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Italo Svevo

È uno scrittore decadente contemporaneo di Gabriele D’Annunzio; fu un romanziere che risentì molto delle influenze culturali del suo luogo di nascita: egli infatti nacque a Trieste nel 1861, crocevia di molteplici culture differenti. I genitori erano ebrei, tant’è che anche il suo nome risulta uno pseudonimo: il suo vero appellativo è Ettore Schmitz. Nasce in una famiglia agiata e vive l’infanzia sulla scia dell’attività del padre: tuttavia l’azienda paterna fallisce e lui viene costretto a cercare lavoro in banca; a differenza degli altri intellettuali egli quindi non ha alcuna formazione culturale. Il lavoro in banca però non lo soddisfa molto, e la morte della madre diventa un dolore troppo grande da superare. Ma è proprio mentre accudisce la madre morente che si innamora della cugina. Il suo sarà quindi un matrimonio di interesse: il padre della cugina aveva infatti un’azienda in cui egli poté lavorare, occupandosi della promozione della ditta all’estero ed effettuando molti viaggi all’estero che gli permettono di maturare una profonda formazione letteraria.

Il primo romanzo pubblicato fu “Una vita”, nel 1903, molto criticato perché non era il classico romanzo italiano in quanto esso celebra la figura dell’inetto, persona passiva e dal costante insuccesso. Nel 1908 pubblica “Senilità” , maturando un altro insuccesso per via del protagonismo del non-uomo. Pensa così di abbandonare l’attività letteraria poiché per lui essa era solo un hobby; intanto però, in seguito allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, l’azienda del suocero viene requisita, e ritrovandosi senza lavoro, decide di pubblicare un’ulteriore opera, “La coscienza di Zeno”. Essa, inizialmente criticata in Italia, viene molto apprezzata all’estero, grazie anche all’amicizia maturata con lo scrittore inglese Joyce, giovane intellettuale che insegnava inglese a Trieste. Joyce si rivelò una sorta di mentore poiché recensì l’opera in modo entusiastico. In Italia invece solo grazie alla critica di Eugenio Montale venne rivalutato. Morì nel 1928 a causa di un incidente d’auto.
Nelle sue opere egli riprende Schopenhauer per il pessimismo e l’impossibilità di agire sul dolore, mentre da Nietzsche riprende la teoria del Superuomo al contrario; di tale teoria infatti riprende la separazione tra l’intellettuale e la massa: per Svevo l’intellettuale si identifica con l’inetto che è incapace di rapportarsi alla realtà. Riprende anche Marx per il concetto di appartenenza a una classe sociale. Riprende anche Darwin per la sua teoria della sopraffazione naturale: l’inetto è sempre l’uomo più debole che viene schiacciato dal forte. Da Freud riprende il concetto di psicanalisi che per lui diventa qualcosa di inutile ai fini terapeutici, ma diventa un valido strumento narrativo. È presente inoltre un richiamo ai naturalisti francesi come Flaubert (Madame Bovary) tant’è che si parla di Bovarismo, cioè insoddisfazione della borghesia nel vivere la società di massa. Svevo, allo stesso modo di Flaubert, rappresenta la classe sociale media, incapace di incedere sul tessuto politico economico.

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