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Niccolò Machiavelli

Introduzione
Niccolò Machiavelli fu un grande scrittore, letterato, politico e drammaturgo della Firenze umanistica.
La sua vita è divisa in due grandi fasi:
1) Nella prima, ricopre importanti incarichi per la repubblica fiorentina, fino al 1512;
2) Nel 1512, invece, ritornano a Firenze i Medici, pertanto il Machiavelli è costretto ad abbandonare i suoi impegni politici e dedicarsi al suo “otium”, secondo l’accezione latina. In seguito avrà solo pochi impegni politici saltuari, per conto della famiglia Medici.
Lo smacco del 1512 fu grande per Machiavelli, e questo lo si può vedere anche dalle sue lettere, in cui sono presenti comicità, ingiurie, beffe e confessioni.

Biografia essenziale
Niccolò Machiavelli nacque a Firenze nel 1469, da famiglia borghese. Il padre era avvocato e la madre poetessa dilettante.

Ebbe un’educazione umanistica e studiò i classici. Da giovane, per esempio tradusse, il “De rerum Natura” di Lucrezio, di cui, tra l’altro, condivideva le dottrine epicuree, sebbene avesse anche una certa simpatia per l’aristotelismo.
Firenze, in quel periodo, seguiva invece il neo-platonismo di Marsilio Ficino.
La carriera politica di Machiavelli conobbe una rapida ascesa durante il periodo della repubblica fiorentina.
Nel 1498, dunque, Machiavelli venne nominato segretario della 2° cancelleria ed anche della magistratura dei Dieci.
Sempre in questo periodo compì missioni diplomatiche presso Cesare Borgia e Luigi XII di Francia.
Nel 1506 venne poi eletto “segretario della magistratura dei nove ufficiali della ordinanza e della milizia fiorentina”.
Tutto cambiò in seguito al 1512, quando i Medici ritornarono a Firenze, ponendo fine alla repubblica.
Dopo la caduta di Savonarola, dunque, non riconoscendosi né tra i "piagnoni" (sostenitori di Savonarola) né tra i "palleschi" (sostenitori della famiglia Medici), Machiavelli si ritirò dalla vita politica presso un suo podere all’Albergaccio. Fu un periodo molto difficile per lui, quando i Medici fecero ritorno: basti pensare che venne addirittura accusato di aver partecipato ad una congiura anti-medicea.
Fu in quest’epoca che scrisse quella che sarà la sua opera letteraria più famosa: il Pincipe, insieme alla Mandragola e alle Istorie Fiorentine.
Dopo il sacco di Roma (1525) ad opera dei Lanzichenecchi, dopo che a Firenze era nuovamente tornata la repubblica, Machiavelli venne stavolta accusato di aver collaborato con i Medici, e si vide ancora una volta esonerato dall’incarico politico.
Morì il 21 giugno 1527.

Il Principe
Introduzione all'opera

Con il Principe si assiste quasi alla nascita di un nuovo genere letterario: non più una dissertazione filosofica o scientifica, ma un saggio, in cui l’autore sostiene e dimostra una sua tesi personale.

Ai suoi tempi l’opera fu uno scandalo, perché:
1) Mette in crisi i valori religiosi;
2) Rifiuta quelli convenzionali laici della trattazione quattrocentesca, che elencava le virtù morali di cui il “principe” doveva essere espressione;
3) Nel testo di Machiavelli la morale del principe dipende invece dal successo della sua politica, e quindi anche dalla sorte dello stato stesso.

Da quest’opera nascerà dunque il termine machiavellismo, con la famosa citazione spicciola e nata da una sorta di fraintendimento del messaggio machiavelliano: “il fine giustifica i mezzi”.
Nonostante questo, si riconosce al Machiavelli il merito di essere stato uno dei primi, se non il primo in assoluto, teorico oggettivo e scientifico della politica. Uno “scienziato della politica”, come spesso è stato definito, capace di osservare il comportamento umano e di fondare su ciò le sue teorie.
Può sembrare strano, poi, che nell’opera, accanto a realismo e logica spietati convivano anche immaginazione e prospettive utopistiche. Ma anche se ciò è contrario alla definizione di scienziato, non lo è comunque a quella di saggista.
E’ più corretto dunque riferirsi a Machiavelli non come scienziato, ma come primo saggista e pensatore dell'età moderna.
Oltre a questo, Machiavelli è stato definito anche maestro del sospetto, poiché nella sua opera invita a guardare sotto le apparenze e le convinzioni culturali e sociali.

