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Niccolò Machiavelli

Vita:
Nasce nel 1469 a Firenze da una famiglia di antico nome. Cresce e viene educato in un ambiente aperto alla cultura. Non si sa molto della sua educazione ma vivendo nella Firenze di Lorenzo ne assorbe inevitabilmente le suggestioni umanistiche rinascimentali. Il suo interesse per il latino (non studia i testi greci) lo porta a tradurre nei primi anni'90 il "De rerum natura" di Lucrezio, un poema didascalico scientifico-filosofico segnato da una funzione materialistica dell'esistenza. Dopo la morte di Lorenzo nel 1492 i Medici non riescono a mantenere il controllo si affaccia sulla scena Savonarola nel 94. Dopo soli 4 anni, nel 98 Savonarola viene messo al rogo. Con questo assetto politico repubblicano, a partire da questa data, Machiavelli partecipa attivamente all'amministrazione societaria fiorentina: viene eletto segretario della repubblica, e con questa carica compie molte missioni diplomatiche fuori Firenze. Nel 1501 sposa Marietta di Corisini avendo da lei 6 figli. Nel 1512 i Medici riacquistano il potere smantellando l'assetto repubblicano e allontanando per un anno Machiavelli da Firenze e dalle cariche pubbliche. L'anno successivo, accusato di una congiura ai danni dei medici, viene incarcerato e torturato. Il rimedio alla consapevolezza del torto subito, alla coscienza del proprio valore, alla mediocrità di vita conseguente all'ozio forzato, Machiavelli lo trova nell'attività intellettuale e nella meditazione sui problemi politici di cui aveva fatto esperienza nella repubblica fiorentina. A questa esperienza M. aggiunge gli insegnamenti degli antichi verso i quali si orientava tutta la cultura del tempo. Questa interpretazione dei testi antichi non porta a un vagheggiamento o a un'idealizzazione ma bensì al presente. Negli anni successivi, pur prendendo parte a circoli intellettuali anti-medicei, continua a cercare il favore dei medici: dedica il Principe a Lorenzo (1515-16) e chiede con insistenza di essere adoperato per qualche cosa. Nel 1520 ottiene l'incarico di storico ufficiale (nascono da ciò le istorie fiorentine). Nel 1527, in seguito al sacco di Roma il Papa Clemente VII fu indebolito e conseguentemente fu rovesciato il governo mediceo a Firenze e fu ristabilita la repubblica. Machiavelli richiese di essere re integrato come segretario ma la richiesta, a causa dei precedenti rapporti coi Medici, fu rifiutata. Machiavelli morì qualche mese dopo.

Opere:
La sua opera più importante è Il Principe, trattato di natura saggistica a cui Machiavelli imprime una finalità critica argomentativa, portatore non di una teoria già definita, ma di una realtà soggettiva di cui l'autore si prende la responsabilità. Viene scritto di getto tra il luglio e il dicembre del 1513. E' composta da una dedica e 26 capitoli ognuno dei quali ha un titolo in latino che ne definisce l'argomento. I capitoli si dividono in 4 sezioni: panorama generale dei vari tipi di stato passati e presenti evidenziandone le modalità di realizzazione; le forze militari; virtù adatte a un principe; virtù e fortuna. Il principe è un insieme di riflessioni storiche, di precetti di comportamento, di incitamenti che servano nell'immediato per colmare la ruina d'Italia. E' quindi un sunto delle posizioni machiavelliane. A differenza della trattatistica politca precedente, che analizzava in modo astratto senza alcun riferimento reale, il Principe esclude tutte le idealizzazioni riconoscendosi così come testo di politica moderna. Esso guarda con oggettività alla realtà effettuale cioè la realtà nella sua storica concretezza. La teoria e le regole proposte per avere uno Stato solido sono esclusivamente ispirate alla realtà effettuale e per nulla obbedienti a modelli etici astratti. Questo rifiuto dei vagheggiamenti costituisce il "realismo politico" e permette la fondazione di una scienza politica, autonoma. Il Principe è una progettazione per il presente, una risposta concreta alla ruina Italiana. Esso si basa su diversi capisaldi:

