ai fatti suoi. Deciso a tornare nei luoghi dell'infanzia, li trova cambiati a causa del progresso. Intanto, Alduccio – dopo un inconveniente al bordello – litiga furiosamente con la madre, che lo accusa di non lavorare, e la colpisce con un coltello.
La storia si conclude sulle rive dell'Aniene: lo stesso Alduccio si addormenta con le braccia in croce, il Begalone sviene in acqua e viene portato via messo male e, infine, Genesio annega, mentre nessuno fa niente per salvarlo.

L'effimero progresso
Sul campo impolverato della periferia romana del dopoguerra si scontrano progresso, capitalisticamente inteso, e anti-progresso, secondo la concezione pasoliniana.
L'intera opera si struttura su una metamorfosi graduale: prima di tutto, dal punto di vista fisico, i personaggi passano dalla fanciullezza all'età adulta. Ma questo cambiamento è decisamente negativo, perché accompagnato da un “abbruttimento”: si guardi a Marcello, che rinuncia ai pochi soldi che ha per comprare un cane e in punto di morte dimostra tutta la sua affezione per il quartiere, in contrapposizione al sempre più cinico Riccetto.
La metamorfosi è chiara anche sull'urbanistica: Pasolini descrive un paesaggio in continua evoluzione, completata alla fine del racconto, quando un Riccetto ormai adulto e inserito nella società – se non assorbito – torna nei luoghi dell'infanzia e li trova profondamente cambiati.
È possibile trovare un nesso tra le due idee di progresso, poiché entrambe stanno a indicare un anti-progresso: così come l'uomo diventa meno uomo, regredendo nella sfera affettiva, l'ambiente circostante perde i caratteri di naturalità, in favore di una colata incondizionata di cemento. È un tema ricorrente nella poetica di Pasolini, che a tal proposito parla della scomparsa delle lucciole, che non trovano più spazio in un mondo inquinato e, metaforicamente, cieco davanti alla bellezza.
L'effimera ricchezza
Rincorrendo un'effimera ricchezza, insomma, Riccetto e i suoi compari perdono la propria essenza, vendono l'anima al progresso. Ricchezza per loro significa poco: mangiare, comprare dei vestiti nuovi, andare da una prostituto. “Ingranarsi” è l'obiettivo della loro esistenza, ma è tutto ciò è effimero, perché fa parte di un ciclo, che riconduce inesorabilmente alla povertà.
I ragazzi di vita e i vinti
Pasolini vuole sottolineare che, in una società ormai dedita solo all'accumulo di beni, c'è sempre qualcuno pronto a fare qualunque cosa in nome del dio denaro: la prostituta Nadia deruba un ingenuo Riccetto, ancora ragazzetto, così come a Villa Borghese, dove altri piccoli criminali fanno altrettanto, nonostante l'età più adulta; ancora, dopo esser scampato spesso alla galera, il fato lo colpisce ed è incarcerato senza aver commesso alcun reato. Insomma: Riccetto è un vinto, nell'accezione verghiana del termine.
È completamente vinto, tanto da essere assorbito dalla frenetica macchina capitalistica: non riesce ad arricchirsi e, anzi, arriva a conformarsi, a doversi arrendere e trovare un lavoro umile, che gli permetta di vivere. Ma è un vinto anche perché in nome di una precaria stabilità rinuncia alla propria essenza d'uomo, che manifesta invece da bambino: se all'inizio del romanzo ha salvato una rondine, alla fine la visione di Genesio che affonda non produce nessuna emozione in lui, che per evitare problemi “si fa i fatti suoi”.

Il progresso è un regresso. Un terribile regresso morale e sociale, che ha ben più peso del benessere economico, realmente tale solo per pochi “eletti”. Ecco: l'analisi di Pasolini è quindi ancora del tutto attuale. Ma il buon senso di cui è intrisa la società dei consumi, così come aveva acutamente predetto il poeta, ci impedisce di vedere oltre: i bagliori della ricchezza, meta utopica per molti, accecano e non ci permettono di notare le storture della contemporaneità.

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