Punti chiave de Il Pincipe
Il Principe è un manifesto politico nato per risolvere la crisi italiana e creare un nuovo stato, ponendo così fine all’inettitudine dei gruppi dirigenti e sconfiggendo le avversità della “fortuna”.
Per realizzare questo, sostiene Machiavelli, occorre utilizzare il realismo, che si prefigge come scopo guardare in faccia la realtà, o meglio attenersi alla verità effettuale.
La fortuna determina in larga misura le vicende umane, e l’uomo può opporle solo la virtù (ingegno, prudenza e audacia).
In certe occasioni occorre un atteggiamento impetuoso, in altre cauto, e sapersi adattare alle circostanze è spesso difficile.
Ma poiché la “fortuna è donna”, afferma Machiavelli, essa preferisce in genere i giovani ed impetuosi ai vecchi e prudenti.
La moralità del principe consiste nel fare il bene dello stato, e poiché dunque il principe deve ubbidire soltanto alla “ragion di stato”, può usare a tal fine anche strumenti moralmente riprovevoli.
Questo non significa che debba essere amorale: il principe può essere sia pietoso che crudele, se questo è necessario. Dev’essere ora bestia, ora uomo (ferinità ed intelligenza), conoscere l’inganno e l’astuzia della volpe, e avere la forza del leone.
Il trattato ha, nonostante questo, una prospettiva decisamente utopistica.
Lo stile con cui è scritto ha nell’insieme sia rigore dimostrativo che intensità appassionata.

La struttura
1) Composizione: l’opera venne scritta all’epoca in cui Machiavelli si trovava confinato nel suo podere. In una celebre lettera indirizzata a Francesco Vettori, ambasciatore di Firenze a Roma, datata 10 dicembre 1513, Machiavelli annuncia infatti di aver concluso un opuscolo, indicato con il titolo “De principatibus”, e di volerlo dedicare a Giuliano de’ Medici. Il trattato verrà poi indicato dall’autore con titoli diversi (De’ principati, Principe….), ed assumerà il proprio titolo definito solo a partire dalle prime edizioni a stampa.

2) Il genere: L’opera è un trattato sul sovrano ideale, tema comune nella trattatistica medievale, che aveva conosciuto nuova fioritura nel ‘400.
3) Differenza tra Il Principe e gli altri trattati: le differenze con gli altri trattati dell’epoca sono presenti sia sul piano teorico, che tematico, che ideologico. Machiavelli resta fedele alla tradizione solo per quanto riguarda la scelta del titolo, i capitoli di cui si compone e l’organizzazione generale dell’opera. Machiavelli capiva infatti che le sue proposte anticonformiste avrebbero avuto maggior risultato se presentate in modo convenzionale.
4) Struttura dell'opera: l’opera si compone di 26 capitoli, ciascuno dei quali con un titolo in lingua latina. Tuttavia è possibile distinguere nel testo 4 sezioni tematiche di disuguale ampiezza: quattro differenti nuclei tematici implicitamente presenti nel testo.
- Differenti tipi di principato e un nuovo principato da creare;
- milizie mercenarie e milizie proprie:
- le virtù che si addicono ad un principe;
- esortazione finale ai medici, esame della situazione italiana e considerazioni sul potere della fortuna nella vita degli uomini.
Alcuni capitoli, poi, sono punti di particolare rilievo nella trattazione:
La dedica a Lorenzo de’ Medici, che definisce la situazione di Machiavelli in rapporto al potere costituito e in cui l’autore espone un giudizio complessivo sul proprio testo.
Il capitolo VI, che volge l’attenzione sulla fondazione di un nuovo stato.
Il capitolo XV, che dà inizio ad una serie di riflessioni sulle qualità necessarie al principe e sulla pratica di governo. Qui Machiavelli avverte che la sua impostazione sarà del tutto nuova rispetto alla trattatistica precedente.
Il capitolo XXVI, che contiene l’exortatio finale. Questo capitolo è diverso dagli altri, di andamento lucidamente ragionativo, poiché caratterizzato dalla prevalenza dell’aspetto emotivo.

La dedica
Nella dedica dell’opera il Machiavelli si rivolge al figlio di Lorenzo de’ Medici, offrendogli l’opera in cui sono riassunte le imprese dei grandi uomini, meditate attraverso una lunga esperienza delle cose moderne e una continua lettura delle antiche.
E’ una sorta di imitazione del “Discorso a Nicocle” di Isocrate per il re di Salamina.
Era infatti, nel ‘400, il più conosciuto Speculum Principis dell’antichità.

