Cloz di Cloz
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Machiavelli, Niccolò - Virtù e Fortuna

La fortuna ha per Machiavelli una connotazione laica, quindi dovuta al caso, a differenza di Dante che la considerava un disegno divino.
La fortuna è anche un’occasione attraverso la quale può essere esercitata la virtù, di conseguenza un politico non avendo l’occasione non può mostrare la sua virtù; a tal proposito Machiavelli fa riferimento a Lione di Siracusa. L’occasione può però anche essere negativa: nel caso di Mosè, scelto da Dio per la sua virtù, ma in un’occasione non positiva quale la schiavitù degli ebrei.
Machiavelli paragona la fortuna ad un fiume in piena che quando straripa devasta tutto ciò che incontra, e quindi l’uomo può ridurne l’effetto devastante solo costruendo degli argini. Da questo si evince che la fortuna è arbitra solo della metà delle azioni dell'uomo, e l’altra metà è nelle mani di quest’ultimo. Lo statista deve quindi dare solidi fondamenti al proprio stato in modo che questo possa reggere qualsiasi difficoltà.
La fortuna, comunque, è varia e mutevole, per questo motivo il politico deve essere duttile, in ciò sta anche la sua virtù, e deve quindi sapersi adattare alle situazioni, essendo ora volpe (astuto) ora leone (violento) a seconda delle circostanze. Ma per Machiavelli è insita nell’uomo la rigidezza e di conseguenza esso avrà successo solo se si presenterà una situazione conforme al suo temperamento. In questo caso la fortuna viene paragonata alla donna, emblema dell’irrazionalità che per essere contrastata occorre l’impeto dell’uomo.
La virtù umana sta nella capacità della previsione, nel saper sfruttare e cogliere l’occasione e infine nell’essere duttile.

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