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Cesare Pavese

Cesare Pavese nasce il 9/09/1908 a Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del Tribunale di Torino, aveva un podere. Il padre morirà subito dopo il trasferimento a Torino e questo episodio inciderà molto sull'indole del ragazzo, già scontroso e introverso.
Davide Laiolo, suo grande amico, in "Il vizio assurdo" evidenzia due elementi fondamentali: la morte del padre e l'irrigidirsi della madre che attuerà un'educazione più da padre-padrone che da madre affettuosa. L'altro elemento è la tendenza al "vizio assurdo", la vocazione assurda. Vi è infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale, soprattutto quelle dirette all'amico Mario Sturani. Questo mondo così difficile, così ricco di solitudine è il risultato anche del dramma dell'impotenza sessuale, forse indimostrabile, ma rintracciabile in alcune pagine de "Il mestiere di vivere".
Qualunque sia l'interpretazione di questi primi anni, non si può negare che si delinei subito in essi la storia di un destino tragico, evidenziato da un esasperato bisogno d'amore. Pavese studia nell'Istituto Sociale dei Gesuiti e nel Ginnasio moderno, quindi passa al Liceo D'Azeglio, dove avrà come professore Augusto Monti. Tra il 1923 e il 1926 partecipa al rinnovamento delle coscienze esercitato da Monti e reso più concreto dall'azione di Gramsci e Gobetti. Nel 1930, a ventidue anni, si laurea con una tesi "Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman" e comincia a lavorare alla rivista "La cultura". Nel 1931 muore la madre; rimasto solo Pavese si trasferisce nell'abitazione della sorella Maria. Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo, conosce "la donna con la voce rauca", una intellettuale laureata in matematica e impegnata nella lotta antifascista per salvare questa donna Pavese, il 15/05/1935, viene condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Ne passerà uno solo a confino per richiesta di grazia, torna dal confino ma la donna amata si è sposata con un altro uomo. La delusione lo fa sprofondare in una crisi profonda: questi sono gli anni in cui scriverà "Il carcere".
Destinato a una sede romana dell'Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si reca a Monferrato dalla sorella dove scrive "La casa in collina". A fine guerra si iscrive al partito comunista: scrive articoli e saggi, si interessa di mitologia e compone i "Dialoghi con Leucò". Recatosi a Roma per lavoro conosce una giovane attrice; s'innamorano, ma lei lo abbandona all'improvviso: Pavese scrive "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi..."
L'autore a questo secondo abbandono non riesce a reagire; l'angoscia lo travolge nonostante i successi letterari: nel 1938 "Il compagno" vince il premio Salento; nel 1949 "La bella estate" ottiene il premio Strega; pubblica "La luna e i falò" nel 1950. La solitudine ha la meglio in lui e così stanco ma in fondo lucido, si toglie la vita in una camera d'albergo di Torino, ingoiando una forte dose di barbiturici, il 27/08/1950.
Lascia solo un'annotazione, sulla prima pagina dei "Dialoghi con Leucò", in cui innalza il dialogo "La bestia" a soluzione della sua crisi, "perdono tutti e a tutti chiedo perdono..."

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