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La signorina Felicita

La lettura della data del 10 luglio, festa di Santa Felicita, sul foglio di un calendario, ha ispirato questa celebre poesia di Gozzano. Essa sa esprimere il suo animo e soprattutto la sua poetica crepuscolare.
Felicita è una donna non bella, ma buona, semplice e tenera, dalla vita tranquilla e serena. Felicita è il ribaltamento della donna aristocratica, delle attrici e delle principesse sognate da Totò Merumeni al tempo delle suggestioni dannunziane e nitzschiane. A tale ribaltamento corrisponde anche uno nella forma: in Gozzano, a differenza di D'Annunzio, la forma è piana e dimessa, a volte persino prosastica. La poesia è struttata in otto parti.
I: Si ricorda l'origine del poemetto, offerto appunto dalla data di Santa Felicita. Essa è ricordata quindi nel giorno del suo onamastico intenta alla faccende domestiche. Ella vive la sua semplice esistenza accanto al padre a villa Amarena, edificio in stile barocco, triste e in gran parte disabitato, con le inferriate panciute, le sovrapporte istoriate da figure mitologiche come Ercole, il Centauro, Fetonte, Arianna. Nella tranquillità patriarcale, Felicita è aiutata dalla vecchia serva Maddalena.

II: Il poeta qui inizia a descrivere la figura del padre di Felicita. Anche se quest'ultimo aveva la fama di essere un usuraio, in realtà (ci spiega Gozzano) era un buon uomo, sebbene fosse ignorante e rozzo. Egli ben accoglieva il poeta in casa e gli parlava spesso della campagna e dell'antica proprietaria della villa.
III: Dopo che la signorina Felicita ha interrotto il discorso tra il poeta e il padre, Gozzano descrive la donna definendola come priva di attrattive nelle sue vesti troppo campagnole ma dalla faccia buona e casalinga, con i capelli raccolti in piccolissime trecce. I suoi occhi sinceri e di coloro azzurro vengono paragonati all'azzurro sbiadito tipico delle stoviglie. Gozzano ricorda come ogni giorno egli si recasse alla villa e come nel paese sottostante, persino il farmacista non pensava che sarebbe stato così ben voluto in quella casa. Dopo un'ottima cena con gli amministratori locali del paese (il notaio, il sindaco, il dottore), il poeta si immerge nei suoi sogni e accorda le sillabe dei versi, ricorda l'infanzia e la sua condizione di malato.
IV: Qui il poeta racconta di una sera in cui la signorina Felicita era salita sul solaio della villa, ingombro di vecchie cianfrusaglie e che da lassù stava contemplando il Canavese e le prime stelle in cielo. Tra alcune vecchie stampe ce n'è anche una rappresentante Torquato Tasso nei giardini D'Este con la corona di alloro che Felicita scambia però per un ramo di ciliege. Dall'alto della sua posizione il poeta può riflettere su ciò che accade sulla terra: una terra brulicante di guerre e di luridi commerci.
V: Dopo il colloquio d'amore tentato nel solaio ed interrotto bruscamente, ne viene riportato un altro nel parco dei Marchesi che era stato tuttavia trasformato in un orto. Il poeta qui domanda a Felicita se lo vorrebbe come sposo nel caso in cui lui guarisse; ella lo rimprovera per i suoi discorsi vani perchè è ben consapevole che un ricco avvocato non potesse avere come moglie lei, poverina e brutta. La donna inizia a piangere ma il poeta provandole il solletico la riporta a uno stato di gioia: da qui l'esclamazione " Donna: mistero senza fine bello!".
VI: Qui il poeta esprime la sua voglia di unire la sua sorte a quella della signorina proprio perchè essa non è come tutte le altre, per la sua semplicità e vivacità, per la sua trasparenza e bonarietà. Con lei saprebbe anche rinnegare la letteratura che rende la vita inerte e sterile. L'amore invece gli donerebbe la pace e la serenità: non dovrebbe più meditare su Nietzsche.
VII: Il poeta racconta il motivo che spezzò il filo dell'idillio con la signorina. Lo stesso farmacista che aveva avvertito il poeta su quella villa e su coloro che vi abitavano, lo informa su alcuni pettegolezzi che erano sorti in paese riguardanti la probabile relazione che si era instaurata tra lui e la ragazza, con un accenno alla gelosia che ciò aveva innescato nel notaio.
VIII: Quando la guarigione sperata non è giunta, il poeta decide di partire. Congedandosi dalla signorina il poeta finisce per commuoversi di fronte a lei che gli giura e gli promette di rimanergli fedele. In quell'ultima apparizione, Felicita gli sembra la protagonista d'una poesia di Prati mentre egli si sente come un uomo d'altri tempi, incapace di tornare ad essere l'esteta dannunziano e incapace al tempo stesso di spostarsi sulla riva opposta. La malattia che gli mina la salute, gli fiacca le forze ed ogni volontà.

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