Tipologia dei principati
Quest’argomento viene affrontato nel primi 11 capitoli dell’opera.
Nel secondo, si fa un breve accenno agli stati ereditari, più facilmente conservabili di quelli nuovi, poiché il principe manterrà il suo stato a meno di qualche impedimento o forza straordinaria.
Nel terzo si parla invece dei principati misti.
Nel quarto e nel quinto si approfondisce la questione del principato nuovo, formato da province recentemente annesse.
Nel sesto si dice invece che la conquista di nuovi principati può realizzarsi con armi proprie e attraverso la virtù del principe, oppure (ma siamo già al settimo capitolo) con armi altrui e per fortuna, come è accaduto al Duca Valentino.
Nel settimo si prende in considerazione il principato governato esclusivamente con la crudeltà, il che produce la diminuzione del consenso da parte del popolo.
L’ottavo e il nono capitolo hanno per tema il consenso dei cittadini e il rapporto fra questi ed il principe.
Nel decimo si parla invece delle forze dei principati, che possono essere messe in campo contro i nemici esterni.
L’undicesimo capitolo tratta invece del principato ecclesiastico, che fonda la sua forza sulla religione ed è, per questo, posto fuori da ogni campo di indagine.

Ordinamento militare
L’argomento era già stato trattato diverso tempo prima, quando Machiavelli si era impegnato per dotare la repubblica fiorentina di truppe proprie per evitare il ricorso alle armi mercenarie.
Nel principe Machiavelli dedica tre capitoli a contrastare le tesi favorevoli alle truppe mercenarie. Infatti:
1) Solo le armi proprie possono garantire la sicurezza dello stato;
2) Le armi mercenarie possono rivelarsi pericolose;
3) Anche le armi ausiliarie (fornite da alleati: mercenarie o proprie) sono altrettanto insicure.
Inoltre il principe viene consigliato di non distogliere mai il pensiero dall’esercizio della guerra. Il principe non deve infatti stare in ozio nei periodi di pace, affinché “quando si muta la fortuna, lo trovi parato a resisterle”.

Le qualità e le virtù necessarie ad un principe
Nel Principe di Machiavelli si assiste ad un modo differente di porre il problema morale: nel rispetto della “verità effettuale” sta infatti la virtù del principe.
Vizio e virtù mutano in questo testo radicalmente di significato rispetto a quello della tradizione e dell’etica comune.
Il primo problema che l’autore si pone è: è più utile al principe essere liberale o parsimonioso?
La liberalità è la disponibilità a spendere con noncuranza, valore della civiltà cortese e disvalore nella civiltà mercantile. Secondo Machiavelli è meglio la parsimonia, con la quale si evita di sperperare le ricchezze dello stato e di opprimere fiscalmente i sudditi.
La parsimonia farà sì che il principe sia apprezzato da molti e quindi le azioni del principe saranno valuatte sulla base della loro effettiva efficacia e rapportate al problema del consenso, alla dialettica tra popolo e principe.
Il secondo problema: è più utile la crudeltà o la pietà?
Se ogni principe può desiderare di essere considerato pietoso e non crudele, tale pietà, se usata male, può risultare generatrice di disordine, e quindi dannosa. Inoltre la crudeltà è spesso necessaria.
Decidere fra l’una e l’altra non è sempre facile.
La conclusione è dunque che il principe savio deve saper usare la crudeltà ed essere temuto, ma sapere anche evitare di incorrere nell’odio del suo popolo.
Altro rovesciamento dell’etica tradizionale si ha riguardo alla fedeltà e alla lealtà del principe, da sempre considerate virtù lodevoli. Secondo Machiavelli, però, la politica è un'arte centauresca, e dunque che il principe sappia anche ricorrere alla violenza e all'inganno.
Come evitare poi l’odio del popolo, e conquistarne invece il consenso?
Machiavelli parla a questo riguardo di “azioni utili” affinché i sudditi non rappresentino una minaccia: se è opportuno armare o disarmare i sudditi, tenerli divisi e costruire fortezze, e se è possibile ottenere il consenso con spettacolari imprese (es. Ferdinando d’Aragona, che ha conquistato la roccaforte di Granada ed unificato la Spagna nel segno della riconquista cattolica, facendo in questo modo anche un ottimo uso politico della religione).
Infine Machiavelli si interroga riguardo la scelta dei collaboratori del principe e la necessità di difendersi dagli adulatori.

