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Machiavelli - Pensiero tra realismo e pessimimo

Niccolò Machiavelli (1469-1527) fu al servizio della Repubblica Fiorentina per circa quindici anni, dal 1498 al 1512, ricoprendo incarichi che gli permisero un contatto diretto con le principali corti europee. Quando, nel 1512, la Repubblica cadde e ritornarono al potere i Medici, Machiavelli perse il suo impiego. Dall'ozio forzato in cui si venne a trovare nacquero le sue opere principali, e in particolare il trattato Il Principe, in cui espose le sue concezioni politiche.
Le riflessioni di Machiavelli nascevano dalla sua esperienza della politica contemporanea e dallo studio della storia antica, in particolare quella romana. Il suo intento era quello di fare un'opera utile, offrendo al "principe", cioè al sovrano di uno Stato assoluto e, più in genere, all'uomo di Stato, una guida per l'azione.
Alla base della riflessione politica di Machiavelli c'è una visione pessimistica dell'uomo e del mondo. Gli uomini, secondo Machiavelli, sono "ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de'pericoli, cupidi di guadagno", dimenticano più facilmente l'uccisione del padre che la perdita del patrimonio. In un mondo popolato di malvagi, il principe deve saper essere malvagio, se vuole mantenere il potere.

Machiavelli usa, per chiarire il suo pensiero, alcune immagini rimaste famose: il principe deve essere insieme astuto come una volpe e forte come un leone; deve essere come un centauro, l'essere mitologico che è mezzo uomo e mezzo bestia.
Machiavelli viene considerato il fondatore della scienza politica in quanto afferma l'autonomia della politica. Ciò significa che, secondo lo scrittore fiorentino, la politica è regolata da leggi specifiche che non sono quelle della religione o della morale comune.
L'agire degli uomini di Stato deve essere valutato solo in base a queste leggi.

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