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Mario Luzi nacque a Firenze nel 1914, dove , dal 1945, insegnò letteratura francese all'università. Intorno agli anni Trenta, partecipò al dibattito letterario e collaborò a diverse riviste di avanguardia . La sua prima raccolta
poetica fu La barca (1935), cui seguì Avvento notturno (1940), entrambe fortemente influenzate dal Simbolismo francese . Altre opere , più segnate dall'influenza dell'Ermetismo, furono Un brindisi, Quaderno gotico, Primizie del deserto, Onore del vero, Dal fondo delle campagne, in cui la poesia è meno ricca di simbologie e di tono più discorsivo e riflessivo. Nel 1960 Luzi pubblicò la raccolta completa di tutte le liriche che aveva composto fino ad allora con il titolo il gusto della vita. Della produzione successiva ricordiamo: Nel magma (1963), Su fondamenti invisibili (1971), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). I temi dominanti della poesia di Luzi da una serie di contrasti: tra tempo ed eternità, tra apparenza ed essenza nascosta delle cose, tra vita individuale e vita cosmica. Le domande che egli si pone sono destinate a non trovare mai risposta. Dopo la tragica esperienza della Seconda guerra mondiale, che infonde nei

versi del nostro autore una desolata e cupa sensazione di gelo, il discorso oetico di Luzi diventa più aperto e comunicativo , quasi adottando lo spessore per la consistenza del parlato. Questo atteggiamento diviene ancora più evidente a partire dagli anni Sessanta, quando la poesia luziana si confronts in maniera più aperta e immediata con le manifestazioni della realtà contemporanea, rivelando i difetti e le ipocrisie della società del benessere. Emerge così la
realtà arida e priva di certezza tipica dei nostri giorni, del cui vuoto profondo la poesia è dolente interprete.


Come tu vuoi da Onore del vero (1957)

La sofferenza , che si replica per cose e persone nel volgere continuo e monotono delle stagioni , sembra non trovare spiegazione alcuna . Solo la riflessione chiarisce al poeta il senso del dolore, condizione unica per l'incontro con Dio.


La tramontata screpola le argille
stringe assoda le terre di lavoro,
irrita l'acqua nelle conche; lascia
zappe confitte, aratri inerti
nel campo. Se qualcuno esce per legna,
o si sposta a fatica o si sofferma
rattrappito in cappucci e pellegrine,
serra i denti. Che regna nella stanza
è il silenzio del testimone muto
della neve, della pioggia, del fumo,
dell'immobilità del mutamento.

Son qui che metto pine

sul fuoco, porgo orecchio
al fremere dei vetri, non ho calma
né ansia. Tu che per lunga promessa
vieni ed occupi il posto
lasciato dalla sofferenza
non disperare o di me o di te,
fruga nelle adiacenze della casa,
cerca i battenti grigi della porta.
A poco a poco la misura è colma,
a poco a poco, a poco a poco, come
tu vuoi, la solitudine trabocca,
vieni ed entra, attingi a mani basse.

E' un giorno dell'inverno di quest'anno,
un giorno, un giorno della nostra vita.

Comunque questo componimento si apre con la visione di un paesaggio campestre desolato, nel quale i segni dell'uomo (le terre lavorate, gli strumenti agricoli) portano simbolicamente le tracce dell'accanirsi di una natura ostile, qui emblematicamente rappresentata dalla tramontana. Il linguaggio aspro, caratterizzato da scelte lessicali rispondenti anche fonicamente allo squallore che intendono riprodurre, è impiegato da Luzi per descrivere la condizione umana. La tensione, la fatica, il freddo trovano espressione, come gli elementi del paesaggio, in oggetti simbolici ( i cappucci, le ellegrine) o si esplicitano in gesti e atteggiamenti che rivelano la sofferenza della vita , nella sua stanza dominata dal silenzio , è lo stesso poeta, che osserva lo scorrere perenne e sempre uguale delle vicende umane, incapace di trovare
risposte ai suoi tanti interrogativi. L'esordio della seconda strofa, che però esplicita l'identità del testimone
muto, mostra il poeta nell'atto di compiere i suoi gesti quotidiani, simboleggiati dalle pigne che getta sul fuoco. La sua condizione , nè di angoscia nè di calma, non gli impedisce tuttavia di avvertire i segnali che gli giungono (il fremere dei vetri), forse il turbinio della tramontata , forse la voce di Dio. Lo stacco improvviso da una situazione di attesa al momento della rivelazione ha luogo a metà del verso 15, con un Tu, rivolto al Signore, il solo che possa dare un senso alla sofferenza. A Dio, atteso tanto a lungo , l'autore rivolge la sua implorazione : che cerchi la sua casa, che trovi i

battenti della porta, che prende la sua anima . L'invocazione ha il tono appassionato e le forme di una preghiera: l'insistenza delle richieste , la ripetizione di formule, l'offerta di sè rimandano alle implorazioni che i fedeli di ogni religione rivolgono al loro Dio. I Due versi che chiudono la lirica ci riportano all'atmosfera fredda dell'universo, ma con il senso della presenza divina.

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