Ultima parte
Nel capitolo XXIV Machiavelli affronta l’argomento relativo alle cause della perdita dello stato da parte dei principi italiani, cosa che –se il principe seguirà invece i consigli da lui sopra citati- a lui non accadrà mai.
Queste cause sono umane e sociali.
Riguardo i principi italiani, Machiavelli sostiene che essi hanno sempre inutilmente sperato che gli occupanti stranieri facessero sorgere nell’animo dei sudditi il rimpianto del loro governo. Inoltre si sofferma a commentare riguardo il consenso che essi non sanno creare neanche in tempo di pace.
Nel capitolo XXV si discute invece riguardo al rapporto tra virtù e fortuna.
Nel capitolo conclusivo, il XXVI, vi è l’esortazione finale a liberare l’Italia dagli stranieri.

L'ideologia del principe
I punti principali del trattato sono l’aderenza alla realtà e la sua osservazione.
Vengono infatti eliminati tutti i criteri di valutazione della realtà orientati ad una finalità trascendente o provvidenziale.
Ne consegue il principio cardinale della verità effettuale, propensione realistica e mondana ad indagare la verità umana, cosa che si rileva anche fra gli scrittori del ‘300, specie in Boccaccio.
Appare dunque necessario verificare il collegamento logico tra la realtà e l’effetto che ne scaturisce, e facendo questo è addirittura possibile prevedere gli eventi futuri.
L’opera venne scritta in una fase di acuta crisi e di sconfitta politica e militare dell’Italia, nonché di Machiavelli.
Nel trattato egli cerca dunque di spiegare il perché di una simile situazione mettendo in discussione la pratica di certi dirigenti di Firenze e degli stati italiani in genere.
Di fronte a tutto questo Machiavelli propone una soluzione estrema: l’abbandono degli interessi particolari, i quali sono visti come causa prima della decadenza e della corruzione italiane.
Appare chiaro dal testo il carattere niente affatto tecnico o neutrale della teoria machiavelliana. Nel suo scritto appaiono piuttosto, uniti insieme, scientificità e passione.
In lui è presente la ferma convinzione che il conoscere la realtà storica sia intimamente connesso con la volontà stessa di trasformarla: al fatalismo bisogna rispondere cercando di progettare e trasformare la realtà sociale e naturale.
Secondo Machiavelli, poi, i processi anche violenti di ridistribuzione del potere e di ricostruzione di nuove alleanze sociali e la sconfitta dei ceti oligarchici e della vecchia nobiltà feudale aprono alle classi produttive la strada per un ruolo decisivo nelle nuove istituzioni.
Innanzi tutto è necessario superarre i particolarismi dell’eredità feudale. Dopodiché viene delineata una figura di principe in grado di costruire il consenso e rapportarsi dialetticamente al popolo ostacolando le pretese egemoniche degli ottimati. Si sta delineando, dunque, nella mente di Machiavelli, lo Stato moderno.
Lo stato che egli ha in mente non è infatti tirannico o assoluto. Anzi, per Machiavelli la legittimità esige l’eliminazione dell’arbitrio illegale rappresentato del comportamento delle fazioni aristocratiche. Si deve creare una situazione di legalità grazie alla quale il popolo potrà riconoscersi nello Stato.

Etica e politica
Alcuni capitoli del Principe sono celebri per la loro presunta immoralità.
Infatti vi sono idee mai citate nella precedente trattatistica:
1) La concezione laica dello stato, ad esempio. Per la prima volta scompare dunque ogni elemento provvidenzialistico o finalistico, e non vi è traccia del modello politico unitario medievale incentrato sul binomio Chiesa-Impero.
2) Ne deriva anche una diversa concezione dell’uomo, fondata su una visione materialistica del mondo: messa al bando ogni prospettiva trascendente, ogni fede in un dio cristiano o platonico, l’essere umano fa integralmente parte del mondo materiale come ogni altro essere naturale. La parte istintiva e bestiale, rappresentata dal centauro, è intimamente presente anche nell’uomo. Bisogna –secondo Machiavelli- guardare senza veli alle radici ferine e ai bisogni materiali, agli “appetiti” e agli “umori” che muovono le azioni degli uomini.
3) Nonostante i condizionamenti biologici, il ruolo dei soggetti non risulta tuttavia depresso, ma esaltato. Il soggetto può farsi valere, ma solo a partire dalla coscienza dei condizionamenti materiali è possibile una prassi che trasformi la società.