• E' esenziale per meditare sui meccanismi politici, definire la natura dell'uomo, inteso da Machiavelli come materia su cui agire. L'uomo è fondamentalmente malvagio. Questa negatività è per M. ontologica ovvero connaturata al suo essere.
• La natura dell'uomo è inoltre immutabile: non cambia con il trascorrere dei secoli.
• Riprende inoltre i concetti di virtù e fortuna portandone a compimento la laicizzazione già iniziata nel Decameron: la fortuna è un insieme di dati storici, che costituisce il terreno sul quale la virtù può manifestarsi. Costituisce cioè l'occasione per farsi valere. Ogni vicenda storica quindi risulta dalla relazione e dall'integrazione di fortuna e virtù, necessarie l'una all'altra. La fortuna, o occasione, e la virtù si contendono a metà l'agire dell'uomo.
• Nel concreto: Machiavelli sostiene che per creare uno stato solido, ben efficente, diverso cioè dagli stati italiani, sia necessario avere milizie proprie rinunciando a quelle mercenarie, pronte al tradimento e al ricatto. Questa polemica è riconducibile al Petrarca. Questa polemica, frequentemente ribadita, si fonda nella sua espereinza da segretario: egli si batte per creare una coscrizione obbligatoria nella repubblica fiorentina e nel 1506 ottene questo rislutato.
• All'elemento delle milizie si lega quello della religione: essa è vista come elemento esenziale per la costituzione di uno Stato in una prospettiva che mira ai rislutati, senza badare all'essenza e al significato. Questa prospettiva, laica e pragmatica, porta alla concezione di una religione funzionale a comandare gli eserciti, a animare la plebe, a mantenere gli uomini buoni. Machiavelli preferisce la religione pagana: essa celebra infatti l'eroismo, la dedizione, rispetto alla preghiera e all'ascetismo cristiani, virtù ben più utili nella visione Statale. Machiavelli condanna inoltre la curia papale, e il cristianesimo, in quanto colpevoli della mancanza dell'elemento di coesione e di moralità utile a un principe per comandare.
• La valutazione dei comportamenti umani, delle istituzioni, dei sentimenti è fatta alla luce dei risultati che ne derivano sul piano politico, quindi in base a norme non morali ma a principi politici. Spesso quindi bontà d'animo, liberalità, virtù positive perdono la loro positività se la loro applicazione nuoce allo Stato e diventano allora virtù la crudeltà, l'astuzia e la forza.

Il realismo più volte accennato da a Machiavelli la coscienza della crisi, gli mostra la differenza tra l'Italia e le grandi monarchie. Da questa diagnosi della crisi nasce in Machiavelli un individualismo agonistico, cioè l'impegno a un riscatto.
Delineati i punti fermi vediamo i problemi del pensiero politico di Machiavelli:
• In che modo concepisce lo Stato? Come Repubblica o Principato? Machiavelli cita alternativamente le due istituzioni mettendo in luce con adesione lo scontro di classe che nel regime repubblicano favorisce la nascita di buoni ordini (nei Discorsi), ma delineando anche uno Stato che si identifica con la volontà del principe demiurgo (nel Principe).
• Nell'ultimo capitolo del principe viene valorizzato come elemento per la liberazione dal barbaro dominio il popolo che nel resto dell'opera viene considerato solo coem materia manipolata dal principe.
• Nella proposta di milizie proprie Machiavelli non si rende conto che queste sono possibili solo quando il rapporto con lo Stato è di cittadini e non sudditi, quando lo Stato è res publica, cosa di tutti e non solo del principe.

Stile:
Lo stile machiavellico è un unicum nel panorama delle prose del primo 500. Deriva da questo trattato uno stile concreto, incisivo, caratterizzato da rigore logico e argomentativo, che si manifesta nella struttura del discorso, nella concatenazione delle parti, nella classificazione dei fenomeni.

