Mito 2715 punti

Ragazzi di vita

Il critico Pullini coglie la natura di Ragazzi di vita: non romanzo in senso proprio ma serie di scene sostanzialmente autonome, attraverso le quali, il romanzo presenta una cruda testimonianza della vita nelle borgate romane tra la fine della seconda guerra mondiale e l'inizio degli anni cinquanta. Il romanzo può effettivamente apparire privo «di spina dorsale» (Pullini); ma bisogna tener conto del fatto che l'ispirazione del libro è saggistico-documentaria, la cui struttura è volutamente "aperta".
I personaggi del romanzo, tutti giovanissimi, appartengono al sottoproletariato urbano. Solo in alcuni casi vengono presentati con i nomi propri (Amerigo, Marcello, Genesio), mentre l'autore preferisce identificarli con il soprannome che hanno nel gruppo di sbandati di cui fanno parte (il Lenzetta, il Piattoletta, il Riccetto). Essi si muovono spinti da esigenze elementari, non hanno una coscienza, né una politica, sono pura energia vitale. Vivono alla giornata e incorrono in continue avventure, ma nessuna lascia il segno su di loro: essi vengono riassorbiti dal ritmo della loro vita vagabonda, disperata ma allegra. Sono personaggi semplici che si esprimono nell'azione o nel dialogo scarno. Difficilmente l'autore fornisce qualche tratto interiore; nessuno dei "ragazzi di vita" conosce una reale evoluzione, una crescita interiore: essi restano legati alla fanciullesca ignoranza, preculturale e presociale. Quando qualcuno di essi entra nel mondo degli "altri" (gli adulti, la gente che lavora) l'interesse dell'autore vien meno. È emblematica in questo senso la sorte che Pasolini riserva al Riccetto, il personaggio più importante del romanzo. A partire dal capitolo quinto, l'autore lo emargina, relegandolo al ruolo di spettatore.

La tematica di fondo è in relazione con l'ideologia che sottende il romanzo: la visione mitica, astorica che Pasolini ha del popolo: «attratto da una vita proletaria /... è per me religione / la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua coscienza») (da Le ceneri di Gramsci).
Alla degenerazione della società borghese Pasolini contrappone la primitiva sanità del popolo. E proprio l'adesione viscerale all'esistenza "vergine" dei suoi "ragazzi di vita" spinge Pasolini a rinchiuderli in una sorta di limbo.
Nel romanzo è sempre presente una ricerca di denaro da parte dei ragazzi ad avviare l'azione; tale ricerca raggiunge il suo obiettivo, ma il risultato è poi vanificato da una improvvisa perdita. Questo tipo di procedimento non manca di illustri precedenti nella tradizione letteraria (Boccaccio, Ariosto ad esempio). In Ragazzi di vita il paesaggio riveste diverse funzioni: costruire lo sfondo realistic; il narratore insiste costantemente sui tratti più degradati della periferia romana: «Valanghe d'immondezza, case non finite e già in rovina, grandi sterri fangosi, scarpate piene di zozzeria». Per contro è assai frequente nel romanzo la presenza di un paesaggio lirico.
In un intervento di poco posteriore a Ragazzi di vita, Pasolini teorizzava la necessità di attuare una operazione regressivo-mimetica, cioè lasciar posto alla voce diretta del parlante. Da qui l'introduzione in Ragazzi di vita del gergo delle borgate, modulato sull'insulto gridato e sul turpiloquio. Nelle descrizioni paesaggistiche l'autore opta spesso, però, per un registro linguistico alto, in cui la stessa sintassi si colloca agli antipodi della mimesi gergale.

Registrati via email