La Mandragola
La Mandragola è il capolavoro teatrale di Machiavelli.
Altre commedie scritte dal Machiavelli sono ad esempio:
- Le Maschere, del 1504, scritta su modello di Aristofane;
- Andria, che tradusse da Terenzio;
- Clizia, su influenza di Plauto. In questa commedia il vecchio Nicomaco ama la giovane schiava Clizia, e a causa di questo è costretto a subire una beffa da parte di sua moglie e dei suoi familiari.
In quest’opera si nota la vocazione comica dell’autore.
Le fonti di ispirazioni sono sicuramente Terenzio, Plauto e Boccaccio.
Infatti il personaggio di Calandrino (dal Decamerone di Boccaccio) ricorda Nicia, e nella commedia appare il tema della beffa erotica.
Ma a differenza di Boccaccio questa commedia né celebra il piacere dei sensi né l’ingegno dei beffatori, ma constata invece che il mondo si divide in due gruppi: beffatori e beffati.
Anche i beffatori sono prigionieri del mondo meschino e piccolo delle loro vittime, e ciò riflette la crisi stessa della politica italiana.

La trama
La mandragola è un’erba medicinale che combatte la sterilità femminile.
Nicia, dottore in legge meschino e semplice, cade nel tranello di Callimaco, innamorato di sua moglie –l’onesta Lucrezia-, grazie anche all’aiuto di Ligurio, sensale di matrimoni.
Poiché Nicia vuole avere un figlio, Ligurio lo convince a far bere alla moglie una pozione di mandragola, avvertendolo però che la prima persona che giacerà con Lucrezia dopo che ha preso la pozione morirà entro 8 giorni.
Bisogna dunque trovare uno sprovveduto disposto, all’insaputa del destino di morte che lo aspetta, a morire al posto di Nicia. Costui è Callimaco.
Lucrezia si presta dunque alla cosa grazie all’opera di persuasione di sua madre e del suo confessore.
Alla fine, però, deciderà di instaurare con Callimaco una relazione duratura.
E’ interessante notare come nella commedia ogni personaggio sia definito linguisticamente.
Nicia, ad esempio, usa proverbi e modi di dire fiorentini, indicativi di una saggezza spicciola.
Il confessore di Lucrezia, invece, usa un linguaggio da chiesa ridotto ad una sorta di argomentazione avvocatesca.
Callimaco usa a sua volta il linguaggio solenne e vuoto del letterato che declama i propri sentimenti.
Ligurio, che usa l’astuzia, si compiace dell’ironia del doppio senso e Lucrezia utilizza il linguaggio elevato della retorica.
Tutti i personaggi della storia, tranne Lucrezia, sembrano avere una nota bieca e sinistra.
Nicia, ad esempio, appare subito stupido e volgare. Il confessore, dal canto suo, usa la religione solo per arricchirsi e Callimaco è solo un inetto.
Ligurio mette la sua intelligenza a servizio di interessi mediocri e la madre di Lucrezia aiuta Callimaco nel suo piano solo per turpe compiacenza.
Altra cosa interessante è il cambiamento del personaggio di Lucrezia, che all’inizio appare come una creatura del tutto buona, poi del tutto ed onervolmente cattiva, capace di adattarsi alle circostanze. Inoltre, benché respinga le ipocrisie, essa appare spesso passiva e conformista.
Si nota in questa commedia una nota di pessimismo: due personaggi spregevoli come la madre e il confessore rappresentano due grandi istituzioni ormai corrotte, la famiglia e la Chiesa.