De'Principati nuovi che s'acquistano con l'arme proprie e virtuosamente: all'inizio del Principe MAchiavelli fa la rassegna dei vari tipi di principato (ereditari o nuovi, conquistati con le armi altrui o con le proprie) e passa poi ad esaminarli singolarmente. E' dedicata maggiore attenzione al nuovo principato, perchè di questo tipo doveva essere l'organismo statale che egli sognava come unico rimedio alla presente rovina d'Italia.Vi è all'inizio una premessa nella quale viene presentato un principio cardine dell'età umanistica: l'imitazione di uomini grandi trasportata però dal campo letterario a quello politico. Dopo aver esplicato che la difficoltà nel principato nuovo sono in rapporto diretto con la virtù del nuovo principe e dopo aver distinto la genesi del nuovo principato per fortuna o per virtù propria, elenca dei personaggi, fondatori di principati nuovi, da imitare. Questa rassegna contiene il concetto di fortuna, che sembra coincidere con l'occasione, cioè un insieme di circostanze storiche che la virtù può sfruttare e senza le quali non avrebbe modo di estrinsecarsi e la necessità per il principe di introdurre nuovi ordin i e modi, cioè ordinamenti e istituzioni differenti da quelli cui il popolo conqusitato era assuefatto.
De'Principati nuovi che s'acquistano con l'arme e fortuna di altri: in questo capitolo Machiavelli centra la sua attenzione su una figura di principe nuovo che l'autore ritiene esemplare, Cesare Borgia (il Valentino) e oltre a descrivere la sua carriera politica, affronta il problema del rapporto tra virtù e fortuna. La descrizione della carriera politica del Valentino è inquadrata da una premessa e una conclusione. Nella premessa Machiavelli fissa le differenze tra coloro che arrivano al principato per fortuna (sottolineandono le difficoltà) e coloro che vi arrivano per virtù propria citando come esempi Francesco Sforza (per virtù) e il Valentino (per fortuna e aiuto d'altri) e dichiara la carriera di quest'ultimo esemplare poichè non sono stati da lui trascurati nessuna prudenza, ferocia necessari ad un principe. Nella conclusione presenta una serie di riflessioni critiche su Valentino, individua le sue scelte errate spostando la prospettiva sulla maligna fortuna che ha portato la politica del Valentino, pur caratterizzata da tanta virtù e comportamenti esemplari, alla ruina.
Di quante ragioni sia la milizia, e di soldati mercenari: riguardo questo argomento a Machiavelli interessava convincere, adducendo prove evidenti della bontà della sua tesi: da ciò deriva una tensione argomentativa che si traduce in uno stile rapido e chiaro fatto di catalogazioni e di obiezioni previste e confutate. La tesi qui sostenuta da Machiavelli pone una contraddizione: le milizie proprie sono possibili quando lo Stato è sentito dai cittadini come entità alla quale essi partecipano ma nello Stato ipotizzato dall'autore del Principe non c'è posto per questa partecipazione collettiva, tutto è infatti nelle mani del principe.
Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati: inizia qui l'esame dei comportamenti adatti a un principe. Qui Machiavelli si discosta da tutta la trattatistica politica precedente che era indirizzata a definire le qualità dell'ottimo principe tramite cataloghi di virtù. Nella prospettiva realistica del Machiavelli questa produzione è un'evasione dal reale, non un'analisi reale, ed è destituita di qualsiasi utilità.
Della crudeltà e pietà: e s'elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato: Machiavelli espone alcune delle sue più rivoluzionarie concezioni e ribalta quel catalogo delle virtù caratteristico della trattazione politica precedente. La virtù che qui consiglia al principe è l'intransigente durezza, la crudeltà.Il capitolo è articolato in due blocchi: ul primo riguarda il comportamento del principe in tempi normali e coi sudditi, il secondo in tempo di guerra con gli eserciti. Pone il problema se è meglio essere amato o temuto. La risposta è che è più sicuro (non giusto) essere temuto giustificato dall'innata ontologica malvagità.
In che modo e principi abbino a mantenere la fede: i suggerimenti dati da Machiavelli sul come servirsi della parola data ribaltano la morale corrente. Machiavelli riconosce l'esistenza di valori e prospettive etiche comunemente accettati come il mantenere la parola data. Ma il principe può non seguire queste etiche perchè come è stato già detto è molto distante il come si vive dal come si dovrebbe vivere e perchè gli uomini sono ingrati, volubili, cupidi di guadagno. Il principe è quindi costretto a seguire un'altra strada che mira all'utilità.Una di queste scelte è la simulazione (essere simulatore e dissimulatore, impegnrsi a tradire l'impegno. Fin qui la politica è stata il regno del leone, della forza, delle milizie indispensabili ora è anche il regno della volpe, edll'astuzia e della simulazione.
Quanto possa la fortuna nelle cose umane e in che modo se li abbia a resistere: Machiavelli nel Principe se imbatte nel problema della definizione della fortuna e dei suoi rapporti con l'agire umano e utilizza il termine fortuna con una vasta gamma di significati. Fa una premessa in cui esprime l'incapacità dell'uomo di prevedere e progettare il futuro soprattutto dopo la discesa di Carlo VIII. Machiavelli però appare fiducioso nell'agire umano, esortando a impegnarsi e ad essere impetuosi piuttosto che respettivi. La prima visione era che la fortuna e la virtù avevano una pari influenza sull'agire umano. In seguito la fortuna acquista ben più importanza. Non da una definizione di fortuna ma utilizza due metafore: un fiume in piena (l'uomo deve prevedere le piene e rinforzare gli argini); una donna (la donna è volubile incostante capricciosa non usa la ragione. La fortuna è donna e va domata: ci vuole un uomo che la faccia sua con l'irruenza).
Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de'barbari: ultimo capitolo del principe. Differisce dal lucido impianto argomentativo che caratteriza l'opera ed è animato da un caldo slancio oratorio e da una passione imprevedibile per Machiavelli. E' proprio sull'impegno di esortare entusiasmi piuttosto che di dimostrare e convincere che Machiavelli si basa.

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