coltina di coltina
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In un momento sono sfiorite le rose

In un momento
Sono sfiorite le rose
I petali caduti
Perché io non potevo dimenticare le rose
Le cercavamo insieme
Abbiamo trovato delle rose
Erano le sue rose erano le mie rose
Questo viaggio chiamavamo amore
Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
Che brillavano un momento al sole del mattino
Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
Le rose che non erano le nostre rose
Le mie rose le sue rose.
E così dimenticammo le rose.

di Dino Campana (per Sibilla Aleramo).

Parafrasi
Le rose sono sfiorite in un momento, i petali sono caduti. Poichè io non potevo dimenticarmi delle rose, noi le cercavamo insieme. Abbiamo trovato le rose, erano le sue e anche le mie. Noi chiamavamo questo viaggio di ricerca "amore". Facevamo le rose usando il nostro sangue e le nostre lacrime e le rose brillavano per un istante sotto il sole appena sorto. Le abbiamo viste sfiorire sotto il sole, in mezzo ai rovi. E quelle rose non erano più nostre, né mie né sue. E così ci dimenticammo delle rose.

Commento
La lirica è stata scritta da Campana per Sibilla Aleramo, poetessa italiana e sua amante, al termine della loro storia. L’immagine ricorrente delle rose, molto romantica e “collaudata”, si intreccia con accenni più tragici alle lacrime e al sangue. In effetti la storia d’amore fra i due poeti, nata nel 1916, fu tormentata e chiacchierata: Sibilla era di dieci anni più vecchia di Dino, aveva già alle spalle un matrimonio e innumerevoli amanti, al punto da essere stata definita “il lavatoio sessuale della cultura italiana”. Durante la loro relazione i due si scambiano una prolifica corrispondenza e si dedicarono numerose liriche.
In questo componimento l’immagine iniziale è quella della storia ormai finita, appassita, sfiorita come i fiori. Campana è ancora molto attaccato a Sibilla (“Io non potevo dimenticare le rose”), ma in lui c’è il ricordo del periodo in cui anche la donna cercava la loro storia con passione (“le cercavamo insieme”). La relazione, all’inizio vissuta come un viaggio comune (“erano le sue rose erano le mie rose”) si è colorata di sangue, di litigi, di sofferenze ed è stata alimentata dall’acqua delle lacrime che entrambi versarono.
Nel poeta è chiaro che questa unione è stata un momento rapido e fuggevole, come l’alba, durante la quale il sole fa brillare per un istante i fiori, che però non regge al caldo soffocante della giornata, che sfiorisce le rose, soffocate inoltre da rovi pungenti. Di fronte a questo declino Campana ammette che la storia d’amore con Sibilla non era più quella che entrambi avevano immaginato (“le rose che non erano le nostre rose”) e che le continue prove hanno fatto sì che entrambi gli amanti si scordassero della bellezza iniziale del loro amore.

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