Le istorie fiorentine
Le Istorie Fiorentine sono un testo di storia.
Come nasce: Nel 1529 Giulio de’ Medici incarica Machiavelli di scrivere una storia di Firenze. Nello stesso anno Machiavelli raccoglie, a Lucca, le notizie necessarie per scrivere la storia di Castriccio Castracani. Una volta terminata l’opera, la offre poi a Giulio de’Medici, divenuto il Papa Clemente VII.
Struttura: Il testo si compone di 8 libri che vanno dalla caduta dell’impero romano alla morte di Lorenzo il Magnifico.
Il primo libro consta dunque di un excursus della storia d’Italia dalla caduta dell’Impero romano. Dal secondo libro si parla invece della fondazione di Firenze.
Storia: la storia si fa in quest’opera maestra di vita. Di conseguenza a Machiavelli interessa, relativamente ai fatti storici narrati, non tanto la dettagliata documentazione, quanto la possibilità di trarne insegnamento per la politica attuale.
Per questo motivo Machiavelli:
1) Non esegue ricerche approfondite sulle fonti, ma sceglie di volta in volta la versione dei fatti che più si presta alla sua interpretazione.
2) Racconta la storia di Firenze per mostrare come la lotta fra fazioni, l'incapacità dei gruppi dirigenti sia di governare sia di prendere Roma antica come modello, abbiano prodotto l'attuale crisi.
Stando così le cose, si spiega perché l’opera si fermi alla morte di Lorenzo il Magnifico: per evitare di giudicare l’attuale operato dei Medici.
Discorsi: i dialoghi messi in bocca ai protagonisti hanno lo scopo di esprimere il punto di vista dell’autore.
Conclusione: L’interpretazione della storia conta più della precisione della narrazione o della documentazione dei fatti.

La guerra
Dei testi scritti da Machiavelli riguardo alla guerra, il principale è sicuramente Dell'arte della guerra.
L’opera si rifà ad altre due precedenti opere:
1) Discorso dell’ordinare lo stato di Firenze alle armi, da cui Machiavelli riprende l’idea dell’arruolamento dei cittadini anziché avvalersi di truppe mercenarie.
2) I Discorsi: In quest’opera Roma antica è ripresa come modello anche per ciò che riguarda l’arte militare. L’arte militare –ci insegna Roma- è direttamente connessa con la politica: può dirsi forte solo lo stato capace di coinvolgere i cittadini sia sul piano politico che su quello militare, e l’organizzazione e la disciplina delle legioni nascono dalla forte identificazione dei soldati-cittadini con lo stato. Oltre a questo, le truppe mercenarie sono insubordinate ed anarchiche poiché agiscono egoisticamente. Dunque sono inaffidabili. Da ciò dipende la crisi italiana.
Lo stato perfetto deve dunque fondarsi su armi proprie.
Il contenuto dell’opera è essenzialmente una serie di suggerimenti sulla tecnica militare, sugli assedi, sulle fortificazioni e sugli aspetti positivi e negativi degli eserciti stranieri. Nella tecnica militare sono ormai da sottovalutarsi le armi da fuoco poiché, a giudizio di Machiavelli, utili solo negli assedi. Decade dunque anche la cavalleria (insieme alla nobiltà) e assume nuova importanza la fanteria.
Alla fine, l’autore si rivolge ai giovani –i futuri dirigenti- affinché pongano fine alla crisi.

I discorsi sopra la deca di Tito Livio
Per quanto riguarda la sua composizione, mentre il Principe è un’opera breve, unitaria e scritta di getto per un uso immediato, i Discorsi sono invece un’opera varia e scritta in un lungo arco di tempo.
Come appena detto, la struttura dell’opera non è unitaria, ma è invece composta da divagazioni condotte a partire da un testo base: la prima deca della storia di Roma di Tito Livio.
In sintesi l’opera di Machiavelli si compone di una serie di riflessioni fondamento di una politica basata sulla storia di Roma Antica.
E’ composta da tre libri:
1) Nel primo si parla dell’amministrazione dello stato e dell’importanza della religione come INSTRUMENTUM REGNI. Machiavelli rimpiange la religione pagana, che faceva sì che il cittadino si identificasse con lo stato, mentre quella cristiana lo distoglie dagli interessi civili e dall’amor patrio.
2) Nel secondo si discute di politica estera e dell’arte militare.
3) Nel terzo, invece, Machiavelli considera come le “azioni di uomini particolari” abbiano fatto grande Roma, e come gli stati si evolvano. La corruzione di Firenze è poi contrapposta dal modello ideale di Roma.

