Il Neorealismo e Primo Levi

La seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo fungono da sfondo o da trampolino di lancio per un profondo rivolgimento culturale e letterario, il neorealismo.
Utilizzato in primis dal cinema in un film montato nel 1942 da Mario Senandrei nel film “ossessione di visconti”, rapida fu la sua diffusione nel cinema. Registi come Rossellini, De sica, Visconti ecc.. ne furono i principali promotori.
Nel 1943 questa nuova filosofia fu adottata nella letteratura, dove alcuni giovani letterari cominciano a manifestare un impegno concreto nella realtà sociale e politica del paese. Tra i maggiori esponenti di questo pensiero furono sicuramente, Pavese, Vittorini, Moravia, e Primo Levi. I giudizi degli autori del neorealismo furono molto severi verso il decadentismo, perché al contrario di esso si basava sul concezioni astratte e fantastiche, che nulla avevano a che vedere con la realtà.
In quel periodo si diffonde anche il pensiero gramsciano. Antonio Gramsci fondatore del partito comunista, proponeva agli intellettuali di annullare la separatezza fra gli intellettuali e il popolo, invitandoli ad una letteratura nazional-popolare.
E in effetti fu la corrente di pensiero che seguirono gli autori fino ad arrivare ai nostri giorni. Infatti Calvino disse in seguito riferendosi al neorealismo “ Fu un insieme di voci, in gran parte periferiche –cioè popolari- “
Il neorealismo fu la sconfitta alla vecchia classe decadente, e per la prima volta nella storia le masse popolari si erano conquistati la scena nella società.

Un autore che sicuramente si distinse fu Primo levi, ma non solo per le opere letterarie, ma perchè oltre ad essere scrittore, poeta fu anche testimone di terribili atrocità raccontate nelle sue opere.
Nato nel 1919 a Torino di discendenza ebrea, a 20 anni inizio a studiare chimica fino al 1941 e di seguito si trasferì a Milano per lavorare in un laboratorio chimico. A seguito dell’invasione tedesca del nord Italia si uni ad un gruppo di resistenza ebraica.nel 1943 Fu però catturato e in fine deportato insieme a 650 ebrei nel campo di concentramento di Auschwitz, Dove ci rimase fino alla fine della guerra. Nel 1947 pubblicò il libro “se questo è un uomo” dove racconta le terribili atrocità a cui assistè.
Il libro comincia con una breve ma significativa poesia: “Considerate se questo è un uomo\ che lavora nel fango\ che non conosce pace\ che lotta per mezzo pane\ che muore per un si o per un no”. Questo non fu soltanto un documento che raccontò l’umiliazione che dovettero subire, ma la degradazione dell’essere umano prima ancora di morire.

Primo Levi ebbe salva la vita a motivo del suo lavoro, perchè fu impiegato come operaio specializzato nei laboratori chimici, dove lui racconta erano l’unico posto dove lui stesso si sentiva ancora un essere umano, perchè nei lager gli uomini ormai erano ridotti a bestialità.
Solo di nascosto scriveva perchè nei lavoratori non si potevano tenere appunti, e cosi di nascosto nei lager, scriveva quello che non avrebbe avuto il coraggio di raccontare a nessuno. Scriveva di quello che accadeva al di la di quel filo spinato, al di là di quella scritta, “Arbeit Macht Frei” –il lavoro rende liberi-
Lui dava un altro significato al filo spinato o alla scritta, per lui erano solo il confine fra l’umano e il disumano.
Poi nel 1945 con la sconfitta dei tedeschi coloro che sopravvissero allo sterminio , poterono tornare a casa. E cosi che per Primo Levi dovette affrontare un lunghissimo viaggio di ritorno, e tramite un’altra sua opera che venne pubblicata nel 1963, che racconta di questo viaggio lungo le rovine d’europa, passando per la Russia, per la Romania, l’Ungheria, l’Austria e Torino.
Fu un viaggio molto doloroso per due motivi, uno per le rovine e il disastro lasciato dalla guerra, ma soprattutto per il senso di vergogna che attanagliava, un senso di vergogna per essere rimasti in vita, a differenza di milioni altri che sono morti, un senso di vergogna che neanche coloro che anno commesso queste atrocità provavano.
Poi dopo la Tregua ce il ritorno a casa, dai propri cari, nelle propria vita. Ma si accorge che rimbomba l’eco di una parola, una sola parola. Era il comando di ogni mattina all’alba ad Auschwitz, una parola temutissima, “ Wstawac” (Alzarsi).
Nel 1987 Primo Levi dopo aver dedicato la propria vita alla letteratura e alla condanna dei crimini contro gli Ebrei, si suicida perché non era più in grado di sopportare il peso delle atrocità a cui ha assistito

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