I critici hanno negli anni discusso molto riguardo al rapporto esistente tra il Principe e i Discorsi.
L’ipotesi è che dopo aver scritto i primi 18 capitoli dei Discorsi il Machiavelli sia passato alla stesura del Principe, terminando i Discorsi e riguardandoli solo in seguito.
Le basi teoriche dei due scritti sono in generale le stesse, ma i Discorsi pone il problema di come fondare un nuovo stato sulla virtù, mentre il Principe come mantenerlo.
Diverse sono inoltre le prospettive politiche: nei Discorsi si prospetta infatti che lo stato sia fondato da una sola persona (dunque si parla di principato), mentre nel Principe, per farlo durare, si auspica il consenso del popolo e l’equilibrio tra i poteri (secondo un ideale repubblicano, dunque).
Da questo testo appare chiaro che Machiavelli accetta, come uniche forme possibili di governo:
1) Monarchia limitata (controllata dagli aristocratici o dal popolo);
2) Repubblica mista (Né aristocratica –e dunque oligarchica- né democratica), modellata sull’esempio di Roma antica, con equilibrio fra i poteri e conflittualità moderata fra le diverse classi sociali.
Nello stesso tempo Machiavelli rifiuta invece la tirannia, l’oligarchia e l’anarchia.
Riprendendo infatti la teoria dell’anaciclosi, o degenerazione, di Polibio, Machiavelli sostiene che la monarchia degeneri in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia e la democrazia in anarchia.

Nell’opera si parla anche del “ciclo di vita degli stati”: nascita, affermazione, sviluppo, decadenza e morte.
La decadenza può essere evitata in due modi:
1) Osservare come a Roma le classi non furono impedite, ma furono istituzionalizzati i conflitti sociali ed equilibrati i poteri di ciascuna classe;
2) Ritrovare i valori e le ragioni dell’esistenza dello stato.
Ma alla lunga, per quanto dilazionata, il ciclo dovrà comunque concludersi.
I principi della riflessione machiavelliana sono dunque:
1) l'imitazione;
2) l'esemplarità del passato (Roma repubblicana);
3) il carattere immutabile della natura umana (concezione naturalistica ed antistoricistica).

Opere letterarie
Per Machiavelli la letteratura e le arti furono un diletto da posporre alla vita politica, l’unica a poter realmente giovare al “benessere collettivo”.
Nonostante questo Machiavelli le amava e se ne occupò mostrando sempre grande rispetto per i maestri del passato.
Fra le opere letterarie minori scritte da Machiavelli ricordiamo:
1) "Discorso intorno alla nostra lingua";
2) Alcuni “Canti carnascialeschi”;
3) Discussioni etico-filosofiche;
4) Quattro capitoli morali (che trattano di fortuna, ingratitudine e ambizione);
5) Il poema L'asino, nel quale espone la propria concezione della vita. Vi si racconta in prima persona la permanenza nel regno di Circe, in un gregge di animali che rappresentano i vari tipi di uomo. Il poema si interrompe prima della trasformazione del protagonista in asino. Il suo scopo è smascherare il mondo umano e la sua convenzionalità.

La più famosa opera letteraria di Machiavelli è però l’unica sua novella a noi pervenutaci: Belfagor l'Arcidiavolo.
Questa novella riprende la tradizione misogina, ed ha per tema la beffa. Le donne sono infatti descritte in quest’opera come la rovina dei mariti, come dimostrano le sventure del diavolo Belfagor, inviato sulla terra per giudicare la condizione degli uomini sposati, di solito considerata peggiore dell’inferno stesso.
Belfagor scopre che effettivamente la vita matrimoniale risulta essere un vero inferno, dominato dall’egoismo, e preferisce perciò tornare agli inferi da cui proviene piuttosto che sottoporsi ancora al giogo matrimoniale e alle beffe di un villano presso cui aveva trovata temporanea salvezza dai creditori.

Scritti politici minori
Sono divisi in due gruppi: ufficiali (scritti per conto del governo, come le legislazioni e le commissarie, le più famose delle quali sono scritte per Cesare borgia e Luigi XII di Francia) e non ufficiali (scritti per riflettere e ricordare).
Di questi ultimi i più famosi sono:
1) la descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il Duca Gravina Orsini, non giudicato sul piano morale, ma solo su quello politico;
2) il discorso dell’ordinanza, ovvero i criteri di reclutamento dei cittadini, non nelle città ma nel contado;
3) ritratto di cose di Francia, dove descrive lo stato moderno;
4) discorso fatto al magistrato dei dieci sopra le cose di Pisa;
5) del modo di trattare i popoli della Valdichiana;

Tra gli scritti non ufficiali vi sono anche i Ghiribizzi, in cui si discute dell’azione individuale, che non cambia mai, e la realtà oggettiva delle cose, che cambia col tempo. E’ pertanto difficile conservare